di
Cesare Giuzzi

L’esposto presentato nel 2016 dai legali dell’ex fidanzato condannato per la morte di Chiara Poggi chiedeva di indagare sul dna sulle mani della ragazza. Nel 2017 una copia del documento era già nelle mani degli avvocati di Andrea Sempio: il capitolo entra nell’indagine sull’ex procuratore Venditti

Un documento segreto, con caratteristiche precise, che in quel momento poteva trovarsi in un unico luogo: la procura generale di Milano. Eppure, una copia dell’esposto presentato dai legali di Alberto Stasi nel 2016 per chiedere ai pm di indagare sul dna trovato sulle unghie di Chiara e la corrispondenza con il profilo di Andrea Sempio, all’inizio del 2017 è già nelle mani dei (vecchi) legali del nuovo indagato, gli avvocati Federico Soldani e Massimo Lovati. «Senza ombra di dubbio», scrivono i carabinieri di Milano, «ne erano venuti in possesso illecitamente».

Oltre all’esposto, in quelle carte c’è anche copia integrale della consulenza del genetista Pasquale Linarello, che, secondo gli inquirenti, non era ancora nelle mani di nessun altro, stampa compresa. L’intera documentazione, invece, il 13 gennaio 2017 verrà inviata via mail dai legali di Sempio all’ex generale dei Ris Luciano Garofano nella nuova veste di consulente della difesa per redarre una controperizia. Il 27 gennaio l’ex generale consegna la sua relazione, compresa regolare fattura.



















































A dare la svolta è il ritrovamento dell’appunto a casa Sempio «gip Venditti archivia 20 30» che porta la procura di Brescia a indagare l’ex pm Mario Venditti e il papà di Sempio, Giuseppe. I carabinieri documentano che «nell’arco di circa sei mesi» la famiglia dell’indagato ha prelevato «35 mila euro» (ma si parla di 50-60 mila totali) sulla cui destinazione mamma e papà Sempio si sono più volte contraddetti. Soldi che, ipotizzano i pm, sono finiti a Venditti (sui suoi conti non è stata trovata traccia) o forse ai carabinieri. In questo contesto gli inquirenti sentono Garofano. Lui subito consegna gli atti agli inquirenti dicendo che pochi giorni prima ne aveva chiesto conto ai legali che non gli avevano però mai dato risposta. Motivo che lo porterà ad abbandonare la sua collaborazione con la difesa. 

APPROFONDISCI CON IL PODCAST

Un incrocio tra le copie depositate ai magistrati (alla procura di Pavia, alla corte d’Appello di Brescia, alla procura generale di Milano) e quella nelle mani dei legali di Stasi, chiarisce che si tratta della copia milanese. Decisivi, secondo i carabinieri, sono una marca da bollo non timbrata, alcune graffette e fogli adesivi con appunti scritti a mano a confermare il tutto: la copia è identica a quella custodita nei cassetti della procura generale di Milano. Nell’informativa dei carabinieri non viene esplicitato chi sia l’autore dell’esfiltrazione di atti coperti dal segreto. L’allora pg Roberto Alfonso aveva assegnato quel fascicolo alla sostituta pg Laura Barbaini, magistrato del processo d’appello bis che aveva portato alla condanna di Stasi. 

La stessa che a fine 2016 invierà a Venditti, titolare dell’indagine su Sempio (non si capisce a che titolo) una corposa nota che cassava l’esposto degli Stasi. Ma è anche citata in un’intercettazione del 14 maggio 2025, in cui Giuseppe Poggi dice al figlio Marco che «la Barbaini» ha consigliato «di fare un esposto alla procura generale» per fermare la nuova indagine di Pavia «e dire, “uè a Pavia cosa state facendo?”».

Nelle carte emerge poi che il luogotenente Maurizio Pappalardo, condannato a 5 anni e 8 mesi per stalking, il 24 dicembre 2016, quando non è in servizio ma in permesso previsto dalla legge 104, entra nell’ufficio di Venditti e fa tre foto degli atti dell’inchiesta su Sempio. Le troveranno sul suo cellulare durante la perquisizione nell’inchiesta Clean su indagini pilotate, imprenditori e politici.


Vai a tutte le notizie di Milano

Iscriviti alla newsletter di Corriere Milano

9 maggio 2026 ( modifica il 9 maggio 2026 | 09:07)