Può sembrare riduttivo, o al contrario pretestuoso, stillare solo cinque piccole gocce dall’oceano che rappresenta la Biennale, con 110 artisti che s’alternano nella grande mostra centrale, per tracciare un’ipotesi di racconto della grande esposizione. Eppure è lo stesso suo titolo, «In Minor Keys», che legittima letture parziali e soggettive, minime o laterali, tutte egualmente valevoli in un paesaggio dove ogni elemento è voce singola e allo stesso tempo amplificatore di quel che gli sta a fianco. Un concerto di risonanze e rimandi, lineari o suggeriti, dove ogni nota può farsi espressione dell’intera melodia. «In questo spirito, la Mostra non intende essere né una litania di commenti sugli eventi mondiali, né un atto di disattenzione o di fuga dalle crisi complesse e continuamente intrecciate», ha scritto la curatrice Koyo Kouoh (1967-2025). «Al contrario, essa propone una riconnessione radicale con l’habitat naturale e il ruolo originario dell’arte nella società: quello emotivo, visivo, sensoriale, affettivo e soggettivo». Ne risulta che tra le sale di Giardini e Arsenalie si susseguono una serie di «viaggi entusiasmanti che parlano al sensibile e all’affettivo, invitando i visitatori a meravigliarsi, meditare, sognare, gioire, riflettere ed entrare in comunione con dimensioni in cui il tempo non è né una proprietà aziendale né un elemento sottomesso alla tirannia di una produttività incessantemente accelerata». E così anche noi ci siamo lasciati meravigliare, impressionare da alcune storie che più di altre hanno lasciato un’orma nella mente. Ovviamente attraverso la loro declinazione estetica, le opere d’arte, che ne sintetizzano e amplificano il senso.
Ecco quindi che negli occhi galleggiano gli acquerelli e collage di Mohammed Joha (1978), che ha vissuto la sua infanzia e giovinezza a Gaza, lasciandola nel 2004. L’influenza degli anni nella Striscia – si è formato all’Università Al-Aqsa di Gaza City – ridondando ancora nel suo lavoro, brillano tra il fumo e la polvere di questi anni di guerra. La tecnica del collage di Joha, in cui sovrappone materiali di scarto – carta, cartone, tessuto – sulla tela in composizioni vibranti, prende spunto dalle pratiche quotidiane dei gazawi, intrappolati in cicli incessanti di distruzione e ricostruzione. In Biennale troviamo alcuni esempi della serie «No Shelter», realizzati mentre assisteva sullo schermo all’annientamento quasi totale di Gaza. Lontano con il corpo, partecipe con lo spirito. Sebbene formalmente astratti, i collage trasmettono un’intensa carica emotiva, introducono a un paesaggio malinconico che è sul punto di scomparire. L’atto stesso di riutilizzare materiali assume il profilo di una resilienza creativa, simbolo di una popolazione stremata ma non ancora doma. Le opere ritraggono i paesaggi di Gaza con ampie pennellate leggere, minimali nei dettagli ma ugualmente evocative, suggeriscono l’esistenza di bellezza che arde come brace sotto le ceneri. In un salto legittimato dall’immaginario espanso in cui vive questa Biennale, riportiamo una citazione di Federico Fellini: «Io credo che l’arte sia questo: la possibilità di trasformare il fallimento in vittoria, la tristezza in felicità: l’arte è il miracolo».
Più semplice, ma ugualmente potente, il miracolo quotidiano di Hala Schoukair (1957). Nei suoi dipinti e nei suoi disegni l’autrice descrive il mondo naturale con estrema poesia e delicatezza, sia quando si affida a una resa naturalistica che quando si abbandona al lirismo astratto. In ogni caso, tutto parte sempre dai ricordi delle lunghe passeggiate che sua madre le faceva fare da bambina nelle foreste del Monte Libano, durante le quali veniva incoraggiata ad apprezzare il mondo delle foglie, dei fiori e degli insetti, a godersi il miracolo del movimento, a notare la natura in fiore. È qui che l’arte, l’educazione e la maternità si uniscono e si spiegano a vicenda. I viaggi di Schoukair l’hanno portata da New York a Beirut fino a Ras el-Maten, dove ha trascorso la pandemia di Covid-19. Lì ha fatto nuove lunghe passeggiate nei boschi circostanti, ricollegandosi alla sua infanzia e alle lezioni della madre. L’opera dell’autrice si affida a un linguaggio in cui il sublime non è distante ma presente, in cui il mondo naturale non è solo uno sfondo ma un compagno vivo e pulsante dei nostri viaggi di riflessione e di scoperta di noi stessi. Ogni quadro è una finestra, da cui affacciandoci riconosciamo la fresca ombra di un albero in una giornata estiva o il dolce disegno delle gocce di pioggia.