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Anche al polso, Andre Agassi seguiva la stessa logica. In un’epoca in cui indossare un orologio durante un match era tutt’altro che comune, la sua scelta andava controcorrente: istintiva, personale, coerente con quell’estetica che stava ridefinendo il tennis. È in questo contesto che si inserisce il legame con EBEL, nato tra la fine degli anni ’80 e l’inizio dei ’90, quando le collaborazioni tra atleti e marchi non erano ancora costruite a tavolino. Più che una sponsorizzazione, era una sintonia. Le linee pulite ma sportive degli orologi EBEL dialogavano con l’immagine di Agassi, sospesa tra performance e stile, disciplina e rottura.

In alcune campagne dell’epoca, il tennista appare con modelli dalle tonalità blu, in un richiamo sottile al suo immaginario denim, creando un’allineamento visivo spontaneo, mai forzato. Il momento simbolo arriva nel 1992, quando Agassi conquista il suo primo titolo Slam a Wimbledon indossando un EBEL Sport Classic. Un dettaglio che oggi può sembrare secondario, ma che allora raccontava un cambio di paradigma: l’accessorio che entra in campo, diventando parte integrante dell’identità dell’atleta. «Un passaggio che rappresenta ancora oggi una pietra miliare sia nella sua carriera sia nella storia di EBEL» raccontano a GQ via mail i rappresentanti del brand svizzero che abbiamo contattato qualche giorno fa, «Al di là di questo episodio iconico, il linguaggio stilistico di EBEL in quegli anni — definito da un’estetica al tempo stesso raffinata e sportiva — risuonava perfettamente con l’immagine di Agassi. Nei suoi esordi, il tennista incarnava uno spirito audace, espressivo e fuori dagli schemi, e gli orologi EBEL, con la loro sportività elegante, riflettevano questa dualità tra performance e stile».