di
Lia Capizzi
La donna della vita conosciuta a 23 anni. È di Padova, ha un anno in più, frequenta i box di Formula 1 perché lavora per una scuderia, poi diventa sua manager
Ecco c’è Zanardi. E la moglie dov’è? C’è, ma non si vede: come al solito. Una frase frequente, una scenetta divertente, che spesso si rincorreva nei paddock dei motori o a bordo strada durante le gare di handbike. La discrezione, tratto distintivo di una vicinanza possente. Perché non c’era Alex senza Daniela e viceversa.
Una storia d’amore nata con il sottofondo del rombo dei motori a 4 cilindri della Formula 3 dove quel ragazzo con la battuta pronta di Castel Maggiore, provincia di Bologna, inseguiva il sogno di diventare un pilota di F1. Quante volte si addormentava dentro il primo kart che i genitori gli avevano regalato a 14 anni. Un sogno come chimera perché l’automobilismo è costoso, servono soldi. La famiglia Zanardi non è ricca, papà Dino è un idraulico, mamma Anna arrotonda facendo lavoretti in casa.
L’abilità di Alex nelle gare con i kart non passa inosservata, il padre di un suo avversario, Max Papis, lo tiene d’occhio e gli offre l’occasione di debuttare in Formula 3 nel 1988. L’anno dopo, a 23 anni, incontra Daniela Manni. È una bella ragazza di Padova di qualche anno più grande, frequenta i box perché lavora per una scuderia, zero pose e tanta sostanza, seria e professionale. All’apparenza molto diversi, lui vulcanico e sorridente, lei guardinga e pragmatica. Si prendono per mano senza lasciarsi più.
Daniela diventa la manager del marito, filtro umano durante le esplosioni di popolarità, gli anni dell’approdo in Formula 1 ma soprattutto i successi in America nell’allora Indycar che proiettano Zanardi nel mainstream mediatico. Un mitico sorpasso alla curva Cavatappi di Laguna Seca e quel soprannome made in Usa: «Alex Pineapple». Perché, come un frutto di ananas, è duro, testardo e meticoloso nell’insistere a sperimentare ogni soluzione di assetto delle sue auto.
C’è Zanardi personaggio pubblico conosciuto per le battute, l’ironia, il carisma, la parlata contagiosa. E c’è l’Alex privato che si impuntava da testone.
Nella seconda vita senza gambe, dopo l’incidente del 2001, si rinchiude giorni interi in garage con la brugola in mano a provare, riprovare, fermarsi per cercare l’ispirazione, ripartire, per mettere a punto l’handbike di cui si è innamorato. La seconda vita da disabile è una continua scoperta, nei suoi confronti e verso le altre persone nella sua stessa situazione. La vera goduria nel provare ad affrontare un nuovo viaggio senza pensare alle vittorie bensì concentrandosi sul percorso. L’animo del sognatore, la solidità di Daniela e la gioia del figlio nato nel 1998. Per lui lasciano Montecarlo e si trasferiscono nel padovano, vogliono che Niccolò cresca in Italia con un senso di stabilità fin dai primi anni delle scuole.

Ai Giochi di Londra 2012 le due medaglie d’oro contribuiscono a cambiare per sempre la percezione mondiale del movimento paralimpico, la sua credibilità e le sue imprese sono il volano per tutti gli atleti disabili.
Lewis Hamilton twitta la foto di Zanardi che alza al cielo la sua handbike con la didascalia: «Alex, you are my hero».
Per Niccolò non sempre è stato facile dividere un padre che per il mondo intero è un eroe, che viene citato in diretta dal presidente della Repubblica durante il discorso di Capodanno, che tutti tirano per la giacchetta con richieste di autografi e selfie, mentre tu da bimbetto lo vorresti tutto per te, anche solo per andare a mangiare un gelato in santa pace.
Lo sguardo lungo di Daniela a controllare tutto, il vero faro della famiglia, l’anima di «Obiettivo 3», la società no-profit nata per avvicinare sempre più disabili allo sport. Durante il lockdown del 2020 Alex si arrovella insieme alla moglie e alla cognata Barbara: come possiamo fare per trasmettere un segnale di fiducia e di unione?
Il solito inguaribile visionario progetta una grande staffetta da Nord a Sud, chiamata Obiettivo Tricolore, come simbolo di un’Italia che riparte. La staffetta non si interrompe nemmeno dopo il tragico incidente del maledetto 19 giugno 2020 durante la tappa a Pienza (Siena). Obiettivo Tricolore arriva al traguardo di Santa Maria di Leuca proprio per volontà di Daniela che a distanza scrive agli atleti: «Oggi Alex siete voi, ne avete tutti un pezzo dentro».
Da allora i ragazzi di Zanardi hanno continuato a correre, determinati ad ispirare come lui ha fatto in precedenza con loro.
Ma come sta Alex? Perché non si hanno più notizie di lui? Ma è sempre a casa o si trova altrove? Ma parla, ma reagisce? Perché il mondo si è dimenticato di Zanardi? Interrogativi che negli ultimi cinque anni scorrevano sui social e nelle chiacchiere. Nessuna curiosità pruriginosa, per lo più domande dettate da profondo affetto e stima verso il supercampione.
No, nessuno si è mai dimenticato di Alex, non scherziamo. Si è semplicemente voluto rispettare il desiderio di Daniela, una leonessa nel proteggere l’intimità dell’uomo che ama, impegnata a districarsi tra sopraggiunte esigenze di ricoveri, di infezioni, di sessioni di fisioterapia, cercando di mandare avanti la missione di «Obiettivo 3» con l’aiuto di sponsor che non sono mai spariti. Altri sì, forse, ma questo è un altro discorso.
Niccolò aveva tre anni quando in un ospedale di Berlino il papà lottava tra la vita e la morte prima di inventarsi una seconda vita. È un giovane di 22 anni quando gli stringe la mano da un letto di rianimazione a Siena sussurrandogli: papà, sei il mio esempio. Di impegno, di sacrificio, di passione, di entusiasmo. Sono rimasti da soli madre e figlio, uniti nell’affrontare il dolore della scomparsa. Con la consapevolezza di guardarsi negli occhi e sussurrarsi: il nostro Alex è tornato a volare.
3 maggio 2026
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