di
Leonard Berberi, Fausta Chiesa e Massimiliano Jattoni Dall’Asén

La tregua in Iran raffredda petrolio e gas, con effetti graduali su benzina, inflazione e bollette. Mentre i mercati restano legati all’incertezza geopolitica, quali sono gli effetti sulle famiglie? E quelli su imprese e trasporti?

La tregua di due settimane annunciata dagli Stati Uniti nel confronto con l’Iran ha avuto un effetto immediato sui mercati: il prezzo del petrolio è sceso con decisione e le Borse europee hanno registrato un rimbalzo significativo. È il primo segnale concreto di allentamento dopo giorni in cui gli operatori avevano iniziato a prezzare uno scenario ben più critico per l’economia globale.

Il calo delle quotazioni del greggio — dopo i picchi toccati nei giorni precedenti — riflette soprattutto una riduzione, almeno temporanea, del rischio geopolitico legato al Golfo Persico e allo Stretto di Hormuz, snodo cruciale per i flussi energetici mondiali. Proprio il timore di un’interruzione delle forniture aveva alimentato l’impennata dei prezzi e riacceso le preoccupazioni su una nuova ondata inflazionistica.



















































Ma cosa cambia per l’inflazione in Europa dopo la tregua?
Nel breve periodo, la discesa del prezzo del petrolio riduce una delle principali fonti di pressione sui prezzi nell’area euro. L’energia è infatti il canale più diretto attraverso cui le tensioni geopolitiche si trasmettono all’inflazione. Il recente rialzo delle quotazioni aveva già contribuito a riportare l’inflazione sopra il 2%, spingendo al rialzo le stime per il 2026. Il calo del greggio può quindi tradursi in un parziale effetto di raffreddamento, soprattutto sui carburanti e sui costi di trasporto.
L’impatto, tuttavia, non è immediato né completo: i rincari energetici si trasferiscono con ritardo all’economia reale e una parte degli aumenti già registrati continuerà a riflettersi sui prezzi nei prossimi mesi. Inoltre, le quotazioni restano superiori ai livelli precedenti all’escalation.

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Quali sono gli effetti per l’Italia tra prezzi, politica monetaria e inflazione?
Nel complesso, la tregua riduce il rischio in Italia di una nuova accelerazione dell’inflazione importata — particolarmente rilevante per un Paese fortemente dipendente dall’energia estera — ma lascia aperto il quadro: i livelli dei prezzi energetici restano superiori a quelli precedenti all’escalation e l’evoluzione dipenderà dalla tenuta dell’accordo. Più graduale sarà invece l’impatto sulle bollette e sui costi di produzione, che tendono a incorporare le variazioni dei prezzi energetici con maggiore ritardo.
Sul piano macroeconomico, una minore pressione inflazionistica riduce anche il rischio di un ulteriore irrigidimento della politica monetaria da parte della Banca centrale europea. Dopo una fase prolungata di tassi elevati, ogni segnale di raffreddamento dell’inflazione viene letto come un elemento favorevole alla stabilizzazione della crescita. Resta però un margine di incertezza legato al fatto che i prezzi dell’energia, pur in calo, rimangono su livelli relativamente elevati.

Come stanno reagendo i mercati e cosa aspettarsi ora?
La reazione delle Borse europee — con rialzi diffusi — è coerente con una dinamica tipica di relief rally: gli investitori riducono le posizioni più difensive quando uno scenario estremo, come un’interruzione delle forniture energetiche, appare meno probabile. Il calo del petrolio ha sostenuto in particolare i settori più sensibili ai costi energetici, mentre ha pesato sui titoli legati all’oil & gas. Allo stesso tempo, si è osservato un moderato allentamento delle tensioni sui mercati obbligazionari.
Si tratta però di movimenti strettamente legati alla tregua, e quindi potenzialmente reversibili. La natura temporanea dell’accordo mantiene elevato il livello di incertezza: eventuali nuove tensioni potrebbero riflettersi sull’andamento dei mercati. In questo contesto, più che una svolta, la tregua segnala una fase in cui inflazione e mercati restano fortemente condizionati dall’evoluzione del quadro geopolitico.

Il prezzo del petrolio scenderà davvero con la tregua?
Sì, ma in modo legato alla durata e alla credibilità della tregua. Dopo l’annuncio, il Brent è sceso sotto i 95 dollari al barile, con un calo significativo rispetto ai picchi delle settimane precedenti, segnalando una riduzione del cosiddetto «premio geopolitico». Il mercato sta quindi scontando uno scenario meno estremo, in particolare il rischio di interruzioni nello Stretto di Hormuz, cruciale per i flussi globali di energia.
Tuttavia, si tratta di un aggiustamento rapido ma fragile. Le quotazioni restano sensibili alle evoluzioni politiche e militari: eventuali tensioni o dichiarazioni contrastanti possono produrre movimenti altrettanto rapidi in senso opposto. Più che una stabilizzazione, si osserva per ora un rientro parziale dell’emergenza.

Quanto e quando caleranno benzina e diesel alla pompa?
Il calo è atteso, ma non immediato né uniforme. Le quotazioni internazionali dei carburanti hanno già iniziato a scendere, e secondo le stime il ribasso del greggio potrebbe tradursi in una riduzione della componente industriale dei carburanti fino a circa 8 centesimi al litro. Alla pompa, però, il trasferimento è più lento. I prezzi incorporano ancora i rincari della logistica e dei trasporti — aumentati durante la fase più acuta della crisi — e risentono dei tempi di approvvigionamento lungo la filiera. Per questo motivo, più che un calo brusco, gli operatori indicano una discesa graduale nei prossimi giorni. Per le famiglie, il beneficio complessivo resta limitato ma concreto: nell’arco di due settimane può tradursi in pochi euro di risparmio, con effetti più evidenti per chi ha consumi elevati. «Per la benzina il calo dei prezzi sarà più semplice – spiega Gianni Murano, presidente Unem – perché non si è apprezzata molto. Ma per il gasolio ci vorrà più tempo po’ anche perché non sappiamo nulla delle raffinerie del Golfo da dove arrivava molto del gasolio che importiamo». 

Quanto tempo ci vorrà? 
Secondo Gianni Murano «ci vorranno settimane per rientrare nella “normalità” tenendo conto di almeno 3 fattori: quanto reggerà la tregua e se seguirà un reale percorso di pace in Medio Oriente, quali sono le condizioni per le ripartenze delle raffinerie di Kuwait, Emirati Arabi, Qatar che sono cruciali per riprendere produzione di distillati e infine quanto inciderà la driving season in arrivo, che in genere crea picchi di domanda e aumento dei prezzi». Per l’Unione Nazionale Consumatori i prezzi non torneranno normali durante la tregua. «Si abbasseranno soltanto – dichiara il presidente dell’Unc Massimiliano Dona – dato che è una tregua armata. Inoltre, anche se la guerra cessasse in modo definitivo e il traffico nello stretto riprendesse regolarmente, considerati i bombardamenti che ci sono stati, bisognerà che gli altri Paesi non colpiti aumentino la produzione di gas e di petrolio per compensare la riduzione dell’offerta. Fino a che questo non accadrà non si tornerà ai valori pre-crisi». 

Cosa succede al gas e ai costi per imprese e trasporti?
Anche sul gas si registra un raffreddamento, con i prezzi europei scesi sotto i 45 euro per megawattora. Il calo ha effetti più rilevanti sul sistema produttivo rispetto ai consumi domestici nel brevissimo periodo. Per le imprese energivore, la riduzione può tradursi rapidamente in un recupero di margini: secondo stime di settore, il risparmio può arrivare a qualche centinaio di euro in due settimane, a seconda dei livelli di consumo. Un impatto significativo riguarda anche l’autotrasporto, dove il calo dei carburanti può generare risparmi operativi rilevanti per flotte di mezzi. Resta però un fattore di incertezza legato alla capacità delle raffinerie, in particolare nel Golfo, di tornare rapidamente a pieno regime. Nel caso del carburante per l’aviazione, ad esempio, gli operatori segnalano che il ritorno a condizioni normali potrebbe richiedere mesi. Nel complesso, la tregua produce un primo alleggerimento dei costi energetici, ma la trasmissione all’economia reale resta graduale e dipendente dall’evoluzione del quadro geopolitico.

Volare ora costa di più?
La guerra in Medio Oriente ha già iniziato a far sentire i suoi effetti sui prezzi dei biglietti aerei, rincarati del 10-15% in media. Da un lato perché sui voli tra Europa e Asia/Oceania, per esempio, è venuto meno un terzo dei voli operati fino a fine febbraio da colossi come Emirates, Qatar Airways ed Etihad (e quindi i sedili a disposizione con gli altri vettori sono pochi e vengono venduti a prezzo più elevato). Dall’altro perché il costo più che raddoppiato del cherosene ha costretto le aviolinee a iniziare a scaricare parte di quel aumento sulle tariffe.

Cosa faranno i vettori per recuperare la spesa extra?
Nella maggior parte dei casi i vettori inseriranno ulteriori aumenti, in particolare alla voce “supplemento carburante” o – come già sta accadendo negli Usa – incrementando il costo per il bagaglio in stiva.

Per quanto tempo ancora ci saranno aumenti?
Non c’è una certezza. Secondo gli addetti ai lavori l’impatto sui prezzi dei biglietti aerei continuerà anche nelle prossime settimane e fino a inizio 2027. Al netto di quelle tratte che avranno bisogno di essere “stimolate” (perché pochi prenotano) con tariffe basse.

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8 aprile 2026 ( modifica il 8 aprile 2026 | 16:27)