di
Riccardo Bruno

Parla Vittorio Parpaglioni: «Lei voleva restare in Italia, è stato un viaggio forzato, ricordo gli sguardi, non parlava più»

Che significato ha avuto per lei questa archiviazione?
«Sicuramente ho tirato un sospiro di sollievo. Dopo due anni e mezzo di attesa ho saputo qual era il mio destino, perché rischiavo una condanna da 5 a 12 anni. Ed è anche una vittoria. Per me e per mia madre e la sua storia».

Vittorio Parpaglioni adesso ha 28 anni. Alla fine di ottobre del 2023 accompagnò la madre, l’attrice e regista Sibilla Barbieri, malata oncologica terminale, a morire in Svizzera dopo che l’Asl Roma 1 le aveva negato la possibilità del suicidio assistito. Adesso il gip ha archiviato il procedimento penale nei suoi confronti, e per Marco Perduca e Marco Cappato, dell’Associazione Luca Coscioni: il primo era partito con loro a Zurigo, il secondo aveva organizzato il viaggio.



















































Si chiude definitivamente una ferita rimasta aperta?
«Anche troppo a lungo, quando mi sono autodenunciato pensavo che i tempi fossero più brevi. Dal punto di vista personale la ferita rimane presente, è sempre visibile. E da quello politico questa storia non finisce qui. Anzi adesso avrò la possibilità di agire con più serenità e libertà».

Lei e la sua famiglia avete denunciato l’Asl per rifiuto di atti d’ufficio e tortura.
«L’Asl ha agito in maniera frettolosa e inadeguata rispetto a quello che era l’orientamento della Corte costituzionale. Quando si tratta della morte di una persona, non si può dedicare solo un’ora, fare un paio di domande e leggere un po’ di carte».

Per il Comitato etico c’erano tutti i quattro presupposti richiesti dalla Consulta. L’Asl ha negato il via libera perché sua madre non dipendeva da macchinari ma da una terapia farmacologica. Secondo lei perché ha deciso così?
«Credo che ci sia una grande paura di sbagliare, anche perché non c’è una legge nazionale sul fine vita. Si va avanti con le sentenze della Consulta, che sono importantissime ma purtroppo nell’applicazione possono creare confusione».

Il disegno di legge del governo attualmente in discussione, proprio sul sostegno vitale, è più restrittivo rispetto alle aperture giurisprudenziali.
«La tendenza in questo momento non sembra andare verso una legge equa. Se qualche anno fa sembrava che avessimo fatto qualche passo avanti, adesso sembra che si stia tornando indietro».

Perché in Italia questo tema è così divisivo?
«Da un lato l’ingerenza del Vaticano, dall’altro credo che nel nostro Paese sia complesso parlare di morte. Nessuno, anche tra i partiti di centrosinistra che hanno una componente cattolica all’interno, vuole prendersi in carico questi problemi. Anche se credo che la maggioranza degli italiani sia a favore, persino dell’eutanasia».

Cosa le rimane di quelle ultime settimane insieme a sua madre?
«Sono immagini dolorose. Mia madre avrebbe preferito restare in Italia, è stato un viaggio forzato. Ricordo soprattutto i suoi sguardi, perché lei non riusciva più a parlare, era una comunicazione più che altro sensoriale. E la comunione d’intenti, il fatto che abbiamo condiviso insieme questa scelta, noi non ci siamo mai sentiti soli».

All’inizio non voleva che fosse lei ad accompagnarla.
«Ho insistito perché accettasse la mia presenza. In realtà era intellettualmente e politicamente d’accordo, ma da madre temeva che potessi avere ripercussioni legali».

C’è qualcosa di cui si pente, o che avrebbe voluto fare?
«Per quanto in questi anni mi sia impegnato, forse avrei dovuto fare di più, parlare e farmi ascoltare maggiormente. Avrei dovuto fare in modo che la sua voce e il suo gesto fossero ancora più vivi e presenti».

Lei è scrittore e sceneggiatore. Come entra questa esperienza nella sua attività?
«Il lavoro artistico comporta la necessità di scavarsi dentro, e per me questo è stato particolarmente faticoso. Allo stesso tempo, il modo così limpido di comunicare di mia madre mi ha dato forza e la consapevolezza di riuscire a poter dire la verità anche nelle condizioni più estreme».

C’è un insegnamento in particolare che ricorda?
«Una cosa molto bella che mi ha ripetuto fino alla fine, è che bisogna amare degnamente. Era consapevole che i suoi giorni stavano per finire, e mi suggeriva una forma d’amore diversa da quella più classica. Un amore che sia degno della vita stessa, che si prende cura degli altri e di tutto ciò che fai».

19 aprile 2026