Alì, ha 70 anni ed è nato a Tunisi. Nella sua città natale ha studiato scienze politiche, poi si è trasferito in Italia. È stato uno dei primi a ottenere il permesso di soggiorno, con l’introduzione della legge Martelli nel 1986.
È un uomo colto e socievole. Durante la nostra visita nell’ex palestra di San Lorenzo (oggi dormitorio d’emergenza per senza fissa dimora gestito dai volontari di Sant’Egidio), è uno dei pochi a volersi raccontare davanti alla telecamera.
Dopo aver girato la penisola in lungo e in largo per lavoro, Alì si è stabilito a Roma. Dal 2009 al 2026 ha vissuto in una casa senza luce né acqua. Si è arrangiato chiedendo l’acqua al vicino e usando delle lampadine a batteria. “Sono andato avanti fino a quando mi è scaduto il permesso di soggiorno – spiega ai microfoni di RomaToday – ho chiesto aiuto a Sant’Egidio che non solo mi ha aiutato a rinnovarlo ma mi ha anche dato un letto”.
La Comunità di Sant’Egidio gli ha fornito un alloggio provvisorio nella struttura di via dei Campani. Una stanza ritagliata da due pareti divisorie in legno, su un pavimento antiscivolo verde che prima di diventare un rifugio per i senza fissa dimora vedeva correre gli atleti sui tapis roulant. L’edificio, di proprietà dell’Azienda Pubblica Servizi alla Persona (ISMA), era chiuso da più di un anno, grazie all’accordo siglato con la Comunità di Sant’Egidio e al lavoro dei volontari da febbraio è adibito a dormitorio.
“I volontari sacrificano parte della loro vita quotidiana per la gente che vive qui – sottolinea Alì – è un atto d’amore che ha un valore inspiegabile”. La struttura offre un’accoglienza notturna (dalle 8 del mattino alle 19 gli ospiti devono uscire). Ogni persona ha il proprio letto, un armadietto personale, ci sono i servizi igienici, le docce, una cucina e un televisore.
I volontari – circa una decina – servono gli ospiti (che nella Comunità di Sant’Egidio chiamano “amici”), parlano con loro e organizzano attività ricreative come pizzate, karaoke e uscite di gruppo.
“Abbiamo deciso di ospitare le persone qui senza tempo – spiega Giovanni Impagliazzo di Sant’Egidio – vogliamo fare un percorso con loro per aiutarli a lasciare la strada. Ci impegniamo al massimo per far sì che ognuno di loro possa avere i documenti, recuperare la dignità di essere umano per poi trovare un’ospitalità diversa, più stabile, dove possa stare tutto il giorno libero di entrare e di uscire”.
La Comunità di Sant’Egidio ha diverse strutture di accoglienza sparse per la Capitale. Quelle emergenziali, ad accesso notturno, sono otto e sono molto diverse tra di loro. Alcune sono molto grandi e arrivano a dare una sistemazione a più di 40 persone, altre sono miste e accolgono sia uomini che donne.
“Ci sono strutture dedicate alle persone più malate – spiega Impagliazzo – che hanno patologie particolari, una di queste si trova all’interno del Gemelli. Altre invece sono più strutturate, sono addirittura delle palazzine, come quella che abbiamo nei pressi del Vaticano che fu donata alla comunità di Sant’Egidio da Papa Francesco”.
L’obiettivo è offrire un ristoro provvisorio quanto basta ad aiutare le persone a lasciare la strada e a rinserirsi nella società.
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