C’è una Venezia che non appartiene soltanto alla storia dell’arte ma alla memoria emotiva di chiunque abbia attraversato almeno una volta la laguna. Quella dipinta da Francesco Guardi, protagonista della mostra «I Guardi di Calouste Gulbenkian», visitabile fino all’8 giugno nelle sale di Ca’ Rezzonico potrebbe essere potrebbe essere la Venezia dei contorni che tremano come ricordi, e non come architetture, una città che non si lascia mai fissare del tutto perché vive proprio nella sua instabilità. L’esposizione raccoglie una dozzina di capolavori provenienti dal Museo Calouste Gulbenkian insieme a una preziosa selezione di circa cinquanta disegni, appartenenti ai fondi del Gabinetto dei disegni e delle stampe della Fondazione Musei Civici, costruendo un percorso che permette di entrare nella poetica di uno degli artisti più visionari del Settecento veneziano.
Il percorso si apre con le vedute urbane, dove Guardi reinventa Venezia trasformandola in una città interiore. Nel magnifico «Ponte di Rialto dalla riva del Carbon» l’artista riprende schemi compositivi già utilizzati da Canaletto e da Michele Marieschi, ma li trasfigura con una pittura completamente diversa. Il Canal Grande non è più una veduta perfettamente costruita secondo regole geometriche: diventa una superficie viva, percorsa da riflessi, movimento e luce. Le sue celebri “macchiette” – minuscole figure tracciate con pochi tocchi rapidissimi – animano la scena con sorprendente forza narrativa. Mercanti, gondolieri, dame eleganti, facchini e popolani trasformano la veduta in un racconto quotidiano. Guardi riesce così a dare vita non solo all’architettura, ma al respiro stesso della città. Rialto appare come un luogo di grande fermento dove commercio, acqua e folla convivono in una simbiosi reciproca.
Nella «Piazza di San Marco in occasione della festa della Sensa» il pittore abbandona ogni monumentalità celebrativa per concentrarsi sulla dimensione umana dell’evento. La tradizionale festa veneziana, che simboleggiava lo sposalizio di Venezia con il mare, si trasforma in un brulicare di bancarelle, botteghe e persone comuni. Guardi osserva la città dal basso, quasi mescolandosi alla folla. Le architetture della piazza perdono rigidità e sembrano immerse in una luce lattiginosa che scioglie i contorni. È una Venezia popolare, autentica, lontana dalla perfezione teatrale di Canaletto. E proprio in questa apparente casualità emerge la modernità di Guardi: la capacità di trasformare una scena urbana in impressione atmosferica.
Straordinaria è poi la «Veduta del canale della Giudecca e la punta di Santa Marta», probabilmente una delle opere più liriche dell’intera mostra. Qui il vedutismo settecentesco arriva quasi a dissolversi. La laguna occupa gran parte della composizione e acqua e cielo sembrano fondersi in un’unica materia luminosa. Le architetture si rarefanno, diventano presenze leggere, quasi fantasmi immersi nella foschia.
La pennellata di Guardi si fa rapidissima, frammentata, vibrante. Non interessa più descrivere fedelmente un luogo, ma restituire una sensazione: il silenzio della laguna, la luce che muta continuamente, l’orizzonte aperto verso la terraferma e il mare. In queste tele si avverte già una sensibilità sorprendentemente moderna, capace di anticipare atmosfere che sembrano quasi impressioniste. Il secondo nucleo della mostra è dedicato alle feste d’acqua e alle regate, tema fondamentale nella nascita del vedutismo veneziano. Francesco Guardi ne fu l’ultimo grande interprete. In «La regata sul Canal Grande vicino al Ponte di Rialto» la scena esplode di energia: le imbarcazioni fendono l’acqua, le rive si affollano di spettatori e l’intera composizione sembra oscillare insieme al movimento del canale.
Anche qui Guardi parte spesso da modelli grafici preesistenti, ma li reinventa completamente grazie alla sua pittura nervosa e luminosa. Il vero protagonista non è l’evento storico in sé ma l’atmosfera festosa della città, il senso collettivo dello spettacolo veneziano. Affascinante è anche la sezione dedicata ai Capricci, genere amatissimo dai collezionisti europei del Grand Tour. Nel Settecento il “capriccio” permetteva ai pittori di mescolare realtà e fantasia, architetture vere e immaginarie, rovine antiche e costruzioni moderne. Guardi si muove in questo territorio con grande libertà poetica.
Emblematico è «Il Ponte di Rialto secondo il progetto di Palladio». Il soggetto nasce da un’idea di Francesco Algarotti e fu inizialmente dipinto da Canaletto per il console inglese Joseph Smith. Guardi riprende quel modello immaginando un Rialto monumentale e mai realizzato: un ponte palladiano a tre arcate, maestoso ed elegantissimo. L’opera possiede qualcosa di visionario. Venezia appare trasformata in una città ideale, quasi classica, dove l’utopia architettonica prende forma attraverso la luce tremolante del pittore. Non è più la Venezia reale, ma quella sognata dai collezionisti inglesi e dagli intellettuali del Grand Tour.