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Gaia Piccardi, inviata a Montecarlo

Le rivelazioni del coach Vagnozzi: «Ha cambiato la risposta, non dà mai punti di riferimento agli avversari. Impressionato dai progressi così rapidi sulla terra». Dall’altra parte Alcaraz senza Ferrero sbaglia troppo

Il futuro è scritto, e non sulla terra battuta che è friabile e può essere spazzata via dal ventaccio di ieri. Il futuro è scritto per restare. Dopo un paio di giorni di riposo, trascorsi qui insieme alla famiglia che non vedeva da parecchio, Jannik Sinner riprenderà ad allenarsi al Country Club di Montecarlo, con antica motivazione e idee chiarissime. E così, mentre Carlos Alcaraz sarà a Barcellona per onorare l’impegno con un Atp 500 cui è affezionato come a un peluche dell’infanzia, il neo numero uno ricomincerà ad inseguire i marginal gains che gli hanno permesso di riprendere in mano l’inerzia del tennis e del duello con Carlitos due volte. 

Dopo la sconfitta all’Open Usa dell’anno scorso (la metamorfosi del servizio di Jannik origina da quella delusione) e dopo il kappaò con Djokovic in Australia a gennaio, la battuta d’arresto al cospetto del veterano che aveva gettato una falsa prospettiva sulle gerarchie di questo sport sublime che giocano in due, Sinner e Alcaraz, mentre gli altri partecipano a un campionato a parte.



















































«Le sconfitte sono molto più importanti delle vittorie» ama dire Jannik, perché gli fanno capire su quali dettagli lavorare. È una frase che ogni tanto pronuncia anche Alcaraz però — forse — ci crede meno. Perché nel corso dello swing americano e a Montecarlo, in particolare nella finale che ha messo a nudo il re, lo spagnolo è sembrato involuto nel servizio, confuso nelle scelte, poco efficace negli snodi del match. Come se Jannik avesse usato le sberle per progredire e invece Carlos si fosse un po’ troppo innamorato di se stesso lungo la strada. Un atteggiamento che Juan Carlos Ferrero non gli avrebbe permesso: «Mentre invece il team di cui si è circondato lo asseconda su tutto» ha sottolineato il maestro dei maestri, Riccardo Piatti, al Corriere.

«Jannik è il giocatore che ogni coach sogna — ci ha ricordato ieri Simone Vagnozzi —. Ogni mattina si sveglia con la volontà di diventare un tennista migliore». Ma non solo. Maturità ed esperienza stanno aiutando Sinner a dipendere sempre meno dalle indicazioni del box, mentre Alcaraz ieri è finito dentro una tempesta perfetta di consigli arruffati che provenivano da coach Lopez, l’erede (per quanto ancora?) di Juan Carlos Ferrero (che non ci stupiremmo se, prima o poi, tornasse al suo posto), e dal manager che gli era seduto accanto. «Il lavoro mio e di Cahill — ha detto Vagnozzi — consiste anche nel rendere Jannik più autonomo. Sta capendo meglio da solo i momenti in cui fare il drop shot, per esempio, che inizia a giocare anche di rovescio, staccando la mano. E poi la posizione in risposta: prima affrontava tutto un game un passo indietro o con i piedi sulla riga di fondocampo, adesso varia, mischia, non dà mai punti di riferimento agli avversari». 

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Le statistiche al servizio di Alcaraz, inferiori rispetto a quelle del campione italiano, si spiegano anche così. «Sono impressionato dal livello sul rosso che Jannik ha raggiunto in così poco tempo — ha detto Vagnozzi —. È vero che i fuoriclasse si nutrono di successi e lui era arrivato qui pieno di fiducia: il serbatoio era zeppo. Però nulla di ciò che ha fatto durante la settimana era scontato. Non finisce di stupirmi la sua capacità di leggere le partite: contro ogni avversario fa cose diverse». Ha pesato, nel ribaltamento degli equilibri da gennaio ad ora, il blocco di lavoro tra Doha e la sconfitta imprevista con Mensik, che ha allarmato molti ma non Jannik, e Indian Wells, dove è arrivato molto in anticipo per sfruttare la possibilità di allenarsi al caldo del deserto. Anche a Montecarlo ha avuto un calo di energia, con Machac, che però non allarma il coach: «Non gli mettiamo tarli nel cervello, rimaniamo concentrati sul lungo percorso: ci sono giorni con alti e bassi, è normale che sia così».

E poi c’è la sfida che gli lanciava il Principato: fuori con Rune nel 2023, eliminato da Tsitsipas nel 2024 con il furto arbitrale, impossibilitato a partecipare nel 2025. «A un certo punto ho detto al team: quasi quasi gioca meglio sulla terra che sul cemento…» racconta Vagnozzi. Era una sensazione corretta, motivata dalle ragioni di cui sopra.

13 aprile 2026 ( modifica il 13 aprile 2026 | 08:16)