In Pecore sotto copertura, il film con Hugh Jackman e le pecore che indagano sul suo omicidio, il protagonista dice di aver trovato il significato dell’universo nel suo gregge di ovini. Non c’è nulla di profondo in questa frase, a meno di non andarselo proprio a cercare, ma solo una piccola verità sul film: il mondo degli uomini e quello degli animali da lana si specchiano l’uno dell’altro. Entrambi sono attraversati da falsi stereotipi e meccanismi di esclusione basati su pregiudizi, entrambi sono popolati dagli stessi caratteri con storie personali assai simili.
Tratto dal romanzo GlennKILL, pubblicato in Italia da La nave di Teseo, Pecore sotto copertura è stato adattato per il grande schermo dallo sceneggiatore Craig Mazin, che ha scritto commedie (Una notte da leoni) e serie di qualità (Chernobyl e The Last of Us). Dietro la macchina da presa c’è Kyle Balda, regista dei Minions e animatore di Cattivissimo me, mentre alla produzione ci sono Phil Lord e Christopher Miller, che hanno lavorato ai film animati dello Spider-Verse e diretto un grande successo al cinema in questi giorni, Project Hail Mary. Un dream team che si completa sul lato degli interpreti con Jackman, Emma Thompson, Molly Gordon (la fidanzata di Carmy in The Bear) e Nicholas Galitzine, che sarà He-Man nell’atteso adattamento per il cinema dell’universo di Masters of the Universe, i giocattoli della Hasbro. Un dream team riunito in un film per famiglie con una premessa assurda. Beninteso in senso buono: George, un pastore che vive isolato e felice in compagnia delle sue pecore, viene ritrovato morto. Inizia un’indagine alla quale partecipano anche gli ovini, che hanno imparato i trucchi del mestiere di detective dai gialli che George leggeva loro ad alta voce a fine giornata.
Courtesy of Amazon MGM Studios
Il contesto è quello bucolico della campagna inglese. La regia televisiva sembra riferirsi a serie antologiche da programmazione pomeridiana, a loro volta provenienti da un’onorata tradizione letteraria di gialli da camera, in cui il colpevole va cercato in una cerchia ristretta di sospettati. C’è il paesino addormentato, dove un festival culturale si riduce a tre bancarelle e l’unico poliziotto non ha mai mai indagato su un omicidio; c’è una palette di colori sgargianti anche di notte e c’è una messa in scena costruita soprattutto sul campo e controcampo. Ci sono gli animali in CGI (all’inizio si resta spaesati, poi ci si abitua). Il character design non fa miracoli ma il film si muove bene in una zona intermedia tra animazione e live action.
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Ci sono alcune idee molto interessanti, come quella di dotare le pecore di una propria religione, basata sulla negazione sistematica dell’idea di morte, la parte “per adulti” dell’espressione “film per bambini e per adulti”, che a Pecore sotto copertura calza abbastanza. Il gregge può dimenticare intenzionalmente le brutte esperienze, lasciando intatta l’idea di una reincarnazione sottoforma di nuvole (ovviamente a pecorelle). In fondo la religione delle pecore assomiglia al culto degli antenati, che da lassù fanno piovere l’acqua che fa crescere l’erba, cioè il nutrimento. Alla base di tutto c’è l’idea di specchiare il mondo degli uomini, o meglio del villaggio, in quello degli animali da pascolo. Tra questi ultimi lo spettatore può trovare sfumature sottili, come la differenza tra intelligenza e saggezza, professati idioti che però non lo sono, la paura per tutto ciò che esula dalla norma, addirittura una ricerca di significato nel lutto e nella consapevolezza della fine. Il canale di comunicazione tra le pecore, che capiscono gli uomini, e gli uomini, che non capiscono le pecore, è il romanzo giallo. Questo aggiunge addirittura un livello metanarrativo: il film si auto-denuncia come il prodotto di alcuni stereotipi del genere nella misura in cui le pecore imparano le istruzioni per risolvere un crimine da un romanzo in stile Agatha Christie.
Pecore sotto copertura, vale la pena andarlo a vedere?
È (metafora terribile in questo contesto) un sacco di carne al fuoco. Ed è anche il principale limite di una sceneggiatura che si perde dietro i numerosi spunti che decide di seguire. Ne fa le spese la parte d’indagine, che si risolve dopo pochi sviluppi non particolarmente entusiasmanti. Sono tante le sottotrame da elevare a un livello che le renda almeno un po’ significative e non sempre il film ci riesce: alcuni personaggi sospettati mancano della profondità necessaria a coinvolgere lo spettatore nel meccanismo del giallo da camera. Restano più numerosi i buoni motivi per andare a vedere Pecore sotto copertura, un film che se non esistesse sembrerebbe un meme, e che al pari dei meme migliori fa ridere ma anche pensare.
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Guardo film e gioco a videogiochi, da un certo punto della vita in poi ho iniziato anche a scriverne. Mi affascinano gli angolini sperduti di internet, la grafica dei primi videogiochi in 3D e le immagini che ricadono sotto l’ombrello per nulla definito della dicitura aesthetic, rispetto alle quali porto avanti un’attività di catalogazione compulsiva che ha come punto d’arrivo alcuni profili Instagram. La serie TV con l’estetica migliore (e quella migliore in assoluto) è comunque X-Files, che non ho mai finito per non concepire il pensiero “non esistono altre puntate di X-Files da vedere per il resto della mia vita”. Stessa cosa con Evangelion (il manga).


