di
Roberta Scorranese

Ancora per qualche settimana, alla Gam di Milano, una mostra che getta una nuova luce sul principe scultore nato 160 anni fa sul Lago Maggiore

«D’Annunzio? Chi è D’Annunzio», disse il giovane Paul Troubetzkoy quando, nel 1888, gli mostrarono un articolo de Il Mattino nel quale il poeta elogiava la sua opera. Un frammento di vita, un aneddoto che illumina l’artista protagonista di una mostra ancora in corso (fino al 28 giugno) nelle sale della Galleria d’Arte Moderna di Milano, a cura di Omar Cucciniello. 

Parliamo di un personaggio molto particolare: figlio di un diplomatico russo d’antico lignaggio e di una cantante lirica americana, Paul crebbe sulle sponde del Lago Maggiore, nella Villa Ada di Ghiffa — che assomiglia un po’ a una dacia e un po’ a una di quelle casette austriache di montagna  — giocando con le marionette che per lui aveva realizzato Daniele Ranzoni, pittore della Scapigliatura, genio che finirà i suoi giorni nell’oblio della malattia mentale. 



















































L'artista nel suo atelier

Ma respirava anche l’odore dei colori di Tranquillo Cremona, uno dei tanti artisti che frequentavano la villa, assieme a dandy come il principe Lev Galitzin o il conte Robert de Montesquiou-Fezensac. Insomma, Paul cresce con l’idea precisa che l’arte sia coraggio, irregolarità, ispirazione anti-accademica. È per questo che quando arriva a Milano, nel 1884, non frequenta l’Accademia di Brera, passaggio quasi obbligato per ogni aspirante artista, ma preferisce l’osservazione della vita di strada, gli atelier dei colleghi, l’atmosfera libera e aperta della scapigliatura, movimento importantissimo a Milano perché segnò la prima vera avversione all’accademismo delle scuole. 

Troubetzkoy sceglie strade parallele, forse scomode, di certo irregolari: ritratti eseguiti con ritmi da record, le caricature per il giornale satirico «Guerin Meschino», una spontaneità che finisce per esondare anche dai ritmi scapigliati per recuperare una forma nuova, originale, a metà tra l’impressionismo e il decadentismo. Ecco perché le sue sculture sono distanti sia dal realismo di Gemito sia dal simbolismo di Bistolfi: è come se Paul cercasse di disperdere la forma nei gesti e nei movimenti, come un impressionista che cattura la forma attraverso i riflessi della luce

Uno scatto dall'allestimento della mostra

Guarda, ma con originalità, alla scultura scapigliata di Giuseppe Grandi, come bene fa notare Cucciniello nel testo a corredo del catalogo: «Nascono in questi anni alcuni dei ritratti più intensi, che tradiscono la discendenza scapigliata di Grandi nella modellazione mossa e sfatta, nei tagli obliqui, nelle asimmetrie, nelle larghe creste di materia che esondano dai basamenti per invadere lo spazio e negare così l’idea di una scultura chiusa nel contorno, come quelli di Ranzoni, Lorenzo Ellero, Ferdinando Lucini».

Con questo tentativo poetico e coraggioso di portare vita nella materia più pesante, Troubetzkoy fa volare i corpi di bronzo, tenendosi però una sfumatura di indeterminatezza, di precarietà, un sentimento che poi, nel Novecento, diventerà centrale nell’arte. Forse è stato anche per questa straordinaria vicinanza alla vita reale che le sue sculture gli hanno regalato una notorietà in Europa vicina a quella di Giovanni Boldini: in Russia (ancora oggi molte delle sue opere sono nelle collezioni di facoltosi russi) ma anche negli Stati Uniti, dove farà il ritratto ai rappresentati della borghesia industriale e ai divi del cinema, per esempio Mary Pickford e Douglas Fairbanks. 

Paul lavorò per anni in Russia, poi in Francia e quindi negli Stati Uniti, a Hollywood. Ma alla fine scelse di tornare. Si stabilì a Pallanza – sul lago Maggiore, dove tutto era cominciato – nel 1932 e qui morì sei anni dopo.

9 maggio 2026