di
Enrico Caiano
Tiziana Nasi, cugina dell’avvocato Agnelli: «Nel mondo dei diversamente abili non c’è proprio nulla di pietistico»
C’è una frase, attribuita a Henry Ford, pioniere della produzione di massa di automobili e «collega» coevo del fondatore della Fiat Giovanni Agnelli: ovvero il nonno di suo padre Giovanni e nella cui storica villa torinese, davanti al Parco del Valentino, Tiziana Nasi nacque nell’aprile del 1948. Una frase che le si attaglia benissimo: «Quando tutto sembra andare contro di te, ricorda che l’aereo decolla controvento».
Settantotto anni compiuti da qualche giorno, cugina di secondo grado dell’Avvocato Agnelli e cugina di John Elkann, Tiziana, quando ha scoperto di essere affetta dalla malattia di Parkinson?
«Era il 2019 e diciamo che me lo sono diagnosticato io».
Cioè?
«Uscivo da una riunione alla Regione Piemonte, una di quelle un po’ lunghe — ma interessantissime per carità — che si svolgeva nella sala consigliare interrata. Quando sono uscita, dopo essere arrivata in cima alla rampa di scale mi sono sentita frastornata. Era mezzogiorno e, giuro, non avevo bevuto, dunque non poteva essere colpa dell’alcol. Sta a vedere che è il Parkinson, mi sono detta. E sono andata da un neurologo. Il quale mi spiegò che non era possibile perché non avevo i sintomi tipici della malattia».
Ma non l’ha convinta.
«No, tanto che sono andata a fare l’esame specifico al reparto di Medicina nucleare dell’ospedale Molinette di Torino — un posto straordinario, strepitoso, che sembra una base spaziale — e lì me l’hanno confermato: avevo il Parkinson. Per qualche anno non mi ha dato quasi fastidio. Ora, invece, Mister Parkinson è un po’ più noioso. Ma lo debello a suon di palline».
Ora ne parleremo di queste palline, che sono palline da ping pong. Ma prima vorrei sapere se una notizia così drammatica ha provocato una cesura nella sua vita o se l’ha presa come un episodio tra i tanti della sua esistenza.
«La considero una delle tante cose che mi sono successe nella vita, belle e brutte. Dal momento però che io tengo a considerare solo quelle belle, anche perché ne ho avute tantissime, mi dico spesso: ma vista l’età — perché certo c’è il Parkinson giovanile che purtroppo si sta diffondendo moltissimo ed è una bruttissima cosa — a me che differenza fa? Se non lo avessi, starei molto meglio? Ho imparato a giocare a ping pong e conosciuto persone molto simpatiche grazie a Mister Parkinson».
Sua madre Marinella Wolff soffrì di Parkinson.
«Ebbe un Parkinson leggero proprio negli ultimissimi anni di vita. Era del 1922 e morì nel 2002, a 80 anni. Io ne ho 78 e sempre bisogna fare meglio dei genitori. Quindi: avanti tutta!».
Un imperativo che seguì anche di fronte alla vera grande tragedia della sua vita, la perdita di sua figlia in giovane età?
«Sono stata eletta presidente del Comitato regionale piemontese di quella che allora era la Federazione Sport Disabili italiana il giorno prima che morisse mia figlia, nel 1997. Per me quella nomina è il regalo che lei mi ha fatto per distrarmi dalla sua morte».
Lei ha agito da zone ultraterrene ma qui, nella realtà, a Torino, anche un’altra persona l’ha aiutata.
«Sì, quella straordinaria persona che fu la biellese Paola Magliola. Che io considero l’inventrice dello sport paralimpico in Piemonte e anche naturalmente la mia inventrice. Il giorno dopo che era morta mia figlia e quello dopo ancora e così via di seguito mi telefonava e mi obbligava a fare cose… Le signore di Torino poi mi diranno: “Come sei brava tu”, parlando del mio impegno nel mondo paralimpico. Ma io replicavo che non ero brava, solo fortunata a poter stare con persone simpaticissime, sportive come me e per di più giovani. Ma che cosa potevo volere di più?».
Beh, non esageri con la modestia, ora…
«Massì, un briciolino di merito me lo prendo pure. Però quello più grande è degli atleti e delle persone che ho frequentato nel mondo paralimpico. Ti coinvolgono in una maniera sempre positiva, allegra. Non c’è mai niente di pietistico in quel mondo. “Poveri ragazzi” un corno! E tutto quel buonumore viene loro dallo sport. Quando hanno saputo che mi ero presa il Parkinson la reazione comune era: “Ben ti sta, hai visto cosa succede a stare con noi?”».
La malattia l’ha costretta a rinunciare a tante cose? Fa ancora lunghe passeggiate con i suoi cani?
«Assolutamente sì, anche perché sono molto indicate per questa patologia. Certo quando mi stanco poi mi pare di stare peggio di quando ho cominciato. Ma sento anche dentro di me che la stanchezza fisica mi fa bene. Addirittura c’è chi sostiene che quasi si potrebbe fare a meno delle medicine se si avesse un’attività fisica molto intensa. Io credo che serva un mix ben fatto di entrambe le cose».
Come Marella e Gianni Agnelli anche lei è padrona di husky?
«No, no, di husky ne ho avuta una soltanto ed era figlia di uno di quelli dell’Avvocato. Ma era una signorina di facili costumi e girando per le colline tornava spesso incinta, così ha dato vita a una nuova, magnifica razza di… “Husky piemontesi” molto intelligenti, anche se un po’ meno “regali” di aspetto. Poi ne ho avuti di tutti un po’, ma sempre cani adottati. Tre erano anche disabili».
Per chi guidò lo sport paralimpico non fa una piega.
«Uno era cieco, uno amputato e ora ne ho uno un po’ storpietto. Mi manca solo un paraplegico, come dico sempre agli atleti in carrozzina. Quello cieco lo presi subito dopo le Paralimpiadi di Torino 2006. Era fantastico: in casa girava da solo, nelle passeggiate mi appoggiava quasi il naso al polpaccio. Diciamo che io gli facevo da “cane guida”, ecco».
E altre sue passioni come la lettura e la musica Mister Parkinson gliele ha lasciate?
«La radio è sempre accesa su stazioni musicali e leggere leggo ancora parecchio. Purtroppo ci riesco solo la sera perché il Parkinson e l’età insieme mi hanno resa molto lenta: ci metto un giorno intero a fare quello che una volta avrei sbrigato in mezza mattina. E quindi sono sempre un po’ con l’acqua alla gola anche se in verità non ho quasi più nulla da fare…».
Difficile crederle… E il ping pong, allora?
«Me l’hanno fatto scoprire dei giovani parkinsoniani, nella fattispecie Massimiliano Iachini, conosciuto subito dopo le Paralimpiadi di TO 2006. Allora era veramente giovane e già con il Parkinson. Mi ha detto che stava mettendo su un gruppo di pongisti e che il Cus Torino gli dava una grossa mano. Mi ha suggerito di provare. Io non avevo praticamente mai giocato e gli dissi che non faceva per me: da ragazzina quando si finiva di sciare invece del ping pong preferivo pattinare: dicevo che prima o poi sarebbe arrivato l’hockey femminile e io l’avrei fatto. Peccato che sia arrivato quando ero già quasi col Parkinson…».
Da quella prima chiamata ne ha fatta di strada.
«Mah… Ho capito che mi diverto e sento che mi fa bene, tutto qui. Certo, come gruppo parkinsoniano di ping pong siamo andati l’ottobre scorso ai campionati del mondo a Metz, in Francia. Piaciamo molto alla Federazione italiana Tennistavolo con la quale ho un antico e importante rapporto paralimpico. E vedremo adesso cosa succederà ai campionati italiani dal 20 al 24 maggio a Cesena. È la prima volta che si fanno, la Federazione Tennistavolo ci ha preso in simpatia».
Ho saputo che lei giocherà anche nel doppio misto.
«Con il più bravo giocatore italiano, un fortissimo pongista al quale è venuto il Parkinson eppure gioca che è una meraviglia vederlo. È un siciliano focoso e spero non si arrabbi… Nel doppio l’importante è anche scansarsi e vedo di fare bene almeno quello. Non mi importa tanto di vincere ma giocare male mi dà molto fastidio».
Questo irrinunciabile vezzo piemontese di minimizzare…
«L’esageruma nen, dice? E vabbene, è proprio così: esageruma nen».
9 maggio 2026
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