Insomma, Silvio Muccino non fa l’ebanista. Non vive da eremita, non ha aperto un negozio di restauro. L’ex ragazzo d’oro del cinema di inizio millennio, ritiratosi dalla “prima linea” dello spettacolo una decina d’anni fa, è tornato. Come scrittore, anzi sceneggiatore, del film Alla festa della Rivoluzione di Arnaldo Catinari, con Riccardo Scamarcio e Maurizio Lombardi, in sala il 16 aprile dopo il passaggio alla Festa del Cinema di Roma.
Fin dall’esordio come attore nel 1999 con Come te nessuno mai il più piccolo di casa Muccino (il fratello Gabriele, regista, ha 58 anni; la sorella Laura, casting director, 57; lui ne ha 43) è sempre stato materiale incandescente. Idolo delle teenager negli stessi anni del tenebroso Step di Scamarcio, poi regista di tre film scritti con la sceneggiatrice Carla Vangelista (scomparsa nel 2023), nel 2007 finì al centro di una tempesta mediatica scatenata dalla clamorosa rottura con la famiglia. Accuse pesanti, via social e tv, gli avvocati di mezzo. Gabriele avverso al suo sodalizio con Vangelista, Silvio insofferente alle pressioni della famiglia. Il distacco fu netto. Le leggi del desiderio, del 2015, è stato l’ultimo film da regista e da protagonista.
In mezzo, da allora, qualche piccolo cameo, il romanzo Quando eravamo eroi, la sceneggiatura di un thriller di Peter Chelsom. La leggenda metropolitana lo voleva ebanista in Umbria. Per il suo ritorno Muccino ha scelto il film di un amico, Catinari, direttore della fotografia del suo primo film: una spy story dal sapore tarantiniano, ambientata nella Fiume di D’Annunzio. Alla conferenza stampa sceglie di non mostrarsi. Ma risponde al telefono.
Perché ha scelto questo film? Che c’entra lei con Fiume?
«Arnaldo mi ha proposto di scrivere questa storia di cui sapevo veramente pochissimo, cioè solo quello che avevo imparato al liceo. Me l’ha presentata spiegandomi una cosa importante: che a Fiume c’erano i prodromi della Rivoluzione del 1968. Era un materiale molto interessante.»
L’ultima sua sceneggiatura era il thriller “Security”, ora torna con una spy story. Le interessa il genere? «Non necessariamente. Ho sempre pensato che la scrittura fosse un modo di raccontare molto libero, oltre che invisibile. La pratico da quando ho 16 anni, l’ho sempre coltivata, e nel tempo ho continuato a studiarla.»
La davano falegname in Umbria. C’è del vero nella leggenda?
«No (ride, ndr). È un periodo che sto passando felicemente concentrato nella scrittura. Sono al lavoro su due nuovi film e non vedo l’ora di annunciarli.»
Ha lasciato la città?
«Oddio, veramente vivo a Roma.»
Parlavano di lei come di un eremita…
«Ma no, frequento le sale cinematografiche, leggo moltissimo. Sono onnivoro, faccio scelte molto democratiche. Guardo Sorrentino come Zalone. E il cinema resta il luogo che amo più di tutti gli altri.»
Le piace ancora farlo?
«Mi piace molto il gioco che si instaura tra lo sceneggiatore e il regista. Arnaldo poi è un artista che si porta dietro una visionarieta e un’attenzione alla fotografia incredibile. Il cinema dovrebbe essere solo questo. Un gioco di squadra.»
E invece?
«E invece a volte è un gioco per egoisti. Ma ovviamente non è questo il caso.»
Senta, ma perché è sparito?
«Per tanti motivi. È stato un bisogno quasi fisiologico. A 16 anni sono stato catapultato dentro un mondo, quello del cinema, che richiedeva ossessivamente la visibilità. Ci sono cresciuto dentro, ci sono cambiato dentro. E a un certo punto è venuto a mancare il desiderio di farne parte.»
Non ha nostalgia del set?
«Nessuna, mai. Non mi manca la sedia da regista. Ma non potrei stare senza la sedia davanti al computer su cui scrivo.»
Nel 2023 è venuta a mancare Carla Vangelista, con cui aveva un sodalizio stretto. È cambiato il suo rapporto con la scrittura?
«Domanda complessa. Carla è la persona che ha creduto in me in tempi non sospetti. Ho iniziato a scrivere film già nel 1999 con Come te nessuno mai. Ma Carla è stata la prima a dirmi che potevo lanciarmi anche nei romanzi. Le devo moltissimo e le sarò grato per sempre. Mi ha dato la libertà necessaria per spingermi in territori che non avrei mai pensato di percorrere. E questo, mi creda, è il regalo più grande che si possa fare a una persona.»
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