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Sara Gandolfi, inviata a Tenerife

Il responsabile del team di epidemiologia dell’Organizzazione mondiale della Sanità: «L’Hantavirus non è il Covid, altrimenti avremmo avuto una pandemia già molto tempo fa. Non si trasmette facilmente da persona a persona»

«Contate 42 giorni a partire dal 6 maggio. Ecco quel giorno l’Hantavirus non sarà più un pericolo». Il dottor Boris Pavlin, responsabile del team di epidemiologia sul campo dell’Organizzazione mondiale della Sanità, si è spostato da Ginevra a Tenerife per seguire passo passo l’evacuazione dei passeggeri rimasti a bordo della MV Hondius. E torna a rassicurare: «L’Hantavirus non è il Covid. Si tratta di un virus che conosciamo da decenni. Non si trasmette facilmente da persona a persona.  Incrociare qualcuno in aeroporto non è considerato un contatto ravvicinato. Persino in aereo, solo le file intorno al passeggero o le interazioni con gli assistenti di volo e simili possono essere considerate ad alto rischio. E nella fase asintomatica non si può contagiare nessuno. Se fosse stato come il Covid avremmo già avuto una pandemia molto tempo fa».

Come procede l’evacuazione? 
«Sta andando bene, siamo molto contenti. L’organizzazione è stata incredibilmente fluida ed efficiente. Le autorità sanitarie spagnole sono state molto precise e rigorose. Non si sono verificati eventi imprevisti e sono state sbarcate dalla MV Hondius molte persone di diverse nazionalità. Le operazioni proseguiranno per tutto il resto della giornata e fino a domani, la scadenza operativa è fissata per lunedì alle 19, dopodiché se ci sarà ancora qualcuno a bordo, se ne occuperanno i Paesi Bassi, perché la nave batte bandiera olandese».



















































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Gestite voi dell’Oms le operazioni sul campo? 
«No, i responsabili sono gli spagnoli, perché siamo sul loro territorio. L’Organizzazione Mondiale della Sanità è  qui per supportarli».

Però è stata vostra la decisione di inviare qui alle Canarie la nave. Perchè non nei Paesi Bassi?
«In realtà, non si tratta di una decisione specifica dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, ma noi siamo i custodi delle normative sanitarie internazionali, le quali stabiliscono che se un porto ritiene di non avere le capacità adeguate per affrontare un problema medico riscontrato a bordo della propria nave, ad esempio un problema legato a una malattia infettiva come in questo caso, ha il diritto di rifiutare l’attracco. Ed è proprio ciò che hanno fatto le autorità di Capo Verde. Il porto di scalo successivo tra Capo Verde e il Nord Europa era Tenerife, e il governo spagnolo ha acconsentito».

Perché non farla proseguire fino ai Paesi Bassi?
«Sarebbe stato un viaggio troppo lungo, dai cinque ai dieci giorni. Avrebbe rappresentato un rischio eccessivo in caso di un altro contagio, dato che l’assistenza medica a bordo è limitata. Inoltre, dobbiamo ricordare che si tratta di una popolazione di passeggeri piuttosto anziana, con altri problemi di salute che non possono essere facilmente gestiti durante un viaggio così prolungato».

Qual era l’età media dei passeggeri a bordo?
«Circa 60 anni».

Molte persone, anche in Italia, ora sono preoccupate per le persone scese dalla nave a Sant’Elena, senza alcun controllo o quarantena. Riuscirete a controllare tutti i contatti?
«Gli Stati che fanno parte del Regolamento sanitario internazionale comunicano tra di loro. Essendo Sant’Elena un territorio d’oltremare del Regno Unito, quest’ultimo ha comunicato con i paesi di destinazione di quei passeggeri. Alcuni di loro avevano già lasciato Sant’Elena prima che sapessimo cosa stesse succedendo, ma sono stati monitorati nei rispettivi paesi e ogni giurisdizione sta facendo ciò che ha ritenuto opportuno per la quarantena».

È sufficiente?
«Assolutamente. Non si tratta di COVID. Si tratta di un virus che conosciamo da decenni. Non si trasmette facilmente da persona a persona. Anzi, è tutt’altro che un’eccezione. La maggior parte dei casi deriva dall’esposizione ai roditori e, in piccoli gruppi, abbiamo osservato focolai di casi dovuti a stretto contatto umano. Incrociare qualcuno in aeroporto non è considerato un contatto ravvicinato. Persino in aereo, solo le file intorno al passeggero o le interazioni con gli assistenti di volo e simili possono essere considerate ad alto rischio. Tutto il resto è a basso rischio».

Che si fa ora con i contatti ad alto rischio?
«Sono monitorati e nella maggior parte dei casi vengono messi in quarantena, il che limiterà ulteriormente la possibilità che accada qualcosa. A differenza del Covid, inoltre, non si diffonde durante il periodo asintomatico, prima che ci si ammali. Quindi, anche se qualcuno dovesse sviluppare sintomi in seguito, il fatto che prima sia stato in mezzo alla gente non rappresenterebbe un rischio per gli altri».

Anche con il Covid, inizialmente, eravate ottimisti…. 
«Se questo virus si fosse trasmesso in modo simile al Covid, avrebbe già causato la pandemia molto tempo fa. Sappiamo che non è così e quindi il rischio è praticamente nullo per chiunque non sia stato a stretto contatto con altre persone».

In Argentina però sono stati individuati i “superspreader”. Una persona ad esempio ha diffuso il virus a diverse persone in appena 90 minuti...
«Esatto. Ci sono stati tre casi che sono stati responsabili, in un modo o nell’altro, di tutti i casi successivi. In genere, però, al massimo una persona viene contagiata da un’altra persona, a differenza di quanto accade con il Covid, dove vengono contagiate 10 o 20 persone, e ognuna di esse ne contagia altre 10 o 20. E anche in questo caso argentino si è trattato di contatti ravvicinati».

Sulla nave, era proprio quello il rischio….
«Sì, il rischio di trovarsi a stretto contatto con altre persone, ed è per questo che tutti vengono considerati contatti ad alto rischio. Nel contesto informale delle persone al di fuori della nave, la situazione è molto diversa».

Per quanto tempo dovrebbero rimanere in quarantena? 
«L’Oms raccomanda attualmente sei settimane, 42 giorni. Tuttavia, la nostra esperienza, basata sui dati che abbiamo esaminato, mostra che la maggior parte dei periodi di incubazione è più vicina a 18-21 giorni. Stiamo cercando di capire se sia possibile creare un modello che ipotizzi cosa accada se le persone interrompono la quarantena dopo, diciamo, 24 giorni: in tal caso, il 95% del rischio sarebbe già stato eliminato. Naturalmente, poi spetta alle autorità nazionali decidere se accettare quel restante 5% di rischio, sapendo che in ogni caso, se qualcuno dovesse sviluppare sintomi, esiste un piano di emergenza. Anche se dovessero esporre qualcun altro al contagio, è improbabile che ciò causi più di un piccolo numero di casi». 

10 maggio 2026 ( modifica il 10 maggio 2026 | 17:01)