Si chiama The Open Mic. Lo ordinate tardi, quando il locale si è svuotato a metà e il barman ha abbassato le luci. Non è il cocktail più spettacolare della lista — nessuna sfera di ghiaccio intagliata, nessuna torcia fiammeggiante, nessuna schiuma di qualcosa che non sapete pronunciare. Arriva in un bicchiere old fashioned, senza cerimonie, con una scorza d’arancio appoggiata sul bordo come un’idea a metà.

The Open Mic

4 cl bourbon invecchiato (la maturità che non ti aspettavi) — un uomo di mezza età ha bisogno di qualcosa con gli anni addosso

2 cl Aperol (il rimpianto, leggermente amaro, che però scalda) — c’è sempre qualcosa che avresti voluto dire prima

1 cl sciroppo di miele (la dolcezza che resiste, sottotraccia) — perché Alex e Tess si vogliono ancora bene e si vede

2 dash Angostura bitters (i figli, i sensi di colpa, le cose non dette) — poche gocce bastano a cambiare tutto il sapore

Un grosso cubo di ghiaccio trasparente (il tempo, che rallenta tutto) — non lo sciogliete in fretta, godetevelo

Scorza d’arancio espressa (la speranza, volatile, che arriva alla fine) — strizzatela sul bordo del bicchiere come si strizza il meglio da una storia finita

Si prepara con lo stirring — niente shaker, niente violenza — mescolando lentamente, rispettando ogni ingrediente. Al primo sorso sembra quasi un Old Fashioned, qualcosa di già conosciuto. Poi l’Aperol apre una nota inaspettata, e capisci che non lo avevi mai bevuto davvero così. Non è il cocktail più originale del mondo. Ma è quello che, a fine serata, vorreste ancora sul bancone davanti a voi. Che è esattamente quello che si prova uscendo dalla sala dopo aver visto È l’Ultima Battuta?