di
Cesare Giuzzi e Pierpaolo Lio

Tra la «fotografia» scattata il 13 agosto 2007 dagli inquirenti, e quella invece sviluppata oggi dai carabinieri del Nucleo investigativo di Milano, le differenze rimandano a tutta un’altra storia

È come un vecchio flashback. Che nonostante il passare del tempo — e ormai siamo quasi a 19 anni da quel 13 agosto 2007 — si mette piano piano a fuoco. Si vanno delineando sempre meglio i contorni. E si finisce per ritrovarsi davanti a un’immagine (in buona parte) diversa. Almeno nelle ipotesi della Procura di Pavia. Tra la «fotografia» scattata all’epoca dagli inquirenti, e quella invece sviluppata oggi dai carabinieri del Nucleo investigativo di Milano e dai magistrati guidati dal procuratore Fabio Napoleone, le differenze rimandano a tutta un’altra storia.

L’ingresso del killer

Uno dei primi punti di contrasto tra le nuove indagini di Pavia e il «giudicato» che ha portato alla condanna definitiva dell’ex fidanzato Alberto Stasi riguarda l’arrivo del killer. Nella prima ricostruzione il «visitatore mattutino era certo persona che lei ben conosceva e probabilmente aspettava». I giudici lo ricavano dal fatto che Chiara, dopo aver disinserito l’allarme alle 9.12, lo accolse «ancora in pigiama», e soprattutto dalla convinzione che «Chiara non si è difesa e non ha reagito affatto, a ulteriore conferma del rapporto di estrema confidenza e intimità col visitatore». Le nuove indagini, da quel poco che è trapelato, ipotizzano invece un ingresso diverso del killer. Difficile che la vittima abbia aperto la porta a Sempio. Più probabile invece, anche in linea con il movente di un’aggressione sessuale, che l’assassino sia entrato furtivamente approfittando della porta d’ingresso chiusa ma senza mandate e apribile con la maniglia dall’esterno. E questo spiegherebbe anche il secondo tema di forte divergenza rispetto alle sentenze: la lotta con l’assassino.




















































La colluttazione

Nel nuovo capo d’incolpazione a Sempio i pm parlano di «una iniziale colluttazione». Un dato che gli inquirenti ricavano dall’analisi medico legale e dalla Bpa. Ma soprattutto dalla traccia genetica (l’Y di Sempio) trovata sulle unghie della vittima. Inizialmente alcuni carabinieri avevano riferito di graffi sulle braccia di Stasi, ma l’ipotesi della lotta aveva subito perso valore per gli inquirenti dell’epoca dopo il mancato ritrovamento del suo Dna in quella traccia.

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I colpi sulle scale

Dopo un tentativo di rialzarsi della vittima, accanto al telefono, seguirono altri colpi (le due versioni concordano). I giudici dicono che infine il corpo di Chiara venne «gettato dalle scale» che portano alla cantina. Inizialmente i Ris di Parma avevano anche ipotizzato la possibilità di colpi sferrati in fondo alle scale. L’assenza delle impronte «a pallini», quelle del killer, oltre il primo gradino aveva fatto scartare questa possibilità. Per i pm di Pavia invece Chiara Poggi venne colpita nonostante «fosse già incosciente» in fondo alle scale e quelli sarebbero stati proprio i colpi mortali: l’assassino «la colpiva con almeno 4-5 colpi (…) cagionando alla stessa gravi lesioni cranio encefaliche dalle quali derivava il decesso». Così si spiegherebbero le tracce sui muri (come la 53) che mostrano schizzi di sangue con un angolo diverso rispetto a quelli lasciati nella parte più alta. Un delitto in più fasi e che — secondo i pm pavesi — avrebbe richiesto molto più tempo dei 23 minuti che aveva a disposizione Stasi.

Il lavandino

Al termine dell’omicidio, per i giudici Stasi si sarebbe accuratamente lavato nel bagno di fronte alle scale, dove vennero repertate le due impronte dell’ex fidanzato sul dispenser del sapone «nonostante fosse stato lavato accuratamente». Impronte che saranno decisive per arrivare alla sua condanna. Per i nuovi inquirenti, invece, l’aggressore non si lavò in quel bagno (specchiandosi soltanto, vista la presenza di un’impronta a pallini sul tappetino): nel lavabo c’erano capelli lunghi neri, il dispenser non sarebbe stato lavato accuratamente (c’era sapone essiccato), lo scarico (ispezionato all’epoca dai Ris) non presentava tracce di emoglobina. I test usati avrebbero rilevato tracce infinitesime, ma così non fu. Di certo il killer però si ripulì prima di lasciare la villetta. Potrebbe però aver usato gli altri lavelli della casa, come quello della cucina accanto al quale venne trovata una goccia di sangue.


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4 maggio 2026 ( modifica il 4 maggio 2026 | 08:00)