di
Serena Palumbo
Dal 2006, anno del suo ingresso nella redazione del quotidiano al-Akhbar, si era occupata delle comunità del Libano meridionale. Il ricordo dei gruppi animalisti
Aveva raccontato di aver ricevuto minacce da numeri telefonici israeliani. Intimidazioni mirate a fermare il suo lavoro, a spegnere la sua voce. La stessa che per anni è stata strumento e missione: raccontare il Libano. Amal Khalil, giornalista 43enne del quotidiano al-Akhbar, lo aveva fatto senza interruzioni fino al 22 aprile, quando un raid israeliano l’ha uccisa.
È morta sul campo, come aveva vissuto la sua professione, mentre stava realizzando un reportage nel villaggio di al-Tayri, nel sud del Libano, insieme alla foto-reporter freelance Zeinab Faraj. Entrambe si erano rifugiate in un’abitazione dopo che un raid israeliano aveva colpito l’auto che le precedeva, causando la morte di due persone. Un secondo attacco è avvenuto mentre si trovavano ancora all’interno dell’edificio. All’arrivo dei soccorritori, Faraj è stata estratta viva, seppur ferita. Khalil, invece, è rimasta intrappolata sotto le macerie.
L’Unione dei giornalisti del Libano ha riferito che, quando i medici hanno tentato di prestarle soccorso, le forze israeliane hanno impedito l’accesso all’area. Il corpo di Khalil è stato recuperato poco prima della mezzanotte, almeno sei ore dopo l’attacco. Il primo ministro libanese Nawaf Salam, rivolgendosi a Israele, ha scritto su X che «prendere di mira i giornalisti, impedire alle squadre di soccorso di raggiungerli e colpire nuovamente i luoghi in cui si trovano dopo l’arrivo dei soccorritori costituisce un crimine di guerra». Israele ha negato queste accuse e ha dichiarato che l’incidente è oggetto di indagine.
In ogni caso, ancora una volta, Khalil stava documentare ciò che accadeva nella sua terra. Dal 2006, anno del suo ingresso in redazione, aveva costruito una carriera ventennale dando spazio alle storie delle comunità del Libano meridionale: uomini, donne, bambini. Ma anche animali, spesso le vittime più dimenticate. Una parte significativa del suo lavoro, infatti, era dedicata proprio a loro. Cani, gatti e animali da reddito colpiti dalla guerra, abbandonati, privi di assistenza e quasi sempre invisibili nel racconto pubblico. L’ultimo esempio risale al giorno prima della sua morte: il 21 aprile, quando aveva pubblicato sui social un video in cui si vedevano dei cavalli vagare tra le macerie. «Tre cavalli dispersi tra gli avidi e i costruttori dopo essere stati sfollati da chi li accudiva», aveva scritto.
Un’immagine che riflette una realtà sempre più diffusa nel Paese. I bombardamenti e gli ordini di evacuazione, soprattutto nel sud del Libano, costringono molte persone a fuggire lasciando indietro animali domestici e da reddito. Così, tra strade distrutte ed edifici crollati, si moltiplicano le presenze di animali denutriti, disorientati e persino feriti. Contesto nel quale il lavoro di Amal Khalil ha rappresentato una testimonianza preziosa. La sua morte, oltre a colpire profondamente il mondo dell’informazione, ha suscitato dolore anche tra le associazioni animaliste locali.
Tra queste, Animals Lebanon ha scelto di ricordarla con un video che la ritrae mentre si prende cura di cani e gatti vittime della guerra. A corredo, un messaggio che restituisce il senso della sua eredità: «Siamo profondamente addolorati. Oltre al suo lavoro, Amal ha dimostrato compassione nei momenti che contavano, prendendosi cura degli animali. In mezzo a tutto, non ha distolto lo sguardo. La ricordiamo come una persona gentile e compassionevole, la cui empatia si estendeva ai più vulnerabili. La perdita di persone come lei è una perdita per tutti noi».
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27 aprile 2026 ( modifica il 27 aprile 2026 | 07:25)
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