di
Daniela Polizzi
Dopo il voto in assemblea che gli ha garantito la possibilità di tornare ad amministrare la banca che ha risanato (e che lo aveva licenziato), Lovaglio è pronto a tornare a Siena. Mentre si chiariscono le mosse della Delfin, determinante nel portare al «ribaltone» rispetto alle previsioni della vigilia
Luigi Lovaglio è pronto per tornare al lavoro a Siena, dove i dipendenti hanno accolto festeggiando la notizia del suo ritorno in Mps nel ruolo di Ceo. Congratulazioni e complimenti hanno affollato di messaggi il suo telefono (solo a notte fonda è riuscito a «leggerli tutti», ha detto) la sera di mercoledì quando è stato chiaro che l’assemblea della banca aveva deciso il suo ritorno. Commosso, affiancato da Pierluigi Tortora e da sua figlia Eleonora, gli imprenditori che lo hanno candidato alla guida operativa nella lista presentata per il rinnovo del consiglio del Monte. «Nessuna senso di rivalsa, ma grande senso di riconoscenza verso l’ingegner Tortora e la sua famiglia e altrettanta riconoscenza verso gli azionisti che ancora una volta mi hanno confermato la fiducia. Non vedo l’ora di ricominciare», ha detto il manager che ora torna a Siena dove anche i piccoli imprenditori, i commercianti, gli albergatori, tanti clienti del Monte, non hanno mai tolto la fiducia alla banca sotto la sua guida e ora sono felici di rivederlo.
Ora lo aspetta una tabella di marcia fitta che dovrà portare alla fusione tra il Monte dei Paschi e Mediobanca.
Su Lovaglio, che partiva con l’1,2% dei Tortora, si è riversato il consenso del 32,5% del capitale, con il contributo decisivo di Delfin, primo azionista di Mps con il 17,5%, che fino all’ultimo ha tenuto le carte coperte ma il cui voto è stato coerente con l’apprezzamento espresso per il lavoro fatto in quattro anni dal risanatore di Mps. Sul manager e sugli altri candidati della sua lista sono confluiti i voti altrettanto decisivi di Banco Bpm (3,7%), che attraverso la rete del Monte distribuisce i fondi di Anima sgr e che quindi ha difeso i suoi accordi commerciali seguendo la lista più forte, quelli di grandi fondi internazionali, tra cui Norges Bank e Blackrock, dell’imprenditore Giorgio Girondi e dell’avvocato Massimo Malvestio. Dopo i risultati dell’assemblea, il titolo ha chiuso con + 4,67, e ancora ieri ha concluso la giornata segnando un +2,17%, fissando il prezzo a 8,79 euro.
L’attenzione del mercato si è puntata sulle scelte di Delfin della famiglia Del Vecchio. Fino a qualche giorno fa l’attesa era che la holding potesse astenersi in assemblea. Invece la finanziaria presieduta da Francesco Milleri – azionista del Monte con il 17,5% – ha scelto il terreno di gioco lanciando un segnale a Lovaglio e al mercato. Con il suo voto Delfin ha scelto la continuità – dicono fonti vicine alla società – non è stata presa una posizione contro qualcuno ma in continuità con le decisioni prese a gennaio 2025 quando il Monte decise di scalare Mediobanca e dare il via al terzo polo. La convinzione della holding è che Lovaglio possa «tenere nei binari» un’operazione di successo. Non è quindi una vittoria – è la conclusione – ma la continuità strategica del progetto deciso. Quando il contesto e quindi gli schieramenti in campo sono stati chiari, è anche apparsa a Delfin altrettanto chiara la decisione da prendere. Insomma, è la banca che ha vinto; non è questione di schieramenti. La posizione della holding resta comunque defilata.
Stare nei binari è insomma fondamentale in un momento in cui il prossimo passo del risiko secondo i rumor di mercato potrebbe portare a un ritorno del progetto di fusione tra il Banco e Mps. Ma, senza per forza aprire nuovi scenari, c’è una stabilità necessaria per una catena di controllo lungo che da Mps si estende a Mediobanca per arrivare su Generali, di cui Delfin ha il 10,2%.
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17 aprile 2026 ( modifica il 17 aprile 2026 | 05:27)
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