Il nuovo rapporto dell’Agenzia europea dell’ambiente certifica un primato che fa male: due cittadine pugliesi battono tutti i record continentali per polveri sottili. E il dato sulla mortalità è ancora più scomodo


Riccardo Liguori Riccardo Liguori

7 Maggio 2026

@AEA

Due comuni pugliesi – Ceglie Messapica e Torchiarolo, provincia di Brindisi – detengono il record europeo di concentrazione di PM2,5: 117 e 113 microgrammi per metro cubo di media annuale. Il limite fissato dall’Unione europea è 25 μg/m³. Quello dell’OMS è 5. Lo certifica l’ultimo rapporto dell’Agenzia europea dell’ambiente, pubblicato ad aprile 2026.

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Caminetti e inversione termica

Le particelle PM2,5 – diametro inferiore a 2,5 millesimi di millimetro – entrano nei polmoni, attraversano le membrane alveolari, finiscono nel sangue. Sono troppo piccole per essere intercettate dalle vie respiratorie superiori, e proprio per questo sono le più pericolose tra le polveri sottili. Le fonti sono molteplici: traffico, industria, combustibili fossili, incendi. Ma in questo angolo di Puglia la fonte principale è sorprendente: i caminetti domestici.

“Questi picchi sono causati principalmente dalla combustione di biomasse durante l’inverno”, ha spiegato a Euronews Gianluigi De Gennaro, docente di chimica ambientale all’Università di Bari. “L’inquinamento diventa più grave a causa della ridotta capacità dell’atmosfera di disperdere le particelle in quell’area in quel periodo dell’anno.” La ragione è fisica: d’inverno lo strato limite planetario – la porzione più bassa dell’atmosfera – si compatta, si abbassa, perde la capacità di diluire gli inquinanti. Le particelle restano sospese, si accumulano. Chi accende il camino la sera contribuisce, senza saperlo, a un problema collettivo che i dati misurano con precisione impietosa.

Non è solo Puglia. La Pianura Padana – con la sua combinazione di industria manifatturiera, allevamenti intensivi, traffico autostradale e scarsa ventilazione naturale – presenta un cluster preoccupante di stazioni con valori annuali intorno alla soglia dei 25 μg/m³. Record diversi da quelli salentini, ma ugualmente lontani dagli standard OMS.

101 morti ogni centomila

L’Italia registra 101 decessi ogni 100mila abitanti attribuibili all’esposizione cronica al PM2,5. La Spagna si ferma a 41, la Francia a 34, la Germania a 37. Paesi con economia e densità demografica comparabili, ma con un impatto sanitario dell’aria quasi tre volte inferiore. Si tratta di un divario strutturale che si misura in vite umane.

I valori più bassi d’Europa sono nel Nord: Islanda, Finlandia, Svezia, Estonia, Norvegia. I peggiori in assoluto, invece, sono i Balcani e l’Europa orientale: Bosnia-Erzegovina, Macedonia del Nord, Romania, Bulgaria. A Sarajevo e nelle aree industriali macedoni alcune stazioni registrano concentrazioni tra le più alte del continente, frutto di un mix di carbone bruciato per il riscaldamento e standard industriali più laschi.

Nel 2025, tra gli Stati membri UE, l’Italia è il Paese con il maggior numero di stazioni che hanno sforato il limite annuale vigente: tre, contro una ciascuno per Croazia, Danimarca e Polonia. Ma il quadro generale è ancora più severo: il 92,5% delle stazioni europee supera le soglie OMS. Più di nove europei su dieci respirano aria che l’OMS considera non sicura.

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Il 2030 si avvicina, i limiti si abbassano

La nuova direttiva europea sulla qualità dell’aria abbassa il limite annuale consentito di PM2,5 da 25 a 10 μg/m³ a partire dal 2030. È un obiettivo ambizioso — e per molti paesi, Italia compresa, tutt’altro che scontato. Già oggi il 60,7% delle stazioni europee registra concentrazioni inferiori a quella soglia, ma la distribuzione è squilibrata: ci riescono quasi tutti i paesi nordici, mentre il Mediterraneo e l’Est Europa restano indietro. Sei anni non sono molti, considerando la lentezza con cui cambiano infrastrutture energetiche, parco veicoli e abitudini di riscaldamento domestico.

Cosa fare

Sul piano individuale le indicazioni degli esperti sono praticabili. De Gennaro raccomanda di non aprire le finestre nelle ore di punta del traffico mattutino. Un purificatore d’aria con filtro HEPA riduce l’esposizione domestica in modo significativo. L’AEA aggiunge: utilizzare solo stufe certificate, evitare di bruciare qualsiasi combustibile nelle giornate invernali con inversione termica, limitare l’attività fisica intensa all’aperto nei periodi di picco.

Sul piano strutturale, però, le misure individuali da sole non bastano. L’Italia ha già accumulato procedure d’infrazione europee per la qualità dell’aria in Pianura Padana. Centrare l’obiettivo del 2030 richiede interventi coordinati su trasporti, riscaldamento residenziale, agricoltura e industria. Svezia e Finlandia dimostrano che è possibile: teleriscaldamento, elettrificazione, standard edilizi severi.

Il rapporto AEA uscirà presto dai radar dell’informazione. Ma Ceglie Messapica e Torchiarolo continueranno a respirare aria inquinata. Sarebbe il caso di ricordarselo anche quando non ci sono classifiche da commentare.

Fonte: rapporto AEA

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