Ansa
Il provvedimento di iscrizione nel registro degli indagati è stato, quindi, notificato ai governatori della Regione Sicilia che sono stati in carica nel periodo compreso dal 2010 al 2026. Si tratta di Raffaele Lombardo, Rosario Crocetta, Nello Musumeci e Renato Schifani. Questi ultimi devono rispondere dei reati contestati nel ruolo di commissari di governo contro il dissesto idrogeologico e anche nel ruolo di commissari delegati all’attuazione degli interventi previsti dall’ordinanza di Protezione civile nazionale. Questo intervento imponeva la realizzazione di opere di mitigazione del rischio della frana.
Oltre agli ex presidenti di Regione sono indagati anche i capi della Protezione civile regionale (che hanno ricoperto questo ruolo dal 2010 al 2026), tra cui Calogero Foti e Salvatore Cocina, i direttori generali della Regione Vincenzo Falgares; i direttori regionali Salvo Lizio e Maurizio Croce, Sergio Tuminello, Giacomo Gargano e il responsabile dell’Ati che doveva eseguire le opere di mitigazione del rischio comportato dalla frana appaltate a inizio 2000. Il contratto si risolse per inadempimento nel 2010. Ma, secondo quanto emerso, i fondi stanziati, circa 12 milioni, sono ancora nelle casse della Regione. La complessa indagine è finalizzata a fare chiarezza su eventuali e specifiche responsabilità che hanno causato il disastro che lo scorso gennaio trasformò il centro di Niscemi in un inferno di fango: case e mezzi furono trascinati a valle, mentre mezzi e decine di immobili sono rimasti sospesi nel vuoto. Oltre 1.500 persone sono state sfollate.
L’inchiesta, come è stato spiegato dettagliatamente dal procuratore Vella, è suddivisa in tre fasi. La prima è focalizzata sulla mancata realizzazione delle opere di mitigazione, che avrebbero potuto impedire o ridurre le conseguenze della frana e che furono stabilite dopo il primo, grosso evento franoso del 1997, e il mancato mantenimento dei sistemi di monitoraggio a tutela degli abitanti. Nel corso degli accertamenti è emerso che nel 1999 fu sottoscritto il contratto di appalto per la realizzazione degli interventi per 12 milioni di euro, ma nulla è stato realizzato.
E c’è dell’altro. Il contratto con l’Ati (Associazione temporanea d’impresa, ndr) che si era aggiudicata la gara si risolse nel 2010. Le indagini che hanno portato ai 13 indagati fanno parte proprio di questa prima fase. Mentre la seconda riguarderà i mancati interventi sulla raccolta e la regimentazione delle acque bianche e nere che fin da subito sono state individuate come causa dell’innesco del fronte di frana. Infine, la terza fase dell’inchiesta dovrà fare chiarezza sulla zona rossa, sia quella interessata dalla frana del 1997 sia quelle che erano vicino al ciglio e che erano già state individuate come a rischio molto elevato, così come è scritto nella relazione della commissione nominata con ordinanza della presidenza del Consiglio.
Gli accertamenti dei pm si concentreranno, inoltre, sui mancati sgomberi e sulle mancate demolizioni, sul blocco di nuove costruzioni e sulle autorizzazioni di opere che non dovevano essere realizzate. Per le ultime due fasi il lavoro dei pm è appena iniziato. L’inchiesta, quindi, potrebbe allargarsi così come il numero degli indagati potrebbe aumentare.
Intanto, gli ex presidenti della Regione hanno espresso fiducia nell’operato della magistratura. Lombardo ha affermato di aver appreso dalla stampa di essere indagato: «Ritengo si tratti allo stato di un atto dovuto attesa la complessità degli accertamenti che dovrà condurre la Procura di Gela. Come sempre ripongo la doverosa fiducia nell’operato degli inquirenti e auspico che a breve sia chiarita la mia assoluta estraneità ai fatti». L’ex governatore e attuale ministro per la Protezione civile, Nello Musumeci, non vuole pronunciarsi in merito al lavoro degli inquirenti: «Da parte mia il massimo rispetto. Quel che avevo da dire sulla frana di Niscemi l’ho detto in Parlamento. L’iscrizione nel registro degli indagati è, in indagini così complesse, un atto dovuto e di garanzia. Spero solo che si concludano presto. Per quanto mi riguarda, sono assolutamente sereno, schiena dritta e a testa alta, come sempre in tanti anni di impegno politico senza macchia».
L’ex presidente Crocetta si è dichiarato completamente estraneo ai fatti contestati: «Non so fra l’altro di che cosa potrei essere accusato dal momento che, quando io sono diventato presidente, erano già trascorsi 15 anni dall’evento. Aggiungo che nessuno mi ha mai presentato un’idea, un progetto, una sollecitazione. Quindi di cosa dovrei rispondere? Di non avere fatto qualcosa di cui non ero a conoscenza?».
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«Opere antismottamento mai realizzate»: in Sicilia 13 persone, tra cui Renato Schifani, Rosario Crocetta, Raffaele Lombardo e Nello Musumeci finiscono sotto inchiesta a Gela.Arriva una svolta nelle indagini sulla frana che lo scorso 25 gennaio ha squassato Niscemi, in provincia di Caltanissetta: 13 persone sono finite indagate. Nel corso di una conferenza stampa il procuratore capo di Gela, Salvatore Vella, ha reso noto il numero degli indagati (tra cui ci sono ben quattro presidenti di Regione, tra ex e attuale) che adesso sono accusati di disastro colposo e danneggiamento seguito da frana. Il provvedimento di iscrizione nel registro degli indagati è stato, quindi, notificato ai governatori della Regione Sicilia che sono stati in carica nel periodo compreso dal 2010 al 2026. Si tratta di Raffaele Lombardo, Rosario Crocetta, Nello Musumeci e Renato Schifani. Questi ultimi devono rispondere dei reati contestati nel ruolo di commissari di governo contro il dissesto idrogeologico e anche nel ruolo di commissari delegati all’attuazione degli interventi previsti dall’ordinanza di Protezione civile nazionale. Questo intervento imponeva la realizzazione di opere di mitigazione del rischio della frana. Oltre agli ex presidenti di Regione sono indagati anche i capi della Protezione civile regionale (che hanno ricoperto questo ruolo dal 2010 al 2026), tra cui Calogero Foti e Salvatore Cocina, i direttori generali della Regione Vincenzo Falgares; i direttori regionali Salvo Lizio e Maurizio Croce, Sergio Tuminello, Giacomo Gargano e il responsabile dell’Ati che doveva eseguire le opere di mitigazione del rischio comportato dalla frana appaltate a inizio 2000. Il contratto si risolse per inadempimento nel 2010. Ma, secondo quanto emerso, i fondi stanziati, circa 12 milioni, sono ancora nelle casse della Regione. La complessa indagine è finalizzata a fare chiarezza su eventuali e specifiche responsabilità che hanno causato il disastro che lo scorso gennaio trasformò il centro di Niscemi in un inferno di fango: case e mezzi furono trascinati a valle, mentre mezzi e decine di immobili sono rimasti sospesi nel vuoto. Oltre 1.500 persone sono state sfollate.L’inchiesta, come è stato spiegato dettagliatamente dal procuratore Vella, è suddivisa in tre fasi. La prima è focalizzata sulla mancata realizzazione delle opere di mitigazione, che avrebbero potuto impedire o ridurre le conseguenze della frana e che furono stabilite dopo il primo, grosso evento franoso del 1997, e il mancato mantenimento dei sistemi di monitoraggio a tutela degli abitanti. Nel corso degli accertamenti è emerso che nel 1999 fu sottoscritto il contratto di appalto per la realizzazione degli interventi per 12 milioni di euro, ma nulla è stato realizzato. E c’è dell’altro. Il contratto con l’Ati (Associazione temporanea d’impresa, ndr) che si era aggiudicata la gara si risolse nel 2010. Le indagini che hanno portato ai 13 indagati fanno parte proprio di questa prima fase. Mentre la seconda riguarderà i mancati interventi sulla raccolta e la regimentazione delle acque bianche e nere che fin da subito sono state individuate come causa dell’innesco del fronte di frana. Infine, la terza fase dell’inchiesta dovrà fare chiarezza sulla zona rossa, sia quella interessata dalla frana del 1997 sia quelle che erano vicino al ciglio e che erano già state individuate come a rischio molto elevato, così come è scritto nella relazione della commissione nominata con ordinanza della presidenza del Consiglio.Gli accertamenti dei pm si concentreranno, inoltre, sui mancati sgomberi e sulle mancate demolizioni, sul blocco di nuove costruzioni e sulle autorizzazioni di opere che non dovevano essere realizzate. Per le ultime due fasi il lavoro dei pm è appena iniziato. L’inchiesta, quindi, potrebbe allargarsi così come il numero degli indagati potrebbe aumentare.Intanto, gli ex presidenti della Regione hanno espresso fiducia nell’operato della magistratura. Lombardo ha affermato di aver appreso dalla stampa di essere indagato: «Ritengo si tratti allo stato di un atto dovuto attesa la complessità degli accertamenti che dovrà condurre la Procura di Gela. Come sempre ripongo la doverosa fiducia nell’operato degli inquirenti e auspico che a breve sia chiarita la mia assoluta estraneità ai fatti». L’ex governatore e attuale ministro per la Protezione civile, Nello Musumeci, non vuole pronunciarsi in merito al lavoro degli inquirenti: «Da parte mia il massimo rispetto. Quel che avevo da dire sulla frana di Niscemi l’ho detto in Parlamento. L’iscrizione nel registro degli indagati è, in indagini così complesse, un atto dovuto e di garanzia. Spero solo che si concludano presto. Per quanto mi riguarda, sono assolutamente sereno, schiena dritta e a testa alta, come sempre in tanti anni di impegno politico senza macchia». L’ex presidente Crocetta si è dichiarato completamente estraneo ai fatti contestati: «Non so fra l’altro di che cosa potrei essere accusato dal momento che, quando io sono diventato presidente, erano già trascorsi 15 anni dall’evento. Aggiungo che nessuno mi ha mai presentato un’idea, un progetto, una sollecitazione. Quindi di cosa dovrei rispondere? Di non avere fatto qualcosa di cui non ero a conoscenza?».
Padiglione Enel con modello di centrale nucleare alla Fiera Campionaria di Milano, aprile 1976. (Archivio Fondazione Fiera Milano)
Nel 1976 gli effetti della crisi petrolifera mondiale scatenata tre anni prima dalla guerra dello Yom Kippur si facevano ancora sentire in modo preoccupante. Il rincaro del petrolio e dei suoi derivati avevano eroso pesantemente la crescita delle economie ed i governi occidentali, non ultimo quello italiano, erano alla ricerca affannosa di fonti energetiche alternative all’oro nero. L’energia nucleare era considerata una delle frontiere su cui i Paesi contavano maggiormente. L’Italia, fin dal decennio precedente (che vide la nascita dell’azienda nazionale Enel dalla nazionalizzazione delle compagnie private) si era trovata all’avanguardia nella ricerca e nello sviluppo dell’energia atomica. Dal 1964 tre centrali di prima generazione erano in funzione sul territorio nazionale: quelle di Borgo Sabotino (Latina), di Sessa Aurunca (Caserta) e Trino Vercellese (Vercelli), con i reattori realizzati da Ansaldo su licenza General Electric. Dal 1971 era in costruzione la quarta e più evoluta centrale di Caorso (Piacenza), e nello stesso periodo il Piano Energetico Nazionale del 1975 (noto come piano Donat-Cattin dal cognome del ministro dell’Industria) d’intesa tra governo, Enel e Cnen (poi Enea) avrebbe dovuto portare in 10 anni alla costruzione di ben 20 centrali nucleari in Italia. Anche l’industria pesante e l’Eni furono coinvolti, con quest’ultimo che avrebbe dovuto occuparsi della trasformazione dell’Uranio francese tramite un accordo con Edf, mentre le grandi aziende come Ansaldo già avevano sviluppato un ottimo know-how grazie alle numerose commesse ottenute all’estero. I tempi, insomma, sembravano maturi in quella primavera del 1976 quando si aprì la annuale Fiera Campionaria di Milano, appuntamento-vetrina per l’industria italiana. L’Enel si presentò con un padiglione divulgativo dedicato prevalentemente all’energia dell’atomo, particolarmente studiato per sensibilizzare i milioni di visitatori di quella 54a edizione, aperta poco dopo un convegno presso l’Accademia dei Lincei dove il presidente dell’Enel Arnaldo Maria Angelini indicò nella crescente richiesta di energia dell’ultimo anno il segno di una ripresa industriale alle porte, sottolineando quanto la crescita dei prezzi dell’olio combustibile per l’industria avesse pesato sulla ripresa (800 miliardi di lire), lamentandosi dei ritardi nella costruzione delle altre due centrali (Caorso e Montalto di Castro ndr) e dei crescenti costi per la loro realizzazione. Il ministro «enfant terrible della Dc» usò il padiglione Enel per rimarcare l’intenzione di sbloccare le grandi commesse pubbliche per l’elettronucleare davanti agli operatori del settore, a poca distanza dal plastico realizzato in ogni dettaglio della futura centrale di Caorso, dotata di un reattore di seconda generazione ad acqua leggera e uranio leggermente impoverito di tipo Bwr (Boiling water reactor). Nei grandi pannelli informativi del padiglione l’esaltazione dell’energia nucleare come soluzione alla dipendenza dal petrolio, come fonte pulita, efficiente, alternativa e soprattutto descritta come assolutamente sicura.
Dopo le giornate «radiose» della Fiera tuttavia, la storia del nucleare italiano che pareva allora proiettare il Paese tra i primi tre produttori di energia dalla fissione atomica, fu costellata di ostacoli di varia natura, che in brevissimo tempo metteranno la parola fine all’energia alternativa al petrolio e alle altre fonti importate. Se la centrale di Caorso vedrà la luce (pur con ritardo) nel 1981, quella di Montalto di Castro, iniziata nel 1982, non entrerà mai in funzione con grave perdita per Enel. Inoltre giocò un ruolo di opposizione la politica locale, con gli scontri sulla localizzazione delle aree destinate al nucleare che rallentarono ulteriormente la marcia dell’atomo italiano. Determinanti furono poi gli incidenti agli impianti nucleari all’estero. Il 28 marzo 1979 si verificò un grave incidente alla centrale di Three Mile Island in Pennsylvania, dove un principio di fusione del nocciolo fece rischiare la catastrofe, evitata solo perché le strutture di contenimento ressero. Ma il panico si diffuse anche in Europa, dove contemporaneamente nascevano i movimenti contro l’energia atomica. Nel 1978, intanto, era stata fermata la centrale del Garigliano a Sessa Aurunca per manutenzione. La poca vita rimanente dell’impianto e la paura per la localizzazione dell’impianto in zona sismica dopo il terremoto del 1980 ne decretarono la dismissione nel 1982.
Il 1986, esattamente un decennio dopo quell’ edizione della Fiera di Milano dedicata ai traguardi del nucleare, fu l’annus terribilis per l’energia atomica, con l’incidente alla centrale nucleare di Chernobyl in Ucraina. L’anno seguente un referendum mise la parola fine al nucleare italiano e tutte le centrali italiane furono fermate e successivamente smantellate.
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Giorgio Gandola ospita il senatore Claudio Borghi (Lega) per un’analisi senza filtri sulla tempesta che minaccia l’Italia. Tra venti di guerra, crisi energetica e la rigidità glaciale di Ursula von der Leyen, il quadro che emerge è quello di un’Europa a due velocità che gioca con le carte segnate e in cui il nostro Paese è tenuto volutamente in svantaggio. Intanto a Trump non basta più attaccare l’Iran: ora se la prende pure con papa Leone XIV.