Il coach parla del lavoro fatto insieme al tecnico australiano che ha portato l’azzurro al n.1: “Spero che Darren non se ne vada. Per fortuna Alcaraz ci costringe a migliorare di continuo, è sempre così con i grandi campioni. Io con un altro atleta? Magari Sinner prima o poi potrà avere voglia di cambiare”


Federica Cocchi

Giornalista

22 aprile – 08:35 – MADRID

La famiglia Sinner è riunita. Quella tennistica, s’intende. Darren Cahill ha raggiunto a Madrid Simone Vagnozzi per preparare questo rush finale direzione Parigi. Saranno sei settimane senza respiro per il numero 1 al mondo ma “Vagno” sa bene fin dove può spingersi il suo giocatore.

Simone, non ci aspettavamo di vedere Jannik a Madrid… 

“Abbiamo avuto tanto tempo per allenarci a Indian Wells e siamo preparati. Jannik già durante Montecarlo è sempre stato meglio col passare del tempo. Se non fossimo venuti a Madrid sarebbe passato troppo tempo tra quel torneo e Roma. Lui sta bene, non c’è da preoccuparsi”.

Come gestirete questo triplo impegno sul rosso?

“Non c’è miglior allenamento della partita. Quando un giocatore vince e gioca bene spreca meno energie. Puoi allenarti tre mesi benissimo, ma se arrivi alla prima partita senza ritmo, sprechi più benzina di uno che è in fiducia. Bisogna trovare equilibrio, essere flessibili, adattarsi. Vediamo quando finirà qui il torneo e in base a quello programmeremo gli allenamenti. Abbiamo fatto questa scelta perché crediamo sia la migliore per tutta la stagione sulla terra”.

Nel Principato, dopo la vittoria, abbiamo visto Jannik molto emozionato rispetto ad altri successi: c’è un motivo? 

“È stato l’insieme di tante piccole cose: è stato il primo torneo importante sulla terra, negli anni era stato un po’ sfortunato, aveva sempre giocato bene ma senza riuscire a portarlo a casa. Poi la finale con Carlos, la lotta per il numero uno”.

Quindi ci tiene al numero 1…

“Certo, quello che conta è la fine dell’anno, ma tornare numero uno dopo i tre mesi senza giocare è stato importantissimo. E poi la festa del pubblico italiano, che era la quasi totalità. Tutto questo ha reso il momento molto emozionante per tutti”.

Alcaraz ha detto che forse sarebbe stato un giocatore diverso senza Jannik. E lui senza Carlos?

“Sicuramente Carlos ti mette in difficoltà e ti spinge a migliorare. Vai in campo e capisci su cosa lavorare. È successo anche con Medvedev, con Djokovic. I grandi campioni ti costringono sempre a trovare soluzioni”.

A Roma e Parigi lo spagnolo potrebbe non esserci. E a Sinner non fa piacere…

“È normale. Vincere una finale con Carlos in un torneo importante dà una sensazione diversa. Poi è sempre successo nelle rivalità che qualcuno abbia acciacchi, anche con i Big Three”.

Il suo giocatore, però, a parte qualche calo, è sempre rimasto integro. Qual è il segreto?

“Siamo partiti da una buona base, poi un team di altissimo livello e magari anche un pizzico di fortuna. Questi ragazzi si allenano 300-320 giorni l’anno, colpiscono tantissime palle e il gioco è sempre più intenso. È impossibile dire ‘facciamo così e non succederà nulla’, ma lavoriamo con grandi professionisti”.

​Ieri è arrivato anche Darren Cahill. Un sodalizio, il vostro, che non conosce crisi.

“Penso che si stato fondamentale che tra noi non ci sia mai stato un numero uno o numero due. All’inizio ci siamo conosciuti, poi abbiamo condiviso la stessa visione su Jannik. Abbiamo capito dove lavorare ognuno nel proprio ambito. A volte, un po’ come nei matrimoni, è necessario fare un passo indietro per far funzionare le cose…”.

Ho capito che Jannik era speciale già prima di allenarlo, in lui vedevo doti incredibili

E come farà quando a fine anno se ne andrà?

“Io spero che non se ne vada… Anche se non è sempre facile lavorare in due, ognuno ha il proprio ruolo”.

Il suo qual è con Jannik?

“Io sono il rompiballe… Sono quello che deve dire le cose scomode. Il poliziotto cattivo, diciamo. Darren è più allegro, quello che stempera le tensioni”.

Come avete portato Sinner a questo livello dal 2022 a oggi? 

“Non esiste la bacchetta magica. Serve visione a lungo termine. Devi pensare a che giocatore vuoi nell’arco di due o tre anni e lavorare in quella direzione. Noi ci siamo messi in gioco da subito toccando tante cose, è stato un rischio, poteva anche non andare bene. Invece con pazienza, fatica e costanza siamo arrivati fin qui. Ma Sinner è ancora un giocatore in evoluzione, non è ancora al massimo del suo potenziale”.

Le sconfitte di Melbourne e Doha avevano fatto scattare l’allarme crisi. Che rapporto ha con le critiche?

“Fanno parte del gioco. Quando abbiamo iniziato ci si chiedeva se potesse vincere ancora, poi se sarebbe diventato numero 1. Adesso sembra tutto normale e scontato. Ma la sconfitta fa parte del gioco”.

Ma che tipo è questo Sinner?

“Un ragazzo di 24 anni a cui piace divertirsi, stare con gli amici, fare scherzi. Poi mette la massima serietà quando gioca, o quando si allena, ma fuori dal campo è gioioso e ama fare una vita normale”.

Si vedrebbe nel box di un altro giocatore?

“Al momento no, ma magari Jannik potrebbe aver voglia di cambiare prima o poi, di non sentirsi dire le cose sempre dalla stessa persona. E comunque penso che i grandi coach siano quelli capaci di ottenere grandi risultati con diversi giocatori. Come Darren, ad esempio”.

Quando ha capito di avere per le mani un ragazzo speciale? 

“Già prima di allenarlo. Guardando gli altri giocatori immagino sempre cosa avrei potuto fare con loro. In lui vedevo qualità incredibili. Non sbagliavo”.