A volte anche i piani più infallibili come quello architettato da Anker, commettere una rapina sapendo che verrai catturato e condannato ma chiedendo al tuo eccentrico fratello Manfred di nascondere il bottino sotto un albero nella casa d’infanzia che non possiedi più, possono andare storti. In realtà, molti degli elementi chiave del piano di Anker funzionano davvero.

La trama 

Esce di prigione dopo quindici anni per buona condotta e il denaro si trova più o meno dove si aspettava. Ma in un decennio e mezzo possono cambiare molte cose, e nemmeno i criminali più brillanti avrebbero potuto prevedere sviluppi come un fratello minore che elabora il trauma della tua perdita convincendosi di essere John Lennon al punto da tentare compulsivamente il suicidio ogni volta che viene chiamato con il suo vero nome o l’emergere di un fiorente settore degli affitti per le vacanze che trasforma la tua casa d’infanzia in un alberghetto gestito da una coppia il cui matrimonio è appeso a un filo. A tutto questo va aggiunto Lothar, uno psichiatra che aveva già curato il problematico Manfred, convinto di avere la soluzione per farlo tornare alla normalità: formare una band composta da altri pazienti psichiatrici che credono di essere un Beatle, permettendo loro di provare a cantare ed esibirsi.

Il cast di ‘Mio fratello è un vichingo’ nel red carpet della Mostra di Venezia 2025Il titolo da un bizzarro mito nordico 

E’ quanto accade in ‘Mio fratello è un vichingo’ del regista danese Thomas Anders Jensen, presentato fuori concorso alla Mostra di Venezia dello scorso settembre, che giustappone con eleganza l’irrazionalità della situazione al trauma che sottolinea l’assurdità degli eventi. L’insistenza di Manfred nel dimenticare la propria identità diventa un modo per esplorare la nostra straordinaria capacità collettiva di dimenticare cose che preferiremmo non ricordare mentre il film prende il nome da una storia cui il protagonista si affidava per affrontare i bulli dell’infanzia: quella di una tribù di vichinghi che si tagliava un braccio a testa per far sentire meno solo un fratello che aveva perso un arto in battaglia. Un mito bizzarro in cui la disabilità diventa la norma.

Violenza, assurdità e leggerezza insieme 

‘Mio fratello è un vichingo’ appartiene con naturalezza a quel territorio morale obliquo che Anders Thomas Jensen frequenta da sempre: un mondo in cui la violenza è trattata con leggerezza e l’assurdo si infiltra nelle pieghe del quotidiano. In parte un film di rapina, in parte un melodramma familiare e in parte una commedia surreale, è qualcosa di improbabile ma costantemente divertente, bizzarro e toccante, violento ma allegro. Una commovente favola nera sull’autorealizzazione, la tolleranza e l’unione, caotico, improvvisato, a tratti stonato, ma vibrante di un’energia sconsiderata. Il regista è sempre stato attratto dalla figura del perdente e qui non fa eccezione dal momento che Anker e Manfred sono due facce della stessa medaglia, due uomini spezzati la cui fragilità sembra così incompatibile da incastrarsi miracolosamente – come spesso accade tra fratelli. Quello che lo distingue davvero è la sua ostinazione a trattare la mascolinità come una costruzione fragile, la forza nei suoi personaggi tende a rivelarsi una debolezza mentre la vulnerabilità diventa una forma di armatura.

Un film che rifiuta di andare sul sicuro 

Jensen si tuffa a capofitto nel caos mostrando che la risata e l’empatia possono scaturire dalla stessa fonte: la nostra comune fragilità umana. È un cammino rischioso sul filo del rasoio ma pochi film affrontano con tanta audacia il labile confine tra commedia e crudeltà. In definitiva, il più grande pregio del film potrebbe anche essere il suo più grande difetto: il rifiuto di andare sul sicuro. Si espande, si dilunga eccessivamente e rischia di cadere nel cattivo gusto. Eppure, così facendo, risulta vivo come pochi altri film riescono ad essere. È una commedia che guarda senza esitazione al trauma, un melodramma che non teme le risate, una favola che rifiuta facili morali. Alla fine, ciò che rimane non è tanto la storia quanto una sensazione – che l’identità, come il tesoro che i personaggi inseguono, sia qualcosa di sepolto non nel terreno, ma nelle versioni di noi stessi che continuiamo ostinatamente a recitare.