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Le immagini satellitari pubblicate dal Washington Post squarciano il velo di riservatezza del Pentagono, rivelando un bilancio dei danni alle infrastrutture statunitensi in Medio Oriente molto più pesante di quanto ammesso finora. L’analisi documenta colpi messi a segno dall’Iran contro almeno 228 strutture tra hangar, caserme, depositi di carburante e sistemi di difesa aerea, colpendo il cuore operativo della presenza americana nella regione.


APPROFONDIMENTI

Basi “fantasma” e perdite umane

La minaccia costante dei droni e dei missili balistici iraniani ha reso i siti militari americani nella regione zone ad altissimo rischio, portando a una trasformazione radicale della presenza statunitense. Dall’inizio del conflitto, lo scorso 28 febbraio, i comandi USA sono stati costretti a una ritirata senza precedenti: la maggior parte del personale è stata trasferita d’urgenza fuori dalla portata del fuoco di Teheran.

Le basi più esposte sono state svuotate, lasciando sul posto solo il personale strettamente necessario per la manutenzione minima dei sistemi, trasformando centri operativi un tempo brulicanti in strutture semi-deserte, come si evince anche dal personale della Quinta Flotta in Bahrain, ricollocata in Florida. Questa ritirata è stata una necessità logistica dettata dall’impossibilità di garantire la difesa aerea totale contro i raid a sciame iraniani, che hanno dimostrato di poter saturare anche i sistemi più avanzati.

Nonostante il tentativo di allontanare i soldati dalla linea di fuoco, le perdite umane sono state significative e hanno colpito diverse aree della regione. Secondo i dati ufficiali, almeno nove militari americani hanno perso la vita direttamente a causa degli attacchi di Teheran: sei sono rimasti uccisi nelle installazioni situate in Kuwait, mentre tre sono caduti durante un raid contro le strutture in Arabia Saudita

Ancora più impressionante è il numero dei feriti. Entro la fine di aprile, il Pentagono ha contabilizzato oltre 400 soldati colpiti negli attacchi. Sebbene la maggior parte sia riuscita a tornare in servizio nel giro di pochi giorni, il bilancio medico resta pesante: almeno 12 militari hanno riportato lesioni classificate come “gravi” dai funzionari del Dipartimento della Difesa. Si tratta di ferite che spesso comportano conseguenze a lungo termine, rendendo questo conflitto estremamente oneroso in termini di salute del personale statunitense nell’area.

Il bilancio della flotta aerea: F-35 e Reaper nel mirino

Oltre alle infrastrutture fisse e alle vite umane, il costo più alto della guerra si riflette, molto probabilmente, nelle perdite di velivoli di ultima generazione. Secondo le rilevazioni di Egyosint e i dati emersi dal conflitto, l’arsenale volante degli Stati Uniti ha subito colpi durissimi. Diversi esemplari di F-35 Lightning II, il caccia multiruolo di 5ª generazione sviluppato da Lockheed Martin e considerato il più avanzato velivolo da combattimento occidentale, noto per la sua tecnologia stealth, la capacità di raccolta dati e i costi elevati, sono stati danneggiati durante i raid di Teheran.

Almeno quattro velivoli F-15E Strike Eagle distrutti, con casi documentati di abbattimenti tramite missili terra-aria durante le operazioni. L’F15 è un cacciabombardiere bimotore, all-weather e multiruolo che garantisce alta manovrabilità, velocità ed autonomia e anche un’ampia visuale al pilota. I motori sono turbofan PW F 100 o GE F 110 nei loro vari modelli da 10-13 tonnellate di spinta statica, inizialmente, con dei problemi di affidabilità non indifferenti per l’F-100. Le prese d’aria sono a sezione rettangolare, ed hanno un complesso meccanismo di variazione per adattarle direttamente alle condizioni di volo (e spesso in volo). L’avionica include un Head-up display, dove le informazioni sono proiettate sullo schermo a riflessione dell’abitacolo, un radar di ultima generazione, un sistema di navigazione inerziale, strumenti di volo e per la guerra elettronica, un sistema di difesa attivo (ALQ-135) e passivo (ALR-56) con antenne, processori e lanciatori di chaff e flare della serie ALE, sistema di comunicazioni ad alta frequenza, sistema di navigazione tattico e sistema di atterraggio strumentale. Inoltre sono installati un sistema di identificazione amico-nemico, un sistema di contromisure elettroniche e un computer principale che in origine aveva 26 kB di RAM, poi incrementati a 96 e dal 1988 a 1024.

In aggiunta a questo, il sito segnala anche la pesantissima perdita di ben 17 droni di sorveglianza e attacco MQ-9 Reaper. Il Reaper, ex Predator B, è un aeromobile a pilotaggio remoto, UAV dall’acronimo in inglese, sviluppato per l’uso alla United States Air Force, l’United States Navy, all’italiana Aeronautica Militare e la britannica Royal Air Force. L’MQ-9 è il primo UAV hunter-killer progettato per la sorveglianza a lunga autonomia, e a elevate altitudini ed è, secondo alcune fonti, strutturato sulla base degli Shahed iraniani.

Oltre a questi nomi immediatamente riconoscibili, son stati danneggiati o distrutti anche altri veivoli. Un A-10 Thunderbolt, un aereo radar E-3 Sentry, distrutto sulla pista in Arabia Saudita, e diversi elicotteri, tra cui 4 Little Bird e 2 CH-47F Chinook, questi ultimi pesantemente danneggiati in Kuwait.

Arsenale al limite: il consumo record di munizioni

Mentre le basi bruciano e gli uomini tornano a casa feriti o peggio, l’industria bellica americana fatica enormemente a tenere il passo. Un’analisi del CSIS evidenzia un consumo di munizioni “senza precedenti” dall’inizio delle ostilità il 28 febbraio. Gli Stati Uniti hanno già intaccato le riserve strategiche in modo estremamente preoccupante.
Gli intercettori balistici THAAD, ad esempio, sono stati utilizzati tra il 50 e l’80% secondo i dati riportati, fattore che compromette le difese americane nell’area.

Oltre a questo, le stime affermano che siano già stati usati anche tra il 45% e il 75% dei nuovi missili balistici di precisione a lungo raggio di tipo PrSM. Sarebbero stati consumati anche il 60% degli intercettori strategici SM-3 e il 30% degli SM-6 multiruolo. Con una scorta così massiccia di munizioni consumate, questa potrebbe essere l’ultima guerra (almeno per un po’) degli Stati Uniti d’America


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