UDINE – I volontari della Protezione civile del Friuli Venezia Giulia alzano le mani e minacciano di disertare d’ora in poi tutti i servizi. È la reazione alla condanna per omicidio colposo del primo cittadino e del coordinatore della Protezione civile di Preone, piccolo paesino della Carnia, dopo la morte di un volontario impegnato nella rimozione di alberi a seguito di un fortunale. Potrebbero incrociare le braccia persino in occasione del Giro d’Italia. 


DIMISSIONI

E c’è anche chi prende carta e penna e decide di rendere nota la propria amarezza. «Ritengo che l’esperienza del volontariato di Protezione civile non abbia più ragione di esistere», scrive Paolo Martinis, il figlio del sindaco indagato Andrea. Un testo duro, sofferto, che nasce da una ferita personale ma che prova ad allargare lo sguardo ben oltre il singolo caso giudiziario, trasformandosi in una denuncia aperta contro un sistema che, secondo l’autore, rischia di svuotare di senso l’esperienza stessa del volontariato.

Tra i sindaci e i volontari ora prevale la preoccupazione per quanto successo e un senso generale di vulnerabilità che inducono al fermo. O quasi. In provincia di Pordenone non ha dubbi, per esempio, il sindaco di Tramonti di Sopra Giampaolo Bidoli, che chiarisce: «I nostri volontari hanno curriculum invidiabile per attività svolta. Hanno tutti passato la visita medica e il corso base e ora si attende quello in presenza. C’è chi ha corsi specifici. Ma – sottolinea –, se in un’uscita qualcuno dovesse lasciarci la pelle, come la mettiamo? A questo punto è meglio non rischiare». 

A Casarsa il sindaco andrà avanti con l’attività ordinaria della Protezione civile, ma in caso di emergenza valuterà se farla intervenire, a seconda del rischio connesso con l’operazione: se alto, la squadra non uscirà. 

Grande preoccupazione anche da parte dei sindaci dei Comuni riuniti nella Comunità del Friuli Orientale che chiedono «con urgenza» un confronto con Regione Fvg e Governo per «chiarire il perimetro della responsabilità degli amministratori». 

Le parole di Paolo Martinis colpiscono ulteriormente questo mondo già duramente provato dalla pronuncia del tribunale. «È divenuto impossibile approcciarsi alle attività da svolgere con il cruccio che siano poi interpretate come “ad alto contenuto specialistico o ad alto rischio” da parte di uffici che ho visto essere scollegati con la realtà, il cui esclusivo scopo è quello di comminare sanzioni se e quando dovesse accadere una fatalità», scrive il figlio del primo cittadino condannato. E sono parole che fotografano il senso di sfiducia e amarezza maturato dopo la sentenza e che chiamano in causa la distanza tra chi opera sul campo e chi valuta le responsabilità quando accade un dramma. 


INTERVIENE CIRIANI

Il Governo e il Parlamento ora cercano di dare una risposta celere: è stata attribuita infatti la sede redigente alla Commissione che in Senato vaglierà il disegno di legge che era stato approvato dal Consiglio dei ministri ad ottobre, volto a recepire le istanze di sindaci, coordinatori e volontari per i rischi che si assumono operando in stato di emergenza. La sede redigente consentirà l’approvazione della norma con i soli voti della Commissione, senza passare dall’Aula. Tempi più celeri, dunque, anche se si profila una lotta contro il tempo per raggiungere due obiettivi: dare tutta la copertura legislativa possibile a un sistema fondamentale per la prevenzione e l’intervento emergenziale in Italia e fermare l’onda delle squadre di Protezione civile che stanno decidendo di incrociare le braccia fino a che non ci sarà definitiva chiarezza normativa.

Ieri il ministro per i Rapporti con il Parlamento Luca Ciriani, dando a Pordenone la notizia della sede redigente, rivolto ai sindaci e a volontari del Friuli Venezia Giulia ha detto: «Non mollate. Con pazienza e tenacia, continueremo a difendere e valorizzare la Protezione civile, soprattutto nell’anno del 50° anniversario del terremoto del Friuli, momento in cui è nata la nostra rete di soccorso nazionale».