Resta da capire solo un aspetto, non di poco conto: se l’esibizione dei tanti record di Justin Bieber all’ultima edizione del Coachella sia l’inizio di una nuova fase della sua carriera o, in senso ampio, la fine. Ricapitolando: in quello che è il festival di musica più seguito e importante al mondo (si parla di numeri, non d’influenza o qualità: è da anni che si dice che, da quella parti, il buongusto sia al tracollo), la 32enne popstar canadese si è presentata in calzoncini e con solo un laptop con sé, in un set spartano a fronte del più grande cachet mai ricevuto da un artista su quel palco (dieci milioni di dollari per due weekend), mettendo in proiezione i video dei suoi primi successi – quelli della generazione YouTube, che 15 anni fa l’avevano reso icona globale e appunto generazionale – in una sorta di karaoke con il pubblico.
Presentarsi così – senza filtri né sovrastrutture, minimale, dopo aver peraltro interrotto i rapporti con figure chiave ma problematiche per lui, come il manager Scooter Braun – è servito a chiudere il cerchio con un passato che negli ultimi tempi gli aveva presentato il conto, tra le voci su un suo coinvolgimento tra le vittime nel caso P Diddy e i problemi – quelli sì, ammessi da lui stesso – di salute fisica e mentale di cui ha sofferto. L’idea, ecco, è che gli anni d’oro dell’adolescente biondo e bello, senza macchia né paura, con un talento da performer grosso così e passato dalla cameretta ai palchi come niente (il nuovo sogno americano, anzi, canadese), non siano stati come li vedevamo: interessi manageriali e discografici alle spalle che alla fine ha scontato sulla propria pelle (insomma, pensavano più a loro che a lui), varie dipendenze, pressioni e una crescita personale, soprattutto, sfalsata da una fama arrivata in un momento di vita delicato.
Non per mascherare l’inganno per cui Babbo Natale non esiste, ma va detto che la parte in cui si è esibito al Coachella con un laptop, cantando i classici della prima ora, quella che insomma ha fatto il giro del mondo, ha macinato record su record di visualizzazione, di cui tutti abbiamo già parlato, eccetera, be’… è stata solo una parte – minima, una manciata di minuti – di un concerto più ampio, strutturato e variegato, in cui ha attraversato tutta la carriera. Che significa quindi? Che al di là del momento revival e nostalgia che già attraversa l’immagine di un’artista comunque classe 1994 – ma comunque in circolazione dal 2009, certo – Bieber, nelle idee del pubblico, non è mai davvero uscito dalla sua epoca e dall’adolescenza: quella resta la sua parte più importante, più richiesta e che rischia, soprattutto, di diventare una trappola, come un eterno adolescente fuori tempo massimo, che non sa cosa fare da grande.
Appunto, un’esibizione che è chiusura di un cerchio, un modo per esorcizzare i fantasmi del Natale passato, ma anche per ricordarci che a livello artistico, intorno a sé, in questo momento ha il vuoto. Non c’è da girarci tanto intorno, il passaggio è stato perfino fisiologico, fatto sta che il modello di popstar che ha incarnato è figlio del proprio tempo, un tempo finito, in mano a una generazione che ora ha trent’anni, soppiantata da ragazzi e ragazze con tutt’altre idee e riferimenti. In questo senso, ha colpito – nel secondo weekend – l’ospitata a sorpresa di Billie Eilish, una delle tante star di oggi (è del 2001) dichiaratamente cresciuta con la musica di Bieber. Eppure, se si confrontano i rispettivi percorsi alla stessa età, sono agli antipodi in termini di comunicato e percepito: lui ha rappresentato un tipo di popstar lontana dal pubblico, perfetta, in un momento in cui gli adolescenti e non solo avevano bisogno di idoli migliori di loro (e infatti dunque bellissimi, senza macchia né paura, ma che appunto nascondono la polvere sotto il tappeto); lei, al contrario, risponde a un periodo storico in cui la gente preferisce che le star siano fallibili, ammettano difficoltà e quant’altro, insomma che abbiano i loro stessi problemi.