A maggio 2016 – esattamente dieci anni fa – il Siviglia ha vinto la terza Europa League consecutiva, in panchina c’era Unai Emery. Nel luglio e nell’agosto successivi la squadra è stata smontata e profondamente rinnovata: è arrivato un nuovo allenatore, Jorge Sampaoli, un bielsista sfegatato che ha dato la trequarti in mano a Nasri, Franco Vazquez, Jovetic e Joaquín Correa. Nel 2017 il Siviglia è arrivato 4°. Un risultato inatteso: il miglior piazzamento in campionato dal 2009, raggiunto dopo una stagione di passione e poesia.

Poi nel 2018 è arrivato 7°, con una finale di Coppa del Re e i quarti di Champions League; nel 2019, il Siviglia è arrivato 6°. Queste ultime due stagioni furono piuttosto interlocutorie, il club cambiò 5 allenatori ma sempre riuscendo a qualificarsi per una coppa europea. Il suo rango di squadra di alto livello, insomma, rimase intatto nonostante i cambiamenti.

E così nel 2020 il Siviglia era di nuovo al suo posto: sul tetto dell’Europa League. L’allenatore era Julen Lopetegui, arrivato a inizio stagione per ricostruire la squadra sulla tecnica e l’organizzazione tattica, fondando un nuovo ciclo, solido e molto amato dai tifosi. Nei tre anni con Lopetegui il Siviglia è arrivato sempre 4° in Liga. Nel 2021 ha lottato per il titolo fino all’ultimo, trovandosi a -3 dalla vetta a 5 giornate dal termine; nel 2022 è stato secondo per tutta la prima metà di stagione.

Nel 2023, alla fine di una stagione in cui ha cambiato tre allenatori, il Siviglia guidato da Mendilibar ha vinto di nuovo l’Europa League. La quinta in 10 stagioni. In quel periodo su UltimoUomo scrivevamo: “Cambiano gli allenatori, la posizione in campionato, gli avversari, ma non la mistica dei nervionesi il giovedì sera”.

Oggi, tre anni esatti dopo quell’ultimo trionfo europeo, il Siviglia rischia di retrocedere. A quattro giornate dal termine della Liga ha un solo punto di vantaggio sulla zona retrocessione, mentre in città l’aria si è fatta irrespirabile: l’allenatore scelto all’inizio della stagione, Matías Almeyda, è stato esonerato, e quando è stato presentato il sostituto Luís García Plaza in sala stampa il clima era così abbattuto che il ds Antonio Cordón è stato sentito mormorare: “Parece un velatorio”, sembra un funerale.

COME È POTUTO SUCCEDERE
Eppure la stagione non era iniziata malissimo. Il 5 ottobre il Siviglia batteva 4-1 il Barcellona e si portava al 6° posto in classifica. Sugli spalti alcuni tifosi piangevano: dopo due anni difficili la squadra sembrava poter tornare ad ambire qualcosa.

Con Matías Almeyda in panchina giocava in modo aggressivo e veloce. Un calcio ad alta elettricità che a ogni recupero palla infervorava il Sánchez-Pizjuán, uno stadio pitturato tutto rosso, storicamente caldo, che non vede l’ora di ribollire al minimo innesco. In tutti i suoi cicli vincenti il Siviglia è stata una squadra prima di tutto solida, di grande intensità e atletismo, e quella di Almeyda sembrava inserirsi perfettamente nel solco.

L’argentino era stato scelto l’estate precedente soprattutto perché è un tecnico capace di connettersi emotivamente con i contesti in cui lavora, un requisito essenziale per far breccia nell’ambiente passionale di Siviglia. Almeyda era stato scelto dal River Plate dopo la retrocessione del 2011 e nel corso degli anni aveva lavorato bene anche in altre piazze di frontiera, come Chivas Guadalajara e AEK Atene. Da centrocampista era energico e irruento; non sorprende che poi sia diventato un allenatore focoso, intenso, appassionato. Con un lungo repertorio di dichiarazioni “contro il sistema”.

Forse è proprio per questa indole da duro e puro, da uno che mette sempre il lato umano ed emotivo sopra a tutto, che da allenatore ha sviluppato un lato empatico molto forte. Sarebbe capace di sacrificare se stesso, pur di aiutare i suoi giocatori a crescere. Nei primi tempi al Siviglia, parlava ai suoi giocatori della depressione di cui ha sofferto quando ha smesso di giocare, più recentemente è stato uno dei pochi a esprimersi sull’assurdità di giocare con la guerra dietro casa: «Questa è la parte triste del calcio, il business deve andare avanti e ogni cosa lo segue».

Almeyda aveva tutto per funzionare: il suo temperamento combattivo incontrava alla perfezione l’aura antagonista del Siviglia, un club che vive per rompere le scatole ad avversari più ricchi e potenti, in Spagna e nelle notti di Europa League; il suo calcio ad alto voltaggio sembrava poter coprire i limiti tecnici della rosa: ne stavano beneficiando soprattutto giocatori come Isaac Romero, o José Ángel Carmona, profili dal talento limitato ma che compensano con la quantità. Che provano il gusto per la corsa in più, il contrasto in più.

Le cose sono andate bene per tutto l’autunno ma sono precipitate a dicembre. Quando Almeyda è stato esonerato il 23 marzo, il Siviglia aveva vinto solo due delle ultime 13 partite.

Ma come ha fatto la squadra ad avvitarsi in una spirale tanto negativa? A dilapidare tutto il patrimonio competitivo acquisito negli ultimi 15 anni?

Le cose, in realtà, hanno cominciato a scricchiolare già nella stagione 2022/23, quella dell’ultima Europa League vinta. Quell’anno il Siviglia ha cambiato tre allenatori: è stato esonerato Lopetegui dopo le prime dieci partite stagionali, a cui è seguito il richiamo di Sampaoli con un nuovo esonero a marzo: la squadra era a due punti dalla zona retrocessione ed è stato messo tutto in mano a José Luís Mendilibar, un allenatore esperto delle zone medio-basse di classifica.

Mendilibar ha vinto l’Europa League e salvato la squadra, ma il Siviglia non si è fermato nel suo progetto di cambiare allenatori come si cambiano le mutande. Mendilibar è stato esonerato dopo 11 partite della stagione seguente, il suo sostituto, Diego Alonso, è rimasto in carica per 14 partite senza vincerne nessuna – eccetto due in coppa con avversari di serie minori.

Quique Sánchez Flores ha condotto la squadra fino al termine dell’annata 2023/24, dopo di che era esausto e ha rinunciato a iniziare la stagione seguente, lasciando sul piatto un anno di contratto. L’allenatore scelto per il 2024/25, Xavier García Pimienta, è durato fino ad aprile, poi è stato sostituito con Joaquín Caparrós.

Tra il 2022/23 e il 2024/25, il Siviglia ha cambiato 7 allenatori, e chiuso la Liga al 12°, 14° e 17° posto. Ogni anno più pericolosamente vicino alla retrocessione.

Con gli allenatori di quest’anno, Almeyda e Luis Garcia, il Siviglia ha impiegato 9 allenatori in quattro stagioni.

Decadere, perdere posizioni gerarchiche faticosamente guadagnate, farsi attrarre verso il fondo: questo tipo di incubo sta vivendo il Siviglia, ripetendo sinistramente il declino già toccato a diverse squadre storiche del calcio spagnolo negli ultimi anni.

La Real Zaragoza e il Deportivo La Coruña, retrocesse e non più tornate in Liga stabilmente, dimostrano quanto sia difficile recuperare il rango una volta perso. Anche il Valencia è andato vicino all’autodistruzione: non è mai retrocesso ma non ha ancora recuperato la grandezza perduta. Sono tutti esempi di club trascinati giù dall’incapacità dirigenziale, prima ancora che dalle crisi economiche.

Il Siviglia non fa eccezione.

LE RAGIONI (FAMILIARI) DI UN’AUTODISTRUZIONE
Uno degli acceleratori più nefasti di questa crisi è la spaccatura famigliare che da alcuni anni divide la dirigenza e tiene il club nell’incertezza. È una storia lunga e difficile da ricostruire linearmente. L’attuale presidente José María Del Nido Carrasco è in rotta con il padre, ex presidente e tuttora azionista individuale di maggioranza, José María Del Nido Benavente.

Questi è stato presidente del Siviglia dal 2003 al 2013, quando è stato condannato a 7 anni e mezzo di reclusione per una storia di corruzione legata alla sua professione di avvocato. Prima di andare in prigione, ha ceduto la rappresentanza delle azioni del Siviglia al figlio, che poi si è rifiutato di farsi da parte quando il padre è tornato libero nel 2017. Non solo, ma si è alleato con uno dei rivali storici del padre, Pepe Castro, presidente dal 2013 al 2023.

Nel 2019 il duo Castro-Del Nido figlio firmano un accordo che allontana ulteriormente Del Nido padre da un possibile ritorno al potere: all’orizzonte si è affacciato il fondo di investimento americano 777 Partners (in quel momento con quote in Genoa, Everton e Vasco da Gama, tra le altre) e, per evitare di perdere la società, le storiche famiglie sivigliane proprietarie del club hanno fatto cartello: i Castro e i Del Nido appunto, ma anche gli Ales, i Guijarro e i Carrión.

L’accordo ha sancito che, per evitare che le spaccature dentro ciascuna famiglia indebolissero il consiglio, ogni pacchetto famigliare dovesse esprimere un voto unitario. Il rappresentante delle azioni Del Nido è ancora il figlio, Del Nido Carrasco: per questo il padre, pur essendo il maggiore azionista individuale (con il 24% delle azioni), di fatto non può votare diversamente dal figlio e contro il direttivo.

Dal 2020 Del Nido padre ha cercato di sciogliere il vincolo attraverso i tribunali, ma nessun giudice gli ha dato ragione. Ha anche provato ad allearsi con 777 Partners, ma la scalata degli americani è rimasta a un punto stazionario. Questa situazione ha dato luogo a diversi episodi tra il tragico e il farsesco.

Il più grave a dicembre 2023: c’è l’assemblea degli azionisti, Del Nido figlio rivela che il padre ha tentato di corromperlo ricordandogli quanto incasserebbe vendendo a 777, e il padre reagisce dandogli pubblicamente del «pezzo di merda».

Tra le numerose armi retoriche usate da entrambe le parti per offendersi, una delle preferite di Del Nido padre è dare dei “béticos” al figlio e alla sua cricca, accusandoli cioè di essere degli infiltrati del Betis che operano contro il Siviglia. Il figlio sarebbe il primo dei béticos, colpevole addirittura di aver sposato nel 2015 Iris Mel, figlia dell’allora allenatore e uomo simbolo del Betis Pepe Mel.

La spaccatura è su tutti i temi: dal nuovo stadio, il cui progetto è stato presentato nel 2023 – Del Nido padre l’ha definito «Orribile, sembra un lavandino» – allo stipendio del figlio presidente. «Lo stipendio del presidente usurpatore è di 1 milione di euro, ci sono più soldi per assumere tifosi del Betis che per ingaggiare giocatori», ha detto ancora il padre.

In questo caos la squadra non può avere stabilità, e i tifosi sono nervosi. Dal 2023 portano avanti una contestazione permanente, esauriti dallo stress e da una passione che consuma. Siviglia è una città in cui non esiste separazione tra tifo e club, poiché questo è ramificato nella città. A gestirlo sono le famiglie alto borghesi del posto, oggi unite, dopo anni di divisioni, per evitare che il club diventi di proprietà straniera. Questa mancanza di distacco con il tessuto sociale inasprisce ogni tensione. Rende il Siviglia uno di quei club che non ha mezze misure: o vola o brucia.

Un club in cui lo stesso modello dirigenziale famigliare, con le azioni che si passano per via ereditaria insieme alla fede per la squadra, rimanda a un immaginario simbolico torbido. Le famiglie come cosche: «È un patto per ristabilire la pace tra le famiglie», scrive The Athletic sull’accordo del 2019, attingendo a un immaginario gangster. Ogni dissapore in seno alla dirigenza così non è solo affare professionale, ma di famiglia e parentela. La ricetta sicura per rendere tutto più pesante, velenoso. «Nel fiume Guadalquivir è stato versato del sangue», recita l’incipit di un articolo di El Mundo sulla faida tra i Del Nido.

La schizofrenia nella gestione degli allenatori non è altro che un riflesso della confusione che regna nell’ambiente. Quasi tutti i tecnici passati in questi anni hanno accusato di inettitudine i dirigenti, in qualche modo.

Nel 2024 è emerso il video di un incontro tra Mendilibar e la dirigenza, successivo alla vittoria dell’Europa League: si vede il tecnico scettico, che smonta punto per punto ciò che la dirigenza ha in mente per la stagione successiva. «Dobbiamo tornare al nostro modello basato sui giovani», dice il presidente Pepe Castro, a cui Mendilibar ribatte: «E cosa avete fatto gli anni passati? L’anno scorso avevamo l’età media più alta del campionato». Di nuovo Castro: «Ma eravamo in Champions League, avevamo inserito giocatori più anziani»; e Mendilibar: «Certo, e volete anche che ci qualifichiamo in Champions, no? Prendo dei ventenni e devo arrivare in Champions, certo».

Almeyda invece dopo l’esonero ha accusato di «doppia faccia» i dirigenti: «Il giorno prima mi hanno detto che sarei rimasto fino a fine stagione, quello dopo mi hanno cacciato».

UN DISASTRO ANCHE FINANZIARIO
Negli anni il valore della rosa del Siviglia è crollato, proprio a causa di scelte dirigenziali scellerate che, non appena i risultati si sono incrinati, hanno mandato le finanze a rotoli. Scelte innanzitutto tecniche, di costruzione della rosa.

Se prendiamo l’intervallo che va dalla stagione 2012/13 (la prima di Unai Emery) a oggi, il Siviglia figura al 5° posto tra i club spagnoli con il saldo di calciomercato migliore, circa 95 milioni di euro (dati Transfermarkt). Ma se restringiamo l’intervallo alle ultime stagioni, dal 2019/20 a oggi, il Siviglia ha il quarto deficit peggiore. Parliamo di soli 17,5 milioni di rosso, niente di eccezionale, ma è significativo di un cambiamento nella gestione.

Negli anni migliori il Siviglia era un club che raggiungeva il successo facendo fruttare al massimo i piccoli investimenti, che comprava a poco e faceva diventare fenomeni i suoi giocatori grazie a progetti tecnici di qualità, per poi rivenderli a tanto. Così ha lavorato durante tutta la gestione Emery, e fino al 2018/19. In ognuno di quegli anni, ha speso per gli acquisti meno di quanto incassato dalle cessioni.

Ma dalla stagione 2019/20, la prima di Lopetegui, la tendenza è cambiata: quell’anno il club ha speso addirittura 188 milioni a fronte dei 131 incassati, e questo trend è continuato negli anni successivi, anche se con cifre minori. È stato un errore, come ha ammesso Monchi, tornato ds del Siviglia tra il 2019 e il 2023: «C’era l’ambizione a spingere forse più del dovuto, per quella che consideravamo un’opportunità unica di competere per il campionato».

I risultati, invece di migliorare, sono peggiorati, e quell’ambizione ha presentato il conto: la scorsa estate per rientrare nei costi sono stati venduti giocatori per 55 milioni, e sono stati spesi solo 250 mila euro per acquistarne di nuovi. Come ha scritto il Guardian, la rosa per quest’anno è stata costruita «con quello che sono riusciti a trovare». Ovvero giovani promossi dalla cantera, prestiti, e giocatori a fine carriera arrivati a zero, come Azpilicueta e Alexis Sanchez. Quest’anno il Siviglia ha il secondo tetto salariale più basso della Liga, mentre l’anno scorso aveva il più basso in assoluto tra prima e seconda divisione.

Quando guardiamo la classifica e vediamo il Siviglia in fondo, non dobbiamo pensare a una squadra di grandi giocatori che stanno deludendo, ma a una che per la rosa a disposizione non poteva fare molto meglio di così. “Guardate oltre il nome, e il Siviglia semplicemente non è una squadra molto forte”, ha scritto Sid Lowe sul Guardian.

Questo è l’aspetto più doloroso per i tifosi, il progressivo “downgrade” della squadra a cui hanno dovuto assistere. L’impoverimento di aura, prima ancora che tecnico. Il Siviglia che negli ultimi 15 anni è stato uno dei club più affascinanti d’Europa, oggi è in macerie. Il club che ha mancato la qualificazione in Europa solo due volte negli ultimi vent’anni, potrebbe mancarla ancora a lungo. Le serate di Europa League in cui dominava Liverpool, Manchester United o Juventus sono un lontano ricordo.

È una perdita anche per gli appassionati neutrali: in questi anni il Siviglia è stata una delle squadre più interessanti al mondo, un laboratorio tecnico e tattico di alto livello. Qui hanno trovato spazio e successo allenatori e calciatori di grande valore ma che altrove hanno fallito: personaggi geniali, ma magari troppo fuori dagli schemi o estremi nel loro stile, per funzionare nei grandi club.

Sampaoli, Nasri, Lopetegui, Suso, Ocampos, Lamela, Banega, per non parlare di Jesús Navas: tutti hanno vissuto i loro giorni migliori a Siviglia, e la loro realizzazione ha reso il panorama calcistico europeo di questi anni più vario e ricco. Questa idea di Siviglia come Mecca di un certo tipo di talenti – tendenzialmente fragili, delicati, anticonvenzionali – ora sembra lontanissima.

A inizio stagione, Almeyda ha spiegato in che modo ha dovuto costruire la rosa per quest’anno: «Come quando qualcuno della tua famiglia ti chiede “Vuoi i pantaloni di tuo nonno?” “Sì, grazie, mi farebbero comodo”».