Ogni film che si rispetti merita il suo drink. Non è un capriccio da cinéphile alticcio — o almeno, non solo — ma una questione di coerenza semiologica. Come sosteneva il grande Roland Barthes, i miti si incarnano nei dettagli quotidiani: e un Martini di James Bond (shaken, not stirred, come chiunque sa e pochissimi capiscono davvero) racconta più di 007 di qualsiasi analisi della sua psicologia freudiana. Detto questo: se Il Delitto del 3° Piano fosse un cocktail, quale sarebbe?
La risposta, per una volta, non richiede meditazione lunga quanto quella di un maestro zen alle prese con un kōan. Il cocktail è già lì, bell’e fatto, battezzato da qualcuno che amava Hitchcock quanto Bezançon e sapeva usare uno shaker: si chiama Rear Window — in italiano La finestra sul cortile, naturalmente — e fa parte di una serie che i barman anglosassoni, con quella fantasia lessicale che li ha sempre contraddistinti, hanno chiamato «Hitchcocktail». Parola che, a dirla ad alta voce, suona come il titolo di un cortometraggio di Tim Burton prodotto da Quentin Tarantino.
Il Rear Window cocktail è composto da rum Old Monk, succo di pompelmo rosa, Cognac, sciroppo di frutto della passione e due dash di Fee’s Whiskey Barrel-Aged Bitters. Tutto in shaker con ghiaccio, shakerato vigoroso, colato in un bicchiere da cocktail. Il risultato è un drink insieme misterioso e luminoso, con quella base scura del rum e del Cognac — il lato noir, hitchcockiano, la notte del sospetto — alleggerita dalla brillantezza agrumata del pompelmo e dalla dolcezza esotica del maracuja. Esattamente come il film di Bezançon: un noir che sorride, un thriller che sa essere tenero.
Il rum Old Monk merita una menzione a parte: distillato in India dal 1954 — anno, non casuale, de La finestra sul cortile — è un rum scuro invecchiato, speziato, con note di vaniglia e caramello che lo rendono singolarmente seduttivo. Detto questo, inutile andare a caccia dell’annata esatta: l’Old Monk non segue logiche di millesimo, e il segreto della sua formula, custodito dalla Mohan Meakin come il Santo Graal, ha fatto sì che ogni bottiglia sia sostanzialmente identica all’altra da settant’anni. Una coerenza che Hitchcock avrebbe approvato. Cercatelo nei negozi di spirits più forniti o nei cocktail bar che amano stupire — non è ancora facilissimo da trovare in Italia, ma non è nemmeno impossibile, e l’impresa vale lo sforzo.
Il Cognac è François: serio, di struttura, con quella patina borghese che nasconde una profondità insospettata. Il pompelmo rosa è Colette: vivace, un po’ acidulo, capace di risvegliare tutto. E lo sciroppo di passion fruit — il desiderio, ovviamente. Sempre lui. Il MacGuffin in forma liquida.
I bitters invecchiati in botte di whisky sono, infine, Guillaume Gallienne: un tocco amaro, appena percettibile, senza il quale il drink non avrebbe la stessa complessità. Come diceva Orson Welles — altro voyeur di genio, a modo suo — «un film senza antagonista è come un Martini senza vermut: tecnicamente è gin, ma manca qualcosa di essenziale». Welles probabilmente non ha mai detto una cosa del genere, ma avrebbe potuto, e questo basta.
Preparatelo, sedetevi davanti al vostro palazzo, puntate i binocoli sull’appartamento di fronte e chiedetevi: quella scomparsa è vera o ve la state inventando? Che poi, in fondo, è la stessa domanda che si fanno Colette e François per tutto il film. E che ci facciamo fare noi, al cinema, da quando i Lumière hanno mandato quel treno verso la stazione di La Ciotat.
