Arezzo è certamente più conosciuta per la storica abilità dei suoi orafi e per le peculiarità che puoi scovare nelle botteghe antiquarie, tra le più antiche del paese. Così, la sfida della famiglia Forzini appare ancora più particolare: nel 1999 hanno aperto un pennellificio premium — Tintoretto — che oggi si trova in via Saragat. La traiettoria è tanto limpida quanto intricata: qui si rinnova quotidianamente la liturgia del fatto a mano in Italia, e il mercato di riferimento è la nicchia delle belle arti. Una missione talmente rara che, in tutta la penisola, sono soltanto due le attività che realizzano pennelli in questo modo. Una, appunto, è questa azienda di famiglia fondata da Egisto Forzini assieme alla moglie Cristina Biondi, e dove da anni ormai lavora anche il figlio, Gabriele.

I numeri

Scommessa totale in un territorio che, appunto, coltiva da sempre tutt’altre tradizioni. Eppure i risultati mostrano che la visione è stata giusta. Oggi la piccola azienda a conduzione familiare è leader sul mercato italiano ed espande la sua presenza anche oltre i confini. Per tracciare il perimetro di questo lavoro, è utile considerare che da qui escono, ogni anno, circa 600mila pennelli fatti a mano. Numeri imponenti per una realtà che oggi impegna 24 persone in totale, tra manodopera artigianale, uffici amministrativi e marketing. L’ultimo fatturato dell’azienda, in tutto questo, sfiora i 2 milioni di euro (1,8 nel 2025).

La storia

«Le difficoltà iniziali — spiega Gabriele Forzini — sono state moltissime. La prima consisteva nel farsi il know how necessario: parliamo di un mondo ristretto, nel quale tutti cercano di difendere il loro sapere».

L’altro aspetto problematico riguarda la possibilità di trovare i produttori di quei macchinari che rappresentano, oggi, l’unica componente meccanica della catena di montaggio dei pennelli. Le macchine vengono infatti realizzate per la produzione di massa e non sono utilizzabili per ecosistemi ridotti come quello rappresentato da Tintoretto. Il che significa che l’azienda deve farsele costruire su misura, andando incontro a costi ingentissimi, assieme a inevitabili interventi di aggiustamento e manutenzione. Oggi questi strumenti sono un supporto nella parte dell’assemblaggio, ovvero l’unione tra la testa del pennello — formata dal pelo e dalla ghiera di metallo — con il manico di legno: è quella che, in gergo, viene chiamata “crimpatura”. Non solo: si rivelano estremamente utili anche per accorciare i tempi quando si tratta di stampare lettere sui manici.

La strategia

Tintoretto lavora esclusivamente con i rivenditori: «Una scelta — commenta Forzini jr — che deriva da un approccio etico. Crediamo che chi decide di investire nel nostro marchio non meriti che l’azienda gli faccia concorrenza, rivolgendosi al consumatore finale». In questo modo il segmento intercettato è quello dei grossisti, dei negozi di belle arti, dei distributori.

Il core business è in Italia, dove Tintoretto serve circa 600 negozi. L’impresa sta però crescendo anche all’estero: è una fetta di mercato che oggi rappresenta il 30% del fatturato, e che ha conosciuto qualche rallentamento soltanto a causa delle crisi globali, dettate dai dazi Usa e dai conflitti in corso.

In tutti questi anni l’azienda non ha mai delocalizzato la produzione: «Ne siamo orgogliosi, volevamo creare un valore intrinseco per il territorio, che andasse oltre il lato commerciale».

Ora l’obiettivo è quello di espandere ulteriormente il mercato straniero, continuando a mantenere saldo il credo nella qualità e nel design, pur facendo innovazione. «Abbiamo scelto di orientare lo sviluppo verso il cruelty free — conclude Forzini — promuovendo nuove fibre sintetiche per ridurre progressivamente l’uso di peli naturali, coinvolgendo sia i produttori che i consumatori verso scelte più etiche. Vogliamo accelerare questo cambiamento».