di
Simone Canettieri

La posizione verso la Casa Bianca condivisa con gli alleati. Oggi il vertice con Tajani e Salvini

Non c’è nulla da fare. Vorrebbe concentrarsi sulla politica interna, a un anno dalle elezioni, ma sono le faccende internazionali a richiamare la sua attenzione. D’altronde, tutto si tiene. Giorgia Meloni, tornata dal vertice della Comunità politica europea in Armenia, interviene sugli «attacchi ingiustificati» agli Emirati da parte dell’Iran, e ribadisce quanto sia «fondamentale» la libertà di navigazione dello Stretto di Hormuz. Non solo. A guidare la giornata sono soprattutto le nuove critiche di Donald Trump a Papa Leone XIV, piovute alla vigilia della missione romana di Marco Rubio. Un attacco che disorienta il governo su questo «incomprensibile elastico»: un presidente falco e un segretario di Stato colomba, uno strappa e l’altro prova a ricucire. Strategia, segno del caos o, peggio, sabotaggio di Trump alla missione di Rubio? E ancora: quanto valgono le rassicurazioni di Rubio davanti all’irruenza di Trump? Sono le domande di queste ore.

A differenza di tre settimane fa, però, Meloni non si espone in difesa del Pontefice. Per lei fa fede la dichiarazione del 13 aprile, che scatenerà la reazione del tycoon, intervistato dal Corriere. Questa volta dunque nessuna nota. Basta quella del vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani, concordata tuttavia parola per parola con Palazzo Chigi (un’ora di gestazione prima dell’invio): «Attacchi né condivisibili né utili alla causa della pace». A cui si aggiungerà la posizione, più che mai in linea, di Salvini.



















































E proprio oggi alle 12 — prima di volare a Gemona per i 50 anni del sisma — Meloni vedrà i suoi vice per un vertice che si preannuncia denso. La cornice sarà quella internazionale, a due giorni dalla visita a Palazzo Chigi di Rubio. Un faccia a faccia «politico», che sarà anticipato domani dall’udienza del segretario di Stato dal Papa. Nel governo c’è una febbrile curiosità sulla piega che prenderà questo appuntamento, che in un certo senso predisporrà anche l’attegiamento della premier, sempre più smarcata dalla Casa Bianca. E interessata a ribadire rispetto alle critiche di Trump sul mancato coinvolgimento dell’Italia nella guerra in Iran che «risponde alle leggi della Nazione», quindi al Parlamento. Sullo sfondo, nemmeno troppo, resta la minaccia americana di smobilitare le truppe dall’Italia, contrastata dalla presidente del Consiglio a Erevan. 

Il vertice odierno avrà tanti «corni interni». Sulla legge elettorale la leader vuole accelerare per arrivare al primo sì della Camera prima della pausa estiva (da capire ancora come sarà gestito il ritorno delle preferenze: emendamento in Commissione o in Aula?). E poi c’è l’accordo da chiudere per le presidenza di Consob e Antitrust (Federico Freni e Saverio Valentino) che, per il primo, potrebbe portare al via libera del Consiglio dei ministri domani. Lo stesso giorno in cui la premier riceverà il premier polacco Donald Tusk e poi Mohammed Dbeibeh, primo ministro del governo di unità nazionale libico. Dossier super strategico per l’energia e anche per i flussi migratori. Stabilizzare questo quadrante interessa anche agli Usa. E sempre qui alla fine si torna, tra strani elastici e retropensieri.


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5 maggio 2026