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Il mare in tempesta, le onde imponenti che scolpiscono l’orizzonte mentre lo “chiudono” allo sguardo. La schiuma che quasi si fa artiglio a ghermire le imbarcazioni dei pescatori, piccole e apparentemente condannate a soccombere nell’impari lotta. Sullo sfondo, il monte Fuji, che, nascosto tra i flutti, si impone invece all’attenzione per la sua “imperturbabilità”. Sono calma e violenza, indifferenza ed energia, disperazione e quiete, ma anche, per tecnica e suggestione, Oriente e Occidente, a incontrarsi nell’opera “La grande onda di Kanagawa” di Katsushika Hokusai, cuore della mostra “Hokusai. Il grande maestro dell’arte giapponese”, a cura di Beata Romanowicz, organizzata da Arthemisia con il Museo nazionale di Cracovia – partner, Fondazione Terzo Pilastro-Internazionale – e ospitata da oggi al 29 giugno a Palazzo Bonaparte, nel centosessantesimo anniversario delle relazioni diplomatiche Italia-Giappone.

IL PERCORSO
Nell’iter, il più ricco realizzato nel nostro Paese, oltre duecento opere dal museo di Cracovia, appunto, per la prima volta esposte in Italia e nella prima monografica su Hokusai al di fuori della Polonia. Il corpus centrale è nei lavori donati nel 1920 da Feliks Jasieński, collezionista e studioso di arte orientale. Non a caso, sono alcune sue frasi, nell’allestimento, a guidare il passo dei visitatori. In primo piano, l’uomo, nella sua quotidianità, fatta anche di sacrifici e sforzi, a confronto con una natura “distante” ma spesso, proprio per la sua noncuranza, feroce.

Ecco allora la “Grande onda”, datata tra 1830 e 1833, raffigurata un istante prima della fine, quando le barche stanno per essere inabissate e la ricercatezza del Blu di Prussia – Hokusai fu tra i primi a usare il pigmento in Giappone – è prossima a farsi solo drammatica e inclemente oscurità. Ma ecco anche scene di vita e lavoro degli uomini. L’iter va dall’indagine dell’Ukiyo-e, “Mondo fluttuante”, concezione del vivere fondata sul piacere dell’attimo sviluppatasi nel periodo Edo, ai vari nomi usati da Hokusai negli anni, che si fanno espressione di precisi periodi della sua attività – e del suo “sguardo” – dalle opere dedicate alle stazioni della via del Tokaido, percorsa da commercianti, viaggiatori e pellegrini, all’estetica dell’Edo urbano, con l’immagine che si traduce in dichiarazione di status e narrazione di sé.

Poi, la serie “Un viaggio tra le cascate di varie province”, a rimarcare ricerca e “vocazione” dell’artista, “maestro dell’acqua”, le “Trentasei vedute del Monte Fuji”, raffigurato nei suoi molti “umori”. Ancora, ispirazioni letterarie, le raffinate stampe surimono, i “manga” – Hokusai usa il termine per indicare «disegni che fluiscono liberamente dal pennello» – le leggende, i fantasmi, la tradizione. Il segno diventa documento, tra memoria e immaginazione. Si fa codice. E, progressivamente, monumento all’essenza del vivere. «Hokusai ha saputo tradurre il soffio della natura in alfabeto universale, scardinando i confini tra Oriente e Occidente molto prima che la geopolitica ne definisse i margini», dice Federico Mollicone, presidente Commissione Cultura della Camera dei deputati, che ha promosso l’evento. «Oltre a essere considerato il più importante maestro delle immagini xilografiche del “Mondo Fluttuante” – commenta Beata Romanowicz – è anche il primo artista giapponese che vide pubblicare all’estero la sua biografia. Nel 1890 fu organizzata una mostra delle sue opere a Londra, seguita tre anni dopo da una al Museum of Fine Arts di Boston».

L’EREDITÀ
Un segno che supera i confini. E il tempo. La sua idea, prosegue Romanowicz, «continua in generi come l’arte dei manga giapponesi». Nell’iter, anchepiù di 180 tra libri rari, laccature, armature, kimono, pettinini e altro – senza dimenticare le foto di Felice Beato, tra i primi a documentare il Giappone aperto all’Occidente – a raccontare i molti fascini esercitati da arti e gusto nipponici in Occidente. Basti pensare all’influenza esercitata dalle opere di Hokusai su Monet, Van Gogh, Gauguin, anche Debussy. E altri. Questione di visione e gesto. Filosofia. «Tutto ciò che ho disegnato prima dei settant’anni non vale la pena di essere considerato – diceva Hokusai – A novant’anni avrò penetrato il mistero della natura. A cento, sarò un artista meraviglioso. A centodieci, tutto ciò che creerò, un punto, una linea, prenderà vita come mai prima». Così inseguiva l’eternità di sguardo, sentimento e pensiero. E ribadiva la fragilità dell’uomo di fronte alla solennità della natura.

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