di
Guido Olimpio e Giuseppe Sarcina
I bombardamenti massicci non hanno dato la spallata al regime, ma il prezzo del conflitto è già altissimo per tutto il mondo
La «Furia epica» di Donald Trump non ha portato al cambio di regime in Iran, ma ha sconvolto equilibri strategici ed economici. Nessun comparto è passato indenne attraverso la tempesta.
Guerra in Iran, le ultime notizie in diretta
Atlantico più largo
Il modo in cui Trump ha iniziato e poi condotto la guerra ha acuito le tensioni tra le due sponde dell’Atlantico. I Paesi europei si lamentano per non essere stati consultati. Il presidente americano ha replicato minacciando di ritirare migliaia di soldati da Germania, Italia e Spagna. È uno strappo che si potrà riparare? La verifica più immediata è prevista nel prossimo vertice della Nato, il 7 e 8 luglio in Turchia. Ma è largamente condivisa l’idea che il conflitto abbia accelerato il piano per dare un ruolo politico più autonomo all’Europa, intesa in senso più largo rispetto alla Ue. I fautori principali di questo processo sono Regno Unito, Francia e Germania.

Nodi militari
Lo si sapeva eppure sono andati avanti lo stesso: la sola aviazione non può piegare il nemico, anche se causa danni devastanti. Tanto più se l’avversario si è preparato da decenni a questa prova. I pasdaran hanno adattato il loro sistema tenendo conto di quanto avvenuto nel conflitto di giugno. La catena di comando ha continuato a funzionare nonostante le perdite di figure chiave, il ricorso al binomio droni-missili ha consentito agli iraniani di mantenere sotto tiro basi americane, infrastrutture energetiche, i vicini del Golfo. Non dovevano vincere, a loro bastava resistere. Lo hanno fatto probabilmente nascondendo anche fratture interne giocando sul nazionalismo mescolato ai principi rivoluzionari, utilizzando la repressione. L’impegno bellico ha consumato scorte di munizioni costose, ha messo in chiaro che l’ombrello antimissile ha i suoi buchi, ha rivelato una sorprendente sottovalutazione dell’asse mullah-guardiani.
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La geografia
La geografia ha fatto da sponda alla difesa iraniana e ha permesso di rilanciare con il ricatto di Hormuz. Acque basse e spazi ridotti hanno favorito le manovre dei pasdaran decisi a imporre il controllo sullo Stretto. Le zone montuose hanno aggiunto protezione ai bunker dove sono stati nascosti lanciatori, missili e uranio arricchito. Americani e israeliani hanno rovesciato tonnellate di bombe sui target, hanno certamente indebolito gli apparati ma, se sono vere certe indiscrezioni, hanno inciso relativamente sui siti atomici. E Teheran ha poi mantenuto in riserva una seconda carta, sempre legata a scenari geografici: il Mar Rosso. Se le ostilità dovessero ripartire è probabile l’intervento degli Houthi yemeniti, in grado di minacciare il secondo passaggio vitale, quello che porta al canale di Suez.
Le monarchie divise
Le monarchie del Golfo appaiono divise e l’Iran sta facendo di tutto per allargare il dissidio. Non a caso ha preso di mira in modo costante gli Emirati, ritenuti ormai la spalla regionale di Israele e fautori di una linea dura verso gli ayatollah. La posizione di Abu Dhabi ha provocato contraccolpi nella confederazione dei mini-Stati (alcuni emiri chiedono stabilità e non pallottole) mentre ha accentuato i contrasti con l’Arabia Saudita, contraria ad avventure e disposta a dialogare, malgrado tutto, con l’Iran. Simile l’approccio di Qatar e Oman, da sempre negoziatori, così come dell’Egitto, regime che ha perso miliardi a causa della riduzione del traffico marittimo.
Navi e petrolio
Gli iraniani si sono ritrovati a manovrare uno strumento di pressione insperato alla vigilia del conflitto: l’apertura o la chiusura dello Stretto di Hormuz. Da quel braccio di mare transita circa il 20% del fabbisogno mondiale di gas e di petrolio. Per il dopo-guerra si porranno due questioni. La prima riguarda, naturalmente, il ripristino delle forniture. Circolano molte previsioni. Le più quotate stimano che bisognerà attendere fino a settembre per tornare, più o meno, alla normalità. Bisognerà, però, vedere a quali condizioni. I pasdaran saranno davvero in grado di imporre un pedaggio su ogni petroliera? In ogni caso, e questo è il secondo tema, da ora in avanti vacillerà un altro principio fondamentale del diritto: la libertà di navigazione nelle acque internazionali.
Lo shock economico
La guerra in Iran rappresenta il terzo shock per l’economia mondiale in pochi anni. È arrivato dopo la pandemia nel 2020 e l’aggressione russa dell’Ucraina nel 2022. I governi e le industrie, soprattutto quelle occidentali, sono di nuovo costretti a rivedere le filiere per l’approvvigionamento delle materie prime essenziali. L’Europa, a cominciare dall’Italia, stava completando il riposizionamento energetico, dopo aver tagliato quasi completamente gli acquisti di greggio e di gas dalla Russia. L’economia torna a fare i conti con la geopolitica. Si guarda al Nord Africa, all’Azerbaigian, al Kazakistan e altrove per sostituire soprattutto il gas che per diverso tempo (difficile dire esattamente per quanto) non arriverà più dal Qatar e dalle altre monarchie del Golfo. Naturalmente si apre un’ulteriore possibilità di espansione per gli Stati Uniti, grandi esportatori di gas liquido. In teoria, sarebbe un banco di prova anche per gli Stati Ue che potrebbero presentarsi sul mercato con acquisti congiunti, come raccomandato dal Rapporto Draghi.
Sicurezza a produzione
Ma non ci sono solo gli idrocarburi. Da Hormuz passano molte altre materie prime o semilavorati fondamentali: alluminio, elio, zolfo, nichel, cobalto, rame, plastica, prodotti petrolchimici, fertilizzanti. Sono alle viste difficoltà che investiranno un largo spettro di comparti: elettronica, risonanza magnetica, farmaceutica, automotive, carta, vetro, imballaggi, tessile, chimica e altro ancora. Diventa sempre più centrale, quindi, il tema della cosiddetta «sicurezza economica». Le aziende, specie le multinazionali, hanno iniziato a consultarsi con i governi per individuare nuove rotte di fornitura e, nello stesso tempo, studiare come metterle in sicurezza. A cascata questo processo ha già toccato i premi delle polizze assicurative marittime, in alcuni casi addirittura quintuplicati.
8 maggio 2026 ( modifica il 8 maggio 2026 | 07:51)
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