di
Cristina Ravanelli
Mentre negli Stati Uniti cresce il numero degli over 60 che la utilizzano, le ricerche parlano di cambiamenti nel volume del cervello. Un esperto spiega quali sono gli effetti
Fumare cannabis tra gli over 60 comincia a essere sempre più frequente, soprattutto nei Paesi dove il consumo a scopo terapeutico è legale.
Un recente articolo del Washington Post conferma: negli Stati Uniti, gli «adulti anziani» rappresentano il gruppo in più rapida crescita tra gli utilizzatori. Secondo uno studio del 2022, chi ha iniziato in questa fascia di età, lo ha fatto per motivi medici: trattamento del dolore e dell’artrite, disturbi del sonno, ansia e depressione. Tre quarti ha trovato la cannabis «abbastanza» o «molto» utile. Le domande, però, restano: quali effetti ha sul cervello? Quali sono gli effetti collaterali da mettere in conto?
Memoria e salute mentale a rischio
Con la cannabis la memoria è a rischio. I consumatori abituali tendono ad avere deficit persistenti. «La cannabis influisce sulla capacità di trattenere informazioni nel momento in cui la si consuma, ma l’effetto collaterale resta anche a lungo termine: numerosi studi dimostrano che dopo anni di uso alcune aree cerebrali si attivano molto meno durante lo svolgimento di compiti di memoria» spiega il professor Marco Pistis, membro del consiglio direttivo della Società Italiana di Farmacologia (Sif). L’uso a lungo termine, inoltre, è stato collegato anche a cambiamenti nel volume del cervello. «L’utilizzo prolungato di cannabis, e soprattutto quello precoce già in adolescenza, cioè quando il cervello non è ancora ben formato, porta a una riduzione della funzionalità cerebrale. Alcune ricerche, per esempio, mostrano cambiamenti nella sostanza bianca, una componente fondamentale del sistema nervoso centrale. Inoltre, sappiamo già da tanto tempo che l’uso precoce è associato a un aumento del rischio di malattie psichiatriche, come la schizofrenia» aggiunge il professore.
Nessuna funzione protettiva
Tuttavia, secondo altri studi emerge come l’uso di cannabis, dopo i 40 anni possa essere associato a un maggiore volume cerebrale, ipotizzando potenziali benefici neuroprotettivi rispetto alla fisiologica atrofia cerebrale a cui, con il passare dell’età, ognuno di noi va incontro. «Sarei però molto cauto – mette in guardia Pistis – Non c’è alcuna evidenza nell’associazione tra dimensioni del cervello e funzioni cognitive. In altre parole: non è detto che un cervello più voluminoso funzioni anche meglio. Inoltre, non c’è alcuna evidenza scientifica che il consumo di cannabis possa avere una funzione protettiva nei confronti del rischio di sviluppare demenze o ritardare il declino cognitivo».
Come e cosa si fuma oggi
La cannabis può essere assunta in vari modi: fumandola, vaporizzandola o ingerendola. Ma il modo in cui la si consuma cambia il suo effetto negativo? «A lungo termine non cambia nulla, mentre nell’immediata assunzione sì. Se la si fuma, per esempio, la sua azione è rapidissima perché il picco della sostanza nel sangue arriva in tempi brevissimi. Quando invece viene assunta per via orale, tramite tisane, decotti o mangiando dei biscotti, l’effetto può arrivare anche dopo 2 ore. Proprio per questo, però, il rischio di intossicazione è ancora più alto perché chi la assume non percepisce immediatamente l’effetto dello sballo» chiarisce il dottore. Infine, uno “spinello” di oggi non è paragonabile a quello fumato un paio di decenni fa. «È molto più potente, le percentuali di tetraidrocannabinolo o THC, il contenuto della molecola attiva nel sistema nervoso centrale, sono aumentate negli anni arrivando fino al 15-20 per cento» conclude l’esperto.
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15 aprile 2026
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