C’era una volta un Bauernhaus, un casale del ‘600, a Wilmerting, in Bassa Baviera. Un edificio abbandonato, inclinato di quasi mezzo metro a valle, compromesso da infiltrazioni e marcescenza. I tecnici consultati dalla famiglia proprietaria l’avevano dichiarato insanabile. Maximilian Hartinger, architetto tra Monaco e Berlino, è riuscito a dargli nuova vita. I danni più gravi derivavano da due interventi passati. Attorno al 1800, parte del Blockbau – la struttura portante a tronchi sovrapposti – era stata sostituita con muratura, senza fondazioni adeguate: l’edificio aveva ceduto di quasi mezzo metro a valle. A metà Novecento il tetto era stato rialzato, ma con mezzi insufficienti, causando ulteriori deformazioni. Entrambi gli interventi, in quanto parte della storia costruttiva, andavano però preservati.
Simon Burko
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Hartinger ha dovuto quindi pensare a una strategia progettuale che mettesse insieme le complesse necessità tecniche e quelle legate all’abitare dei nuovi inquilini della casa. L’azione principale consiste nell’inserire dei nuovi volumi all’interno dell’involucro di legno esistente: la nota strategia della “scatola nella scatola”. Questi elementi svolgono contemporaneamente più funzioni: sostengono la struttura esistente, creano ambienti caldi, asciutti e protetti, e rendono accessibili il piano superiore e il sottotetto – spazi che per quattro secoli erano stati solo magazzino per il raccolto e che per la prima volta diventano abitabili. I nuovi volumi non nascondono la struttura storica: vi si affiancano, lasciando leggibile la stratificazione tra le diverse fasi costruttive.
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Oltre all’intervento strutturale, il restauro ha richiesto un lavoro meticoloso su sequenze spaziali, componenti e superfici. Tecniche e materiali tradizionali sono stati riscoperti attraverso la sperimentazione e il coinvolgimento di artigiani con competenze storiche. Un contributo significativo è arrivato dal lavoro diretto della famiglia e degli amici: intonaci e pitture a base di argilla mescolati a mano, finiture a calce e olio legate con caseina, massetti in calce, lavorazioni in ferro battuto, trattamenti a olio cotto per le superfici metalliche. Il granito proviene da cave locali, gran parte del legname dal bosco di proprietà. Questa ristrutturazione è quasi un progetto di cura. Le complessità da cui è partito – i cedimenti, le deformazioni, gli interventi maldestri – non sono state cancellate ma assorbite, diventando parte di una storia stratificata che oggi include anche la famiglia che torna ad abitarla.
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Salvatore Peluso è giornalista freelance, educatore e curatore indipendente, attivo tra Milano e Catania. Ha studiato architettura al Politecnico di Milano e alla ETSAM di Madrid. Scrive di architettura, arte e design per diverse riviste tra cui Domus, STIRworld e la piattaforma online del Salone del Mobile. Per Abadir – Accademia di Design e Comunicazione Visiva con sede a Catania, ha ideato ed è direttore creativo del master Heritage Innovation, che si occupa della riprogettazione dei territori marginali e delle aree interne con un approccio transdisciplinare. A Milano è tra i fondatori dello spazio DOPO?, un centro per il lavoro culturale e la ricreazione condivisa. Per la galleria milanese Camp Design Gallery ha curato la serie di mostre “Movimento”, tramite cui indaga lo stato dell’arte del design da collezione in Europa.









