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Nel 1993 uscì al cinema Jurassic Park, capolavoro generazionale di Steven Spielberg che rimase per molti anni nell’immaginario collettivo come trasposizione fedele dei grandi e spaventosi esseri che popolavano la terra milioni di anni fa. Una delle scene più iconiche del blockbuster, che incassò ben 914 milioni di dollari al botteghino, è quella del goffo e inquietante inseguimento del tirannosauro a Ian Malcom.


APPROFONDIMENTI

Lo studio

Tuttavia, una nuova ricerca scientifica mette in discussione questa immagine consolidata. Lo studio, effettuato da un team diretto da Adrian T. Boeye del College of the Atlantic, mostra che la belva non si muoveva affatto come il rettile del film. Probabilmente camminava con un movimento simile a quello di un uccello, spingendo il terreno con la punta dei piedi anziché con l’intera zampa.

Il concetto principale alla base di questa ricerca è quello di locomozione digitigrada, nota anche come “camminata sulle dita”. Questo schema si ritrova anche negli uccelli corridori odierni, come gli struzzi. Hanno i talloni sollevati e la maggior parte del peso corporeo è sostenuta dalla parte anteriore del piede. Questa sottile differenza ha importanti conseguenze.

La postura digitigrada consentiva una maggiore efficienza, un migliore equilibrio e gli garantiva movimenti più rapidi nonostante le grandi dimensioni.

La ricerca ha utilizzato la fisica per rispondere a una domanda apparentemente semplice: cosa accadeva quando il piede del dinosauro toccava effettivamente il suolo? Gli scienziati hanno misurato le ossa fossilizzate di alcune zampe di tirannosauri e hanno applicato modelli basati sulla velocità, che aumentavano in base alle dimensioni del corpo. Hanno quindi ricreato tre possibili forme di appoggio: posteriore, a metà zampa e con la punta, al fine di comprendere l’effetto che ciascuna poteva avere sui movimenti. I risultati hanno costantemente indicato che il modello di appoggio dominante era quello della punta.

Quanto erano veloci i T-Rex?

Attraverso lo studio di Boeye si è riusciti a dedurre a che velocità procedesse il tirannosauro. Si prevede che gli adulti potessero avvicinarsi ai 40 km/h, non male per un bulldozer da oltre 4 tonnellate, mentre i più giovani, più piccoli e più leggeri, potevano agevolmente superare tale velocità.

Tuttavia, gli esemplari adulti di grandi dimensioni, con un peso che poteva sfiorare anche le 8 tonnellate, erano probabilmente limitati a circa 18 chilometri orari. Lo stesso schema si può osservare in diversi animali di grandi dimensioni al giorno d’oggi, dove la crescente massa corporea diminuisce la velocità con cui possono spostarsi.

A cosa serve lo studio?

A prima vista potrebbe sembrare un dettaglio tecnico di poco conto, tuttavia ha conseguenze di vasta portata. Sapere come l’impatto della zampa influiva sul loro modo di camminare serve a creare modelli biomeccanici più realistici e può contribuire a migliorare la rappresentazione dei dinosauri nei film e nei documentari.

Tuttavia, è essenziale essere cauti. Recenti ricerche hanno anche dimostrato che le stime di velocità basate sui dati delle impronte potrebbero essere imprecise, soprattutto in aree con superfici irregolari o eccessivamente morbide. È un promemoria del fatto che non esiste un unico metodo in grado di fornire tutte le informazioni necessarie.

Un mostro di eleganza

Lo stereotipo del T-Rex come belva feroce dai piedi piatti sta gradualmente cambiando in un’immagine più sofisticata. Oltre alla sua imponenza, adesso si sa anche che non era goffo, ma che invece avrebbe potuto camminare a una velocità vertiginosa con una grazia sorprendente, grazie alla sua grande struttura corporea, alle zampe robuste e agli arti agili come quelli di un uccello.

Sebbene la versione di Jurassic Park non rispecchi la realtà, il fascino del T-Rex non tramonta, al contrario: con il tempo otteniamo una comprensione più precisa dell’animale, che lo rende più realistico, e ci mostra una specie non solo potente, ma anche eccezionalmente capace di adattarsi all’ambiente in cui viveva.


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