di
Giuliana Ferraino

Il giurista Fabbrini sostiene che la sicurezza dell’Europa non va costruita da zero. «Il trattato Ced prevede già un esercito europeo dal 1952. Serve solo la ratifica di Italia e Francia per riportarlo in vita»

Un esercito europeo? Il progetto c’è già ed è vecchio di settant’anni. Mentre il dibattito sulla difesa continentale si intensifica, accelerato dal nuovo atteggiamento degli Stati Uniti di Trump, che ora minaccia persino il ritiro dalla Nato, e dalle mire espansionistiche russe dopo l’invasione dell’Ucraina, si continua a ragionare come se tutto fosse da costruire da zero. Ma la strada potrebbe essere già tracciata, sepolta in un trattato firmato a Parigi nel 1952 e mai formalmente abbandonato: la Comunità europea di Difesa, la CED. Un esercito comune, un bilancio condiviso, istituzioni dedicate. Un progetto che all’epoca fu affossato dal parlamento francese, ma che — giuridicamente — non è mai morto.

A riportarlo al centro del dibattito è Federico Fabbrini, ordinario di diritto alla Dublin City University e Fulbright-Schuman Fellow in International Security alla Kennedy School of Government di Harvard, nel suo libro L’esercito europeo. Difesa e pace nell’era Trump (Il Mulino). La sua tesi è semplice quanto dirompente: per costruire una difesa europea credibile non serve inventare nulla di nuovo. Basta che Italia e Francia ratifichino ciò che firmarono più di settant’anni fa.



















































L’invasione russa dell’Ucraina ha riportato la guerra tra Stati in Europa. È una rottura irreversibile dell’ordine postbellico o una parentesi?
«L’invasione del 2022 è certamente uno spartiacque: per la prima volta dal 1945 un paese attacca militarmente il suo vicino, qualcosa che credevamo archiviato dall’ordine internazionale costruito dopo la Seconda guerra mondiale. Ma il vero momento di rottura per il dibattito sulla difesa europea è il ritorno di Trump alla Casa Bianca. La Russia riaccende la minaccia; è l’America che si ritira a esporre tutte le debolezze di un’Europa che per settant’anni si era adagiata sulla Nato».

Quanto è cambiato davvero il rapporto transatlantico?
«È un cambiamento strutturale. E non dipende solo da Trump. Anche se lasciasse la Casa Bianca — tutto da vedere — non sarebbe possibile recuperare il legame transatlantico della Guerra fredda. La vera eccezione storica è Biden, non Trump. La strategia di sicurezza nazionale di questa amministrazione è chiarissima: l’Europa non è un’alleata prioritaria. Pensare di aspettare che passi la mareggiata sarebbe un errore gravissimo».

Oggi l’Europa è in grado di difendersi da sola?
«Nell’immmediato, no. Dipendiamo dall’apparato militare americano su tre livelli: le forze sul campo — centinaia di migliaia di soldati nelle basi europee —, i cosiddetti abilitatori strategici come satelliti, rifornimento e capacità di colpire a lunga distanza, e infine una cultura consolidata di gestione dei conflitti che noi non abbiamo. Detto questo, l’Unione Europea è una delle aree più ricche al mondo: abbiamo le risorse tecnologiche e finanziarie per colmare questo gap. Quello che manca è la capacità politica».

La Nato può sopravvivere senza la leadership americana stabile?
«La Nato è un’alleanza confederale: non esiste un esercito della Nato, ogni paese mantiene le proprie forze armate e la propria catena di comando. L’alleanza funziona solo perché c’è un azionista di maggioranza — gli Stati Uniti — che ha messo sia le capacità operative che, soprattutto, la volontà politica di rendere credibile l’articolo cinque. Senza gli americani, la Nato non può davvero funzionare. Quello che si può salvare sono i meccanismi istituzionali rodati in settant’anni, purché gli europei li riempiano di capacità reali».

Il piano ReArm EU della Commissione europea non va in questa direzione?
«Sono critico di quel programma. La risposta di Bruxelles alla rielezione di Trump — allentare le regole fiscali del Patto di stabilità e creare il fondo Safe per prestiti alla difesa — non costruisce una difesa europea: si basa interamente sul riarmo nazionale. Gli effetti sono molto asimmetrici: non tutti i paesi hanno lo stesso spazio fiscale, e quelli più piccoli non riusciranno a tradurre la spesa in nuove capacità. Lo scenario verso cui ci stiamo incamminando è una grandissima asimmetria, con un solo paese — la Germania — che potrà costruire un esercito da mille miliardi mentre gli altri resteranno indietro. Frammentazione, sprechi, pochissima interoperabilità».

C’è chi teme una nuova Germania militarizzata ed egemone.
«Avevo già questi timori un anno fa, e parlarne era impopolare. Ma tutto questo è stato fatto senza una strategia di lungo termine. Ironicamente, il tema del riarmo tedesco era centrale ottant’anni fa: il progetto della Comunità europea di difesa nacque proprio per risolvere il problema di come riarmare la Germania in un quadro europeo. Quello che invece stiamo facendo è ricostruire un grandissimo esercito tedesco. E tra due anni potremmo avere esattamente quel programma guidato dall’estrema destra».

Lei propone di rilanciare la Comunità europea di difesa — la CED. Di cosa si tratta esattamente?
«La CED era un progetto avanzato nei primissimi anni del dopoguerra da statisti come De Gasperi, Spinelli, Adenauer, Schuman e Monnet: un esercito comune integrato tra i sei paesi fondatori, finanziato da un bilancio comune, governato da istituzioni comuni, collegato alla Nato e aperto all’adesione di nuovi paesi. Nel 1952 fu firmato un vero trattato istitutivo a Parigi. Quattro paesi su sei lo ratificarono — inclusa la Germania, con modifica costituzionale. Nel 1954 il parlamento francese decise di posticipare la ratifica, segnando di fatto l’abbandono del progetto».

Ma quel trattato è ancora giuridicamente valido?
«Sì, ed è il punto centrale. Il trattato non è mai morto: è rimasto in una sorta di limbo giuridico. Con la ratifica da parte dei due paesi che non lo fecero allora — Italia e Francia — si potrebbe portarlo in vita oggi, in tempi relativamente brevi. Si creerebbe così un nucleo europeo con un vero esercito comune, un bilancio comune e istituzioni dedicate, all’interno del quadro atlantico».

Come verrebbe finanziato e governato questo esercito?
«Il trattato prevedeva un bilancio comune con la possibilità di emettere debito — una sorta di eurobond per la difesa — senza l’obbligo di pareggio di bilancio che vincola invece il bilancio dell’Unione. Sul piano istituzionale, c’era un parlamento bicamerale, un consiglio dei ministri e un commissariato collegiale di nove membri con il potere di decidere sull’uso della forza. De Gasperi e Spinelli avevano capito che non si può avere un esercito comune senza un governo comune: unione militare e unione politica avanzano insieme».

Sarebbe aperto anche ad altri paesi, come la Polonia o persino il Regno Unito?
«Il trattato era by design aperto all’adesione di nuovi paesi. Il precedente più calzante è Schengen: nato tra cinque dei dieci paesi della Comunità economica europea, allargato poi quasi a tutti. La stessa logica si applicherebbe alla CED — un’avanguardia crea la struttura, poi gli altri aderiscono. C’è anche un vantaggio sottovalutato: i paesi fondatori avrebbero il diritto di non ammettere paesi indesiderati, come l’Ungheria durante la leadership di Orban, che oggi paralizza qualsiasi decisione nel Consiglio europeo con il suo veto».

E il Regno Unito, fuori dall’Unione europea?
«Il trattato originario include già un protocollo che stabilisce un meccanismo di mutua difesa tra la CED e il Regno Unito — qualcosa di paragonabile all’articolo cinque della Nato. Oggi, dopo Brexit, non esiste tra Europa e Londra nessun accordo militare vincolante, solo una dichiarazione politica. La CED attiverebbe automaticamente qualcosa di molto più solido».

Gli eserciti europei sono oggi pronti a integrarsi operativamente?
«No, e questo è il nodo. Ogni paese ha linee di comando e controllo separate, sistemi d’arma diversi, dottrine militari diverse. La CED prendeva il toro per le corna: integrava le forze armate in un unico esercito con strutture di comando unificate, una nuova dottrina comune e addirittura un monopolio nell’industria della difesa. Solo una soluzione di tipo CED ci consentirebbe, per esempio, di mettere sul campo una forza di rassicurazione in Ucraina. Oggi non siamo in grado di farlo senza che siano gli americani a farsi carico dello sforzo principale«.

La Francia — che bloccò tutto nel 1954 — sarebbe oggi disponibile a ratificare?
«L’ambiguità francese è una costante storica: la CED fu proposta da Parigi nel 1951 dal premier Pleven, e fu Parigi a bloccarla tre anni dopo. Macron è l’europeista più convinto della Quinta Repubblica, ma il suo recente discorso sulla deterrenza nucleare non propone di europeizzare la bomba francese. Però, credo che la risposta verrà proprio dal riarmo tedesco: quando anche a Parigi si farà i conti con una Germania che può costruire un esercito molto più grande del proprio, tornerà esattamente lo stesso dilemma degli anni Cinquanta — meglio una Germania con il suo enorme esercito, o cedere sovranità per costruire un esercito comune insieme ai tedeschi? È come fu per il marco e la Banca centrale europea».

E in Italia? C’è un movimento politico concreto?
«Sì, e questo mi sorprende positivamente. Sono state presentate proposte di legge sia alla Camera che al Senato per la ratifica del trattato CED da parte dell’Italia. L’iniziativa viene da Italia Viva, ma c’è un interesse trasversale che tocca anche il Pd e settori di Forza Italia. E ha senso soprattutto per noi: l’Italia non ha lo status nucleare della Francia né la capacità finanziaria della Germania. È solo lavorando dentro una soluzione sovranazionale come la CED che possiamo avere vera voce in capitolo».

Che probabilità dà a questo progetto?
«Non faccio il bookmaker. Ma il fatto stesso che stiamo avendo questa conversazione — che si possa pubblicare un libro intitolato L’esercito europeo e che venga preso sul serio in Parlamento — è già l’indice di un grandissimo cambiamento di percezione. Tre anni fa la gente sarebbe scoppiata a ridere. Quando cambia il mondo, deve cambiare anche la politica».

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23 aprile 2026 ( modifica il 23 aprile 2026 | 15:07)