Tantissima gente in Bulgaria, festa di popolo semplice e vagamente vergine che riporta un po’ indietro le lancette del tempo, quando anche attraversare l’Italia restituiva un senso di spontaneità e persino di ingenuità del Paese ancora entusiasta, del tipico Paese bambino, prima di entrare nell’era tatuata e nel mondo wow dei trapper funebri, dei maranza sballati e delle Terrazze Sentimento per aspiratutto.

Si può dire solo bene del contorno, operazione interessante a livello di marketing e promozione internazionale. Non proprio bene si può dire del resto: non del vialone d’arrivo della prima tappa – mancavano solo mazze da baseball e bande chiodate ad accogliere il gruppo -, non benissimo nemmeno degli esiti tecnici. Parlando da italiani preoccupati, si torna in Italia con un Milan ridotto a brandelli da questo imperiale Magnier, e più che altro si torna in Italia con questo Silva in maglia rosa. Non proprio un avvio da fermare le rotative e assediare le edicole.

Silva si merita tutto quello che ha perchè se l’è guadagnato con le proprie forze, ma per quanto lo si possa amare e ammirare non si può dire sia la maglia rosa ideale per rilanciare il Giro. Se solo Vingegaard e Pellizzari nella seconda tappa fossero arrivati da soli, certamente adesso avremmo altro di cui parlare e altro interesse popolare attorno all’avvenimento (che ne ha un disperato bisogno). Invece. Vendere sul mercato la prima maglia rosa di un uruguaiano può fare colore, può smuovere qualche curiosità, può sembrare eccentrico, ma non va mai scordato che il Giro non è un circo equestre. Non ha bisogno di numeri ad effetto e travestimenti bizzarri. Non servono il nano e la donna barbuta.

Spiace che questo discorso suoni sgradevole ai danni di Silva, ma torno a dire: Silva non c’entra niente, lui fa il massimo e raccoglie quanto si merita. Fine. E’ il Giro a doversi un po’ interrogare. Anche Pozzovivo che fa faville a 43 anni è fenomeno molto curioso e molto stravagante, ma chi ami il ciclismo davvero non può non chiedersi a quale livello siano gli altri, i ventenni e i trentenni presi a schiaffi. In questo senso, tento di dire, la prima maglia rosa di un uruguaiano non è un grandissimo spot. Piuttosto, dice parecchie cose sulla caratura media dell’avvenimento.

Dice: da sempre i grandi Giri portano a galla personaggi minori, anzi anche questo è uno dei loro scopi più nobili. E’ vero, ci deve essere spazio per tutti, in vetrina può andarci chiunque abbia gambe e testa per arrivarci. Ma la congiuntura del ciclismo italiano è tale che anche un avvenimento in sé caruccio può risultare alla fine impoverimento. Chiedo di nuovo scusa a Silva e all’Astana, non so più come dirlo, ma è chiaro che questo discorso è rivolto agli altri, a un Giro che già di suo vede al via pochissimi big, squadre di panchinari, e vacanzieri venuti qui giusto per fare un favore (la speranza è che non esploda il caldo, perchè questi sono capaci di presentarsi con le infradito, chiedendo dov’è il loro ombrellone). Sono loro che devono darsi una bella mossa. Naturalmente c’è tutto il tempo per avere una maglia rosa più nobile, certamente l’avremo, ma finora io mi sentirei di definire da grande Giro solo il duello Magnier-Milan (sempre salvando i Tarozzi, i Tonelli, i Sevilla che svolgono fino in fondo il loro ruolo di generosi agit-prop). C’è un tale bisogno di risollevare l’interesse attorno al Giro, di farne parlare, di obbligare i Tg a occuparsene, che non possiamo permetterci una simpatica maglia rosa uruguaiana troppo a lungo. Bella e simpatica un giorno, anche due. Ma se dura diventa un marchio di fabbrica, non proprio da sbattere in faccia al Tour. Silva ti devo un caffè, scusa te ti ho messo in mezzo.