Ci sono mani che afferrano e volti stanchi, spesso scavati dalla fatica. Mestieri antichi, talvolta fatalmente scomparsi, e lavori che si sono evoluti, diventando qualcos’altro. Il protagonista è soprattutto il lavoro, nella sua dimensione più umana, più fragile, più ostinata. E tra le piccole storie riassunte in ciascuno dei 400 scatti c’è traccia allora di una storia più grande, collettiva, che attraversa mestieri, luoghi, generazioni: così il nuovo libro fotografico “Il lavoro nella fotografia contemporanea” di Riccardo Marone e Giovanni Canestrelli, edito da Paparo, attraversa i decenni e restituisce l’identità del popolo italiano, con una particolare attenzione a Napoli e ai suoi vicoli, alle sue voci e alla sua anima, raramente indulgendo al folklore.

Ed è dunque bastato attingere alla collezione di Rita e Riccardo Marone – nata, come tutte le collezioni, da quella che loro stessi definiscono «una bulimia che non sempre ha percorsi razionali, ma anzi prevalentemente emozionali» – per ricavarne un percorso quasi enciclopedico attraverso gli scatti di 180 tra i più grandi fotografi del secolo scorso. Da Cartier Bresson a Capa, da Doisneau a Boubat, da Willy Ronis a Martin Parr e, per quanto riguarda gli italiani, da Tina Modotti a Mimmo Jodice, da Luciano D’Alessandro a Gianni Berengo Gardin, da Oliviero Toscani a Mario De Biasi, da Giulio Parisio a Luciano Ferrara.

«Ci siamo accorti che avevamo costruito una importante testimonianza sul tema del lavoro – spiega Marone – incentrata nella seconda metà del secolo scorso, anni in cui si sperava di poter costruire una giustizia sociale. Progetto irrimediabilmente distrutto, dapprima dagli anni del terrorismo e, poi, dal disimpegno o, peggio ancora, da un concetto di mercato e di competizione che ha divaricato la scala sociale, con accumuli di ricchezze nelle mani di pochi, che hanno contribuito alla demolizione di qualsiasi politica sociale nel nostro Paese e nel mondo intero». Il racconto per immagini attraversa dunque il lavoro in tutte le sue forme, senza gerarchie apparenti: pescatori, artigiani, operai, insegnanti, contadini. E poi le donne nelle fabbriche e i bambini – tantissimi – costretti al lavoro precoce.

Prende forma una geografia ampia e stratificata, volta alla ricerca di «ciò che nel lavoro rimane solitamente invisibile: la concentrazione ostinata, l’orgoglio sommesso, la fatica che non richiede riconoscimento». Perché, scrivono gli autori, “il lavoro è la forma che la vita assume quando tenta di costruire”.

Lunedì 13, alle 17.45, la presentazione del libro, realizzato anche grazie al contributo della Fondazione Tridama, nella sede dell’Acen (Riviera di Chiaia, 202), che da diversi anni ha aperto le porte ai fermenti culturali e artistici della città. Previsti interventi del presidente di Acen Napoli Antonio Savarese, del sindaco Gaetano Manfredi, della storica dell’arte Angela Madesani e della giornalista Titti Marrone. Presenti gli autori.

Nel libro s’intrecciano tempi e linguaggi diversi: accanto ai grandi nomi della fotografia internazionale convivono autori meno noti, talvolta dilettanti dallo sguardo autentico. Ma colpisce soprattutto una cosa: dalla geografia stabile di luoghi definiti, competenze sedimentate e identità professionali che si costruivano lentamente, quasi per stratificazione, siamo fatalmente passati – nell’era dell’intelligenza artificiale – a una mappa che si ridefinisce con tratti fluidi, quasi liquidi. E non è solo una questione di automazione, è il lavoro a diventare meno visibile, marcato, riconoscibile. «Verissimo – annuisce Marone – Ma c’è un discrimine costante, questo è la passione. E la passione ha mosso anche questo libro, diventato una storia del lavoro, con due finestre decisamente attuali: i moti di protesta, raccontati per esempio attraverso lo sguardo di Luciano Ferrara, e l’emigrazione».

Istantanee straordinarie, alcune molto iconiche: «C’è una foto bellissima di Robert Capa che documenta il ritorno in Israele degli ebrei, scatto di grande interesse storico, e la celebre “Migrant Mother”, scattata da Dorothea Lange nel 1936 in California, che inquadra Florence Thompson con alcuni dei suoi sette figli». Poi, naturalmente, compare tanta Napoli: Giuseppe Marotta che osserva curioso un bambino del Pallonetto, una famiglia ritratta da Mimmo Jodice, cui è dedicato il volume (“Un grande artista, un grande amico”). «Quanto e come è cambiata Napoli? Avendola amministrata, conosco bene le sue complessità – dice Marone, che ne è stato sindaco – Ma il recente boom turistico porta soprattutto benefici, al netto degli insopportabili intellettualismi. E alla città vorrei dedicare uno dei miei prossimi libri, chissà».