Nel vasto e talvolta un po’ troppo serioso dibattito sulla creatività artificiale, c’è una categoria di artisti che ha capito una cosa fondamentale: che l’intelligenza artificiale, prima di essere una rivoluzione epistemologica, è soprattutto un divertimento molto serio. O forse una serietà molto divertente. Non occorre scegliere. L’ambiguità è il lusso di chi non deve più dimostrare nulla.

Tra questi, ce n’è uno che ha fatto del paradosso una pratica quotidiana, un’abitudine da colazione e da scroll infinito. Si chiama Rick Dick, nome d’arte volutamente dissonante, quasi una firma sonora che fa sorridere prima ancora di vedere l’immagine. Rick lavora nell’angolo più imprevedibile del visuale contemporaneo, quello in cui la moda incontra il meme e la couture sposa l’assurdo.

Vive in Maremma. Lo dice subito, con un certo orgoglio silenzioso, quasi volesse ricordarci che si può generare futuro anche in territori abituati ai ritmi lenti del vento e dei campi. Il contrasto tra la calma quasi zen delle colline e l’esplosione psichedelica delle sue immagini è già di per sé un’opera d’arte performativa. Da una parte la terra, dall’altra l’algoritmo. E nel mezzo, lui, un ex grafico pubblicitario che ha imparato a leggere lo sguardo umano come un cartello stradale, e che oggi si diverte a deviarlo con grazia.

La sua arte è fatta di cultural meme, ma sarebbe riduttivo fermarsi lì. Più che “meme”, nel senso virale e talvolta effimero del termine, i suoi lavori sono simulacri simil-pongo, immagini che sembrano uscite da un videogioco anni 90, modellate in una plastilina immaginaria, illuminate da una luce da serie TV di fantascienza retrò. Ma dentro quel contesto giocoso e volutamente “artefatto”, accade la magia perché si riconoscono, nitidi e inconfondibili, gli abiti che hanno fatto la storia della moda recente. Un capolavoro couture di Alexander McQueen, la pseudo testa clutch di Alessandro Michele per Gucci, la silhouette teatrale di John Galliano per Dior, la carrozzeria di Margiela targata Glenn Martens. Come in un Fashion Kombat, titolo perfetto per il video che accompagna questa intervista, Rick Dick li mette in scena e ci fa sognare. È un combattimento amichevole tra icone, giocato sulle superfici luminose dello schermo. È il trionfo del simulacro allegro e questo non è un difetto.

C’è ironia, naturalmente. C’è anche un gusto per l’assurdo che ricorda certe pagine di Achille Campanile o certi sketch dei Monty Python. L’aspetto surreale del lavoro di Rick Dick è comunque leggero come una bolla di sapone, perché ha capito che in un mondo iperconnesso l’unico atteggiamento davvero sostenibile è prendersi meno sul serio.

Ogni sua immagine è un piccolo esorcismo contro la noia. Contro l’idea che tutto sia già stato visto. La sua pulsione espressiva si intreccia naturalmente alle pratiche del consumo e dell’intrattenimento, senza mai sentirsi superiore a esse. Perché, dice, “l’intrattenimento è già una forma d’arte. Basta saperci giocare”. E così i suoi lavori finiscono sugli stessi feed in cui compaiono storie, reel, pubblicità e meme virali. E stanno lì, a loro agio, come un gufo in un salotto pop. E a volte, mentre scrolli, ti fermi un secondo di più. E sorridi. E non sai bene perché. Ed è lì che l’incantesimo funziona.

L’intervista che segue è un piccolo arsenale di sopravvivenza allegra per chiunque lavori con le immagini. Si parla di Maremma e metaverso, di Benetton e Rick Owens, di muse elettroniche e superpoteri digitali. E alla fine, forse, viene da pensare che l’unica vera questione non sia se l’AI sia arte o no, ma se stiamo ancora facendo le domande giuste. Nel frattempo, Rick posta. Come ogni giorno. E con Fashion Kombat è già lì, pronto a far decollare la vostra idea di moda verso un’altra orbita. Un piccolo superpotere quotidiano. Senza mantello, ma con molto più stile.

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In che modo il tuo background o il luogo in cui vivi e lavori ha influenzato il tuo approccio all’arte e al design con AI?

“Vivere in Maremma significa crescere immerso in una calma quasi mistica, circondato da campi, vento e silenzi che ti educano a osservare. È il contrario esatto del caos della moda ed è proprio per questo che funziona. È come avere due emisferi: uno radicato nella terra e uno che galoppa nell’immaginario. Il mio background nella grafica pubblicitaria mi ha insegnato disciplina, estetica e soprattutto a capire cosa vuole davvero lo sguardo umano. L’AI è arrivata come un acceleratore naturale: prende la mia formazione, i miei paesaggi interiori, le mie ossessioni pop e li lancia in orbita. Dalla Maremma al metaverso, passando per Photoshop”.

Come descriveresti il tuo stile artistico in tre parole, e in che modo l’AI lo plasma?

“Pop-couture. Satirico. Visionario. L’AI è la lente deformante che uso per espandere il mondo che ho in testa: ingrandisce i dettagli, distorce le regole e rivela ciò che normalmente resta fuori campo. Mi lascia giocare con l’assurdo e con il sublime allo stesso tempo. È il mio superpotere digitale”.

Qual è la cosa più inaspettata che hai scoperto su di te lavorando con l’AI?

“Che ho un istinto creativo più forte della mia logica. L’AI ti mette davanti milioni di possibilità, eppure il mio cervello sceglie ancora in base a un lampo, un’intuizione, una sensazione. È quasi romantico: in mezzo agli algoritmi, la parte più umana vince sempre”.

Come collabori con l’AI: la consideri un partner, uno strumento o qualcos’altro?

“L’AI è un complice con la licenza di sorprendermi. Non è un partner, non litighiamo e non divide le royalties e non può essere liquidata come ‘uno strumento’: sarebbe riduttivo incasellare così tanta imprevedibilità in un oggetto tecnico. È una musa elettronica: io offro l’idea, lei sprigiona le deviazioni psichedeliche”.

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Quale tendenza di moda o design (passata o presente) influenza le tue creazioni con l’AI?

“Adoro gli estremi: dalle silhouette scolpite e oscure di Rick Owens ai glitter post-Y2K, passando per quei momenti di moda anni 90 in cui tutto era minimal… ma con un’attitudine che oggi definiremmo iconica senza sforzo. Dentro c’è anche la cultura del meme, che ormai è una corrente estetica a tutti gli effetti. Mi piacciono le cose che anche solo per un secondo ti fanno dire: ‘Aspetta… cosa sto guardando?’”

Dove trovi le “materie prime” (idee, dati, ispirazione) per le tue creazioni artificiali?

“Ovunque. Nei musei, nei viaggi, nei feed social, nei libri fotografici, nelle campagne pubblicitarie vintage, nelle bizzarrie dell’AI stessa, e persino nelle conversazioni sentite per caso al bar. La verità è che vivo con un’antenna sempre accesa: ogni immagine può essere un seme, ogni errore può diventare un’idea, ogni meme può trasformarsi in arte. È come fare la spesa nel supermercato dell’immaginario globale”.

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Qual è l’esperimento più audace che hai provato con l’AI e com’è andata?

“L’esperimento più audace non è stato creare abiti impossibili o meme d’effetto. La vera sfida è stata la campagna per Benetton. Non si trattava di shockare o provocare, ma di fare l’opposto: ascoltare un’eredità enorme, un brand che ha segnato la storia dell’immagine italiana, e usare l’AI non come un capriccio caleidoscopico, ma come un medium di purezza, benessere, emozione. Ho dovuto alzare il volume del dettaglio a livelli che nei miei meme non servono: pelle credibile, tessuti vivi, una luce che respira. Nessuna scorciatoia. Era destinato alla stampa grande, e in quel formato l’AI non perdona niente. Il vero esperimento è stato questo: dimostrare che posso passare dal surreale al “realismo emotivo” senza perdere identità”.

Se la tua arte potesse parlare, cosa direbbe a chi la vede per la prima volta?

“‘Benvenuto. Sì, è strano. Sì, è divertente. Sì, è fatto apposta’. E poi aggiungerebbe: ‘Non essere timido: guarda più a lungo. C’è sempre un secondo livello’”.

In che modo pensi che l’AI possa influenzare le future tendenze nella moda e nel design?

“Credo che l’AI diventerà il dietro le quinte di tutto: concept più veloci, ricerca più ampia, prototipi più sostenibili e immaginari più coraggiosi. Non sostituirà nessuno, ma aiuterà tutti, specialmente chi osa. Le future tendenze non nasceranno né da algoritmi puri né da soli designer, ma da una conversazione continua tra i due”.

Qual è un pregiudizio sull’arte AI che vorresti chiarire per i nostri lettori?

“La falsa convinzione che ‘l’AI faccia tutto da sola’. L’AI propone, ma è l’artista che sceglie, taglia, interpreta, distrugge e ricostruisce. Senza una visione, l’AI genera solo rumore. Con una visione, invece, può diventare rivoluzione”.

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