Il nuovo modello ha raggiunto una capacità di fotorealismo elevatissima, così come coerenza e precisione. Distinguere realtà dai deepfake sarà sempre più difficile.

«Show, don’t tell». Ovvero, mostra, non limitarti a dirlo. Questa è una delle massime più celebri nel mondo del marketing, la cui filosofia è sovente utilizzata anche dai brand di tecnologia. E la stessa è stata utilizzata da OpenAI per mostrare le capacità del nuovo modello introdotto nelle scorse ore, ovvero ChatGpt Images 2.0. L’aggiornamento è stato pensato per essere utilizzato anche in un ambito lavorativo reale e non solo per diletto o sperimentazione.

Le capacità di ChatGpt Images 2.0

Secondo quanto riferito dalla società, le nuove capacità di Images 2.0 consentono la generazione di immagini più precise anche per attività complesse, ed in grado di supportare formati con proporzioni compatibili per creare elementi grafici come banner, slide o poster. 



















































La parte più interessante del nuovo aggiornamento riguarda però le capacità di ragionamento già presenti in ChatGpt relative alla produzione delle immagini. La nuova funzionalità ora può contare anche sulla ricerca Web così da poter rendere la risposta al prompt dell’utente più precisa. 

Qualità e quantità

Non è solo una questione di qualità, ma anche di quantità. Stando a quanto affermato da OpenAI, ora è possibile anche generare fino a 8 risultati coerenti con un’unica richiesta. Come ad esempio creare un set di poster, una storia a fumetti o campagne creative che necessitano più formati. 

Ma più che a parole, per rispettare la legge del «Show, don’t tell», OpenAI sul proprio sito Web ha spiegato, con il supporto di immagini, la vera portata del nuovo modello. Un carosello in cui sono state pubblicati diversi casi d’uso con una didascalica spiegazione. Poster vintage, fumetti, manga, foto sintetiche che richiamano decenni passati, infografiche, foto artificiali caratterizzate da un fotorealismo che sembra aver superato in modo definitivo quelle imperfezioni che rendevano (abbastanza) semplice ricondurre l’opera come creata dall’AI.

La nostra prova

Oltre alle immagini sample utilizzate da OpenAI, ci siamo messi di buona lena e abbiamo testato anche noi le nuove capacità del modello. Per farlo abbiamo scomodato Kandinsky, Van Gogh, i manga, la dichiarazione di indipendenza americana e gli ideogrammi cinesi. I risultati hanno una precisione che lascia un po’ spiazzati.

In particolare, la dichiarazione di indipendenza su un vecchio papiro riporta in caratteri cinesi quello che è contenuto nella copia originale, senza che venisse dato alcun prompt all’AI, che l’ha recuperata in autonomia dalle proprie conoscenze. Difficile pensare che la nuova implementazione non interesserà (negativamente) gli strumenti online pensati per i creativi e per la produttività. Quel che è certo è che, almeno nel fotorealismo, distinguere realtà da deepfake diventa sempre più difficile. 

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22 aprile 2026