Questa intervista a Irama è pubblicato sul numero 19 di Vanity Fair in edicola fino al 5 maggio 2026. Per abbonarvi a Vanity Fair, cliccare qui.
Filippo Maria Fanti, per tutti Irama, è uno che nello stesso discorso può passare dagli antichi egizi ai pappagalli, da Oscar Wilde alla vita di strada, dall’amore al suicidio, dagli incubi notturni alla paura di non lasciare traccia. Trent’anni, dieci di carriera pubblica – le Nuove Proposte di Sanremo, la vittoria ad Amici, i ritorni all’Ariston, 53 dischi di platino, l’Arena di Verona, i palazzetti pieni, un San Siro davanti – e ancora alle prese con il ragazzo che era e con quello che vuole diventare.
Riservato fino quasi a sparire, eppure capace di esporsi come mai prima in un disco, l’ultimo, Antologia della vita e della morte, forse il suo lavoro più complesso. Parla della famiglia con gratitudine, dell’adolescenza come di una giungla da cui voleva uscire il prima possibile, della musica come di una benedizione e, allo stesso tempo, di un conflitto continuo. «Adesso siamo in un brutto momento, sto scrivendo e stiamo litigando tantissimo. Ma funziona così: litigo, facciamo pace. Senza musica non esisterei», racconta in un ufficio a nord di Milano. Sul tavolo, un guanto e una palla da baseball, il suo sport preferito. Sul set di questo servizio, chiederà di mettere Johnny Cash, anche se ultimamente ascolta soprattutto Zucchero, Paolo Nutini e gli Aerosmith; e di essere fotografato sorridente. Ma il primo soprannome che gli ha dato Maria De Filippi resta quello: «Ragazzo paranoia».
È d’accordo?
«Sono sempre paranoico, anche se crescendo sono diventato più brontolone».
Cosa la fa brontolare?
«Brontolo sempre. Tutto mi fa arrabbiare. Perché ho le mie idee – che non vuol dire che siano giuste – ma sono le mie. E spesso vanno in contrasto con quello che ho intorno, con quello che funziona. Quindi soffro, perché anche i miei gusti vanno contro quello che va».
Vive sempre di notte e dorme di giorno?
«Sono cambiate le responsabilità e lo stile di vita. Anche per cose molto concrete: ho duecpappagalli, Eraclito e Talia. A volte mi sento in colpa a rientrare tardi, perché poi devo occuparmi di metterli a dormire. Prima ero l’incubo dei fonici, entravo in studio a mezzanotte e uscivo alle nove del mattino. Vivevo al contrario. Continuo, però, a fare molti incubi, e per me è una cosa molto intima da rivelare».
Nel 2016 tra le Nuove Proposte di Sanremo era in buona compagnia: Mahmood, Francesco Gabbani ed Ermal Meta.
«È stata un’esperienza bellissima, ma anche il momento in cui ho iniziato a capire come funzionano i media: vinsi con il televoto e persi con la stampa. A Sanremo arrivavo dal mondo urban, per partecipare mi ero messo in fila, col numerino come dal salumiere. Carlo Conti ci diede fiducia e da lì è iniziato tutto: il primo contratto, la vittoria ad Amici. Dopo, i giornali iniziarono a chiamarmi “meteora”, arrivarono i primi schiaffi. Mi sono serviti, ma non li augurerei a un ragazzino. Oggi almeno puoi rispondere sui social, all’epoca venivi schiacciato da qualcosa di più grande».