di
Daniela Polizzi
Accordi
Banco Bpm ha protetto gli accordi commerciali con Mps sul fronte del risparmio gestito
Scommessa
Delfin ha scommesso sul manager che ha ottenuto il miglior risultato
Con il voto di ieri si è aperta la grande rottura tra il gruppo Caltagirone e Delfin. Almeno sulla carta, basandosi cioè sui voti di ieri all’assemblea per il rinnovo del cda del Monte dei Paschi. Delfin ha nettamente favorito con il suo voto la lista di Plt e non da meno è stato il ruolo di Banco Bpm che con il suo 3,7% di Mps ha portato l’ex ceo Luigi Lovaglio a riprendere in mano il timone della banca e condurre in porto il suo piano. In pratica, ha fatto un po’ da ago della bilancia. Milleri fa legittimamente le sue scelte, dicono fonti del gruppo romano che ha sostenuto la lista del cda uscente a fianco di tanti investitori istituzionali, tra i quali Vanguard.
Due strade
Le strade quindi si dividono per i due azionisti presenti in Generali (10,05% Delfin, 6,3% Caltagirone), già prima in Mediobanca e dopo l’Opas su Piazzetta Cuccia in Mps (17,5% la prima, 13,5% il secondo). In realtà le indicazioni di voto dei due gruppi non sono sempre state allineate. Spesso Delfin nelle grandi partite, per esempio il rinnovo un anno fa del cda di Generali con Philippe Donnet come ceo, Delfin si è astenuta mentre Caltagirone ha votato contro. Non c’è mai stato un matrimonio tra i due azionisti e ieri non c’è stato un divorzio.
Nel caso di Mps, secondo alcuni osservatori, è stata una questione di coerenza. La holding presieduta da Francesco Milleri ha sempre sostenuto Lovaglio per i risultati che ha portato: ha risanato l’istituto, lo ha rilanciato, reso redditizio per gli azionisti, lo ha fatto diventare più forte con l’offerta su Mediobanca aprendo la prospettiva della nascita di una JPMorgan tutta italiana. In pratica, Delfin ha sempre ragionato come puro investitore finanziario che scommette sul manager che ha ottenuto il miglior risultato sul campo.
La logica industriale
L’idea è che Delfin ha sposato il piano industriale fatto da Lovaglio, vale a dire il soggetto più indicato per portarlo avanti. La sua estromissione appariva agli occhi di Delfin come un rischio all’implementazione del progetto di fusione con Mediobanca e di successivo scorporo con la realizzazione di almeno 700 milioni di sinergie. Fino a ieri sembrava che la lista del cda con Fabrizio Palermo candidato ceo e sostenuto da molti istituzionali potesse aggregare i consensi più ampi. Invece i numeri hanno disegnato un nuovo scenario.
I risultati di Lovaglio e di Pierluigi Tortora sono stati riconosciuti ieri anche dai dipendenti che a Rocca Salimbeni hanno accolto con festeggiamenti il ritorno del ceo. Anche da Piazzetta Cuccia sarebbero arrivati segnali positivi, in particolare dal presidente Vittorio Grilli, da sempre molto vicino a Delfin e a Milleri e a Leonardo Del Vecchio in passato.
La scelta del Banco Bpm
Il Banco Bpm ha fatto la sua scelta di campo. Soprattutto per proteggere i suoi accordi commerciali con il Monte sul fronte del risparmio gestito della sua controllata Anima holding. Si dice nelle stanze romane che una parte del governo abbia sempre sostenuto la banca guidata da Giuseppe Castagna, anche difendendola durante l’attacco di Unicredit attraverso l’esercizio del golden power. E in questa fase all’interno dell’esecutivo ci sarebbe chi non vedeva del tutto con piacere l’en plein Mps-Mediobanca-Generali. Sono solo rumor. Come quelli che indicano come il prossimo passo del risiko possa portare a un ritorno del progetto di fusione tra il Banco e Mps. Così come alcuni osservatori pongono l’accento su una possibile mossa di Unicredit che potrebbe guardare a un posto in prima fila nell’azionariato di Mps. Sono opinioni della finanza. Peraltro smentibili. Ieri hanno parlato i numeri allineati da azionisti e mercato.
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15 aprile 2026
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