C’è, nel titolo This Will Not End Well, qualcosa che eccede la semplice enunciazione: più che un presagio, una dichiarazione di intenti. Nella grande retrospettiva dedicata alla fotografa Nan Goldin al Grand Palais, a Parigi, questa promessa si compie fino in fondo, senza offrire consolazione e mostrando quanto l’immagine possa essere disturbante. Non siamo di fronte a una mostra convenzionale, ma a un’esperienza immersiva che destabilizza lo sguardo e la mente e che ci costringe a diventare partecipi di un racconto visivo e sensoriale complesso.

Goldin, nata a Washington nel 1953 e icona della fotografia contemporanea, ha costruito nel tempo un’opera che si intreccia alla propria esistenza. Fin dagli esordi, il suo lavoro si è configurato come un’indagine radicale dell’esperienza umana, condotta all’interno di quella che lei stessa definisce la propria “tribù”: amici, amanti, familiari, corpi e volti sottratti all’anonimato, per essere restituiti nella loro irriducibile singolarità. La fotografia, nel suo caso, non è mai documento neutro, ma un gesto di amore e di resistenza contro l’oblio e la scomparsa.

Questa retrospettiva, la prima in Francia dedicata alla sua produzione visiva, segna un passaggio decisivo: Goldin non si presenta più soltanto come fotografa, ma come regista di «film composti da fotografie», come lei stessa li definisce. Il dispositivo del diaporama (sequenza di immagini accompagnate da suoni e musica), cifra storica del suo lavoro, raggiunge qui una piena maturità formale e narrativa. Le immagini non sono più isolate, ma scorrono, si accavallano, si dissolvono in un flusso continuo che ricorda più la memoria che l’archivio, più il sogno che la documentazione, trasformando la visione in un’esperienza che altera la percezione del tempo.

L’allestimento, concepito dall’architetta Hala Wardé, amplifica questa dimensione immersiva: cinque padiglioni chiusi, rivestiti di velluto scuro, accolgono sei diaporami in loop, trasformando lo spazio espositivo in una sorta di villaggio notturno, o meglio in un arcipelago di camere della memoria. Si entra nell’oscurità totale del Salon d’honneur, ci si ferma a lungo, in piedi o seduti lungo le pareti, senza possibilità di distanza o difesa.

Al centro di questo percorso si impone The Ballad of Sexual Dependency (1981–2022), opera principale e autentico poema visivo che condensa l’intera ricerca di Goldin, in cui la vita si manifesta nella sua forma più cruda e luminosa. Quaranta minuti di un diario intimo dedicato ai cari dell’artista decimati dall’epidemia dell’Hiv, in cui risplende la bellezza selvaggia di Cookie Mueller, i volti di Keith Haring e Andy Warhol, tra feste e sballi, matrimoni e sballi, compleanni e sballi, relazioni consumate tra desiderio e distruzione, nella New York degli anni Ottanta.

Le immagini alternano energia e dolore, raccontando con lucidità un’epoca sospesa tra euforia e tragedia.

E tuttavia, ciò che rende quest’opera ancora oggi di grande impatto è la sua capacità di trascendere l’autobiografia. L’archivio personale si fa specchio collettivo: nella ripetizione dei gesti, negli sguardi catturati senza mediazioni, si riflette una generazione intera, quella che ha conosciuto la libertà degli anni Settanta e Ottanta per poi essere falcidiata dall’epidemia di Aids e dalla droga. Goldin non cede mai alla nostalgia: la sua è una memoria attiva, inquieta, che rifiuta ogni pacificazione. I morti non vengono sublimati, ma convocati; i loro nomi, scanditi nei titoli di coda come una litania, restituiscono alla visione una dimensione quasi rituale. Ogni nome è un mondo, ogni assenza un vuoto che l’immagine tenta (invano, ma ostinatamente) di colmare.

Le altre opere in mostra ampliano e complicano questo universo. The Other Side traccia un ritratto storico e affettuoso della comunità transgender frequentata dall’artista; Sisters, Saints, Sibyls affronta il trauma familiare e il tabù del suicidio; Memory Lost e Sirens esplorano, con intensità quasi claustrofobica, l’esperienza della dipendenza e dell’estasi indotta dalla droga; mentre Stendhal Syndrome (2024), ispirata alle Metamorfosi di Ovidio, introduce una riflessione sul rapporto tra arte e perdita di sé.

In tutte queste opere, ciò che colpisce è la lucidità con cui Goldin assume il proprio ruolo di sopravvissuta. Non vi è traccia di eroismo, né di compiacimento, piuttosto un impegno preciso nel dare forma alle immagini. Fotografare, montare, proiettare significa testimoniare per chi non può più farlo, opporsi all’oblio, mantenere aperta la ferita della memoria. Anche quando l’opera si apre al presente, come nell’omaggio ai morti di Gaza, non vi è soluzione di continuità tra dimensione privata e politica, tra passato e presente: tutto è inscritto nello stesso flusso di immagini e di perdita.

Il risultato è una mostra di straordinaria coerenza e intensità, che si presenta quasi come un mausoleo contemporaneo, abitato da spettri che non cessano di interrogare il nostro sguardo. Eppure, proprio in questa oscurità, si percepisce una forma ostinata di vitalità. Nulla finisce davvero, sembra dirci Goldin: il dolore si trasforma, ritorna, chiede spazio. Ma è nel gesto stesso del mostrare, nel continuare a nominare, a condividere, a ricordare, che si intravede una possibilità di resistenza.

This Will Not End Well non offre risposte né catarsi, ma nel suo flusso ipnotico e perturbante restituisce all’arte una funzione oggi rara, quella di farsi luogo di verità, un luogo dove il dolore e la bellezza coesistono senza compromessi.