di
Paolo Coccorese

Per anni è stato al fianco del campione paralimpico da poco scomparso. «Neanche col terremoto si fermava, lo dimostrò ad Amatrice. Non si arrabbiava mai ma meglio non stargli vicino quando guardava la Formula 1»

Non è riuscito a partecipare al funerale, ma in qualche modo sentiva di esserci. «Non ce l’ho fatta ad andare a Padova, ma quando ho visto in tv la mia foto sulla bara mi ha colpito molto. Mai avrei voluto un giorno così triste, poi però ho pensato alle cose belle. Quello scatto ricorda un momento felice: quando Alex ha vinto la sua prima medaglia ed è diventato un’ispirazione per tante persone in difficoltà». Mauro Ujetto, 59 anni, fotografo torinese dell’agenzia LaPresse e collaboratore del Corriere della Sera, per dieci anni ha immortalato le imprese sportive di Alex Zanardi, il campione scomparso venerdì. «La foto era delle Paralimpiadi di Londra 2012. Alla partenza era glaciale, metodico nei suoi rituali: meccanico della sua handbike e di se stesso».

Come vi siete conosciuti?
«Nel 2010. Io, partendo dallo sci paralimpico, mi ero avvicinato al ciclismo. A Piacenza, a una gara, vedo arrivare una mega Bmw con camper: era lui. Poi, scatto dopo scatto, mi ha chiesto di entrare nel Barilla Blu Team e, tra un evento e l’altro, l’ho seguito fino a Rio 2016».



















































Prima impressione?
«Sull’handbike spingeva con una tecnica tutta sua, un braccio dopo l’altro. Braccia imponenti da grande atleta. Ma era anche un comunicatore: siamo andati insieme anche a fare una lezione all’Università di Padova. E poi, precisissimo. Maniacale».

In tutto?
«In ogni dettaglio. Persino per il body, progettato nella galleria del vento di Milano».

Per raccontarlo, da dove partire?
«Prima di lui lo sport paralimpico era raccontato male: erano le gare di serie b. Con lui l’Italia ha scoperto quanto potesse essere allegro e dinamico. Oltre le barriere».

Divenne famosissimo.
«Piombò in un incubo mediatico. I telefoni squillavano sempre. Interviste da tutto il mondo. Una volta toccò a me scusarmi con Cruciani perché non poteva andare in radio».

A suo agio pure ovunque, pure alla Zanzara.
«Non sempre» (ride).

Racconti.
«A Londra ci assegnano una autista, una donna sulla settantina, che esordisce: “Se non sbaglio lei era un pilota”, mettendosi i guantini. Ci guardiamo: ora con questa ci schiantiamo. Invece andava a 30 all’ora e Alex le propose di darle il cambio al volante».

La velocità prima di tutto.
«In Brasile, a fine gara, venne da me e mi chiese: “Secondo te ho vinto?”. C’era confusione tra tabellone e speaker. Gli dissi sì, ma non ero sicuro. Tirai un sospiro di sollievo alla premiazione».

Una forza della natura.
«Pure sul Gran Sasso nei giorni del terremoto di Amatrice. Non ci fu verso di interrompere l’allenamento».

E nel privato?
«Era il contrario di quanto fosse estroverso in pubblico. Si aprì con me quando scoprì che avevo quattro figli. Il suo era piccolo. E, come me, spesso era lontano per lavoro».

Si arrabbiava?
«No, ma guai a distrarlo alla partenza. E meglio non stargli vicino durante la Formula 1: criticava tutti, soprattutto la Ferrari».

Parlava dell’incidente?
«Solo se glielo chiedevano. Al risveglio, credeva di essere morto. Non si è mai dato per vinto: voleva portare suo figlio sulle spalle».

Torino cos’era per lui?
«La commozione della cerimonia del 2006».

Era un simbolo.
«Sui social c’era chi lo criticava: “Facile fare il disabile ricco”. Rispose con quel meme delle gambe con i wurstel. Aveva un umorismo che ti faceva riflettere».

Chissà che cene con lui?
«Ricordo con Tiziana Nasi, con i ministri dello sport, con uno degli Agnelli, anche se lui era sponsorizzato Bmw. Con il suo amico Paolo Barilla. Ma lui amava correre nel gruppo con i cicloturisti. Solo che, per fotografarlo all’arrivo, bisognava aspettare che salutasse tutti».


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7 maggio 2026 ( modifica il 7 maggio 2026 | 10:29)