Bologna, 6 maggio 2026 – Dopo le dichiarazioni di Roberto Savi alla trasmissione di Rai 2 ‘Belve Crime’, andata in onda ieri sera, si apprende che la Procura di Bologna interrogherà il capo della Uno Bianca, recluso nel carcere di Bollate dove sta scontando l’ergastolo.
Acquisirà, inoltre, il video dell’intervista, nella quale l’ex poliziotto ha parlato di presunte coperture agli omicidi della famigerata banda. Quei servizi segreti “che prima hanno evitato ci prendessero. E poi ci hanno fatto prendere”, ha detto Savi intervistato da Francesca Fagnani.
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Non sono solo i pubblici ministeri a muoversi vista la rilevanza delle affermazioni dette in tv, dopo ben 32 anni di silenzio da parte di Roberto Savi, capo della banda criminale che tra il 1987 e il 1994 uccise 23 persone e ne ferì 114, tra rapine a mano armata e azioni di violenza gratuita.
Sentire lui e verificare se Pietro Capolungo, il carabiniere in pensione ucciso il 2 maggio 1991 nell’armeria di via Volturno a Bologna, faceva parte dei Servizi, come dichiarato dall’ergastolano, è ciò che chiederanno alla Procura di Bologna gli avvocati Luca Moser e Alessandro Gamberini, che assistono i familiari delle vittime della banda della Uno bianca.

Fabio Savi e, dietro, il fratello Roberto
Già nel 2023 hanno presentato un esposto che ha portato alla riapertura delle indagini, alla ricerca di eventuali complici dei condannati. I legali presenteranno un’apposita istanza ai pm.
Proprio in vista dell’intervista di Francesca Fagnani a Savi, gli stessi avvocati dei familiari avevano messo a disposizione materiale per consentire agli autori della trasmissione di approfondire specifici punti. Su Capolungo, Savi ha detto che andava eliminato, perché “era un ex dei servizi segreti dei carabinieri”. Peraltro lo stesso ex poliziotto in passato, nel 1996 in un processo a Rimini, aveva già definito Capolungo “l’ex carabiniere che praticamente era un depositario del Sismi”. “Quello di Savi è stato un avvertimento – dice l’avvocato Gamberini –, il cui senso è: ‘Se non mi date una mano ad uscire saranno guai per tutti’». Un avvertimento, insomma, rivolto ai pezzi dei servizi segreti che avrebbero coperto la banda nel corso degli anni.
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Intanto, l’inchiesta della Procura nata dall’esposto dei legali va avanti. C’è il tema delle coperture di cui poteva usufruire la Banda della Uno Bianca. Dell’eventuale utilizzazione dei membri del gruppo per compiere azioni con finalità più o meno nascoste. E poi c’è il tema, altrettanto importante, di individuare le altre persone, che hanno partecipato ai fatti di sangue della Banda, come indicato già nell’esposto presentato dai familiari delle vittime e come risulta anche da alcuni spunti investigativi e dagli accertamenti svolti dai magistrati bolognesi, che su questo aspetto hanno trovato già alcune conferme.
Sono questi i filoni sui quali sta indagando la Procura guidata da Paolo Guido. Le parole in tv di Roberto Savi, tra mezze frasi e parziali ammissioni, confermerebbero i legami con i Servizi: “Ogni tanto venivamo chiamati: facciamo così, e facevamo così”, racconta. E ancora: “Tutte le settimane, passavo due o tre giorni a Roma”, dice in un altro passaggio.
Proprio questi viaggi a Roma sono uno dei punti sui quali la Procura vuole vederci chiaro.

L’armeria di via Volturno nel ’91. Nei riquadri, Licia Ansaloni e Pietro Capolungo
Altro elemento tirato in ballo da Roberto Savi è il ruolo di Pietro Capolungo: per il capo della Banda della Uno Bianca la rapina di via Volturno è stata fatta per conto dei Servizi, di cui Capolungo avrebbe fatto parte.
Anche questo aspetto interessa molto ai magistrati.
Come segnalato poi nell’esposto dei familiari e come risulta da alcune testimonianze in alcune azioni della Banda sarebbero state presenti più persone (il terzo uomo negli omicidi di Castel Maggiore e nella rapina di via Volturno, oppure il quarto nella strage del Pilastro) di quelle poi giudicate colpevoli: ignoti rimasti a piede libero, un dato oggettivo per la Procura.
Un lavoro lungo e complesso quello dei magistrati bolognesi, che da tre anni sta analizzando nuovamente tutto il materiale dell’epoca potendo però usufruire di nuove tecnologie, compresa l’intelligenza artificiale, per trovare elementi che 35 anni fa potevano rimanere nascosti.
“Di fronte alle gravi affermazioni di Roberto Savi voglio innanzitutto ribadire, a nome della comunità bolognese, la nostra sentita vicinanza ai familiari delle vittime, che giustamente si sentono colpiti dalle rivelazioni televisive di uno dei capi della Uno Bianca – afferma il sindaco di Bologna, Matteo Lepore-. Savi è responsabile di efferati delitti e la sua intervista è rilevatrice di un profilo criminale di massimo rilievo, che sicuramente non gode di immediata affidabilità”.
“Tuttavia, di fronte alle sue dichiarazioni, che evocano presunte connivenze e coinvolgimenti di apparati dello Stato, – prosegue il primo cittadino – riteniamo necessario promuovere ogni approfondimento possibile. Ogni eventuale elemento nuovo deve essere portato all’attenzione della magistratura, unica sede competente per accertare i fatti. L’esperienza di questi anni ci ha insegnato che anche a distanza di anni si può arrivare a fare piena giustizia. La memoria delle vittime e la ricerca della verità restano un impegno imprescindibile per Bologna. Continueremo ad essere al fianco dei familiari nel chiedere sia fatta piena luce su una delle vicende più violente e sanguinose del nostro paese”.
“Le insinuazioni a oltre 30 anni di distanza e i sorrisini di Roberto Savi offendono le famiglie delle vittime, offendono il Paese e offendono la verità. Un tentativo patetico e ‘telefonato’ di riaprire, magari per propri interessi banali o per semplice gusto sadico, quello che è già scritto nelle carte e nei processi”, ha detto Jamil Sadegholvaad, sindaco di Rimini.
Per il primo cittadino “le carte processuali hanno stabilito esattamente le colpe e le pene. In un Paese abituato al complottismo, ai misteri d’Italia, a ‘chi c’è dietro’, ai casi eternamente aperti che diluiscono responsabilità e polverizzano la fiducia nelle istituzioni, la vicenda dolorosa e sanguinosa dei fratelli Savi è una eccezione. E tutto ciò grazie a una straordinaria inchiesta condotta da persone delle Istituzioni, da riminesi: Daniele Paci, Luciano Baglioni, Pietro Costanza, tante altre donne e uomini in divisa. La rivelazione e la cattura dei responsabili, 32 anni fa, avvennero grazie alla loro abilità, alla loro pazienza, alla loro competenza”.
“La seconda cosa che vorrei sottolineare è la solidarietà che ancora una volta la comunità riminese vuole portare a tutti coloro i quali sono stati vittime di questa banda di assassini”, aggiunge Sadegholvaad.
