di
Elisabetta Andreis

Avvocato in uno dei più importanti studi legali internazionali di Milano, in viale Corsica ha allestito un laboratorio con camera oscura. Il 14 maggio inaugura la sua prima mostra

Viale Corsica, domenica mattina. Il rumore della taglierina sul vetro copre le proteste della moglie. «Nel weekend è sempre lì dentro …». «Lì» è un laboratorio nascosto dietro una porta anonima, costruito pezzo per pezzo da Giovanni Ghirardi, avvocato di uno dei più importanti studi legali internazionali di Milano. Di giorno udienze, riunioni, negoziazioni. La sera polvere di legno sulle mani, camera oscura, cornici montate a mano, fotografie lasciate asciugare lentamente come una volta.

Dentro quello spazio che nel novembre 2024 era abbandonato, Ghirardi sembra aver rimesso insieme qualcosa che Milano perde continuamente: il tempo lungo delle cose fatte bene. Gli scaffali degli attrezzi li ha progettati lui. Gli appendini per gli strumenti pure. Ha guidato gli operai nei lavori di muratura e poi ha completato tutto il resto a mano.



















































L’ultimo gioiello è la macchina professionale per tagliare il vetro. Non si scomoderà Alberto Giacometti, il grande scultore che cerca in modo maniacale la perfezione, ma Ghirardi ci va vicino. «Per il legno pregiato ho vari fornitori in Brianza, ma talvolta recupero materiale antico, per uno scatto, il parquet di mia nonna…», racconta. Dettagli che sembrano usciti da un’altra epoca in una città dove tutto corre, si sostituisce, si aggiorna. Invece qui ogni fotografia viene meditata. Scatto, sviluppo, stampa, scelta della carta, realizzazione a mano della cornice. Ogni pezzo dell’opera pesa quanto l’altro.

Il 14 maggio inaugura alla galleria Still Fotografia la sua prima mostra personale, «Altre architetture», curata da Alessandro Curti e Alessio Fusi. Un lavoro che prende Milano e le sue periferie da un’angolazione opposta rispetto all’estetica da cartolina delle archistar. Niente skyline scintillanti. Niente grattacieli celebrati come monumenti. Ghirardi punta l’obiettivo sui margini: ingressi di box, capannoni, geometrie industriali, cancelli, luoghi abbandonati, pezzi di città che ogni giorno attraversiamo senza guardarli davvero. Sotto il suo sguardo diventano altro. Quasi cattedrali silenziose.
Le immagini lavorano per sottrazione. Eliminano il rumore. Restano linee, cemento, luce, superfici. Nel bianco e nero la scala dei grigi è controllata con precisione quasi ossessiva. Nel colore la tavolozza si restringe fino all’essenziale. Le figure umane spariscono quasi sempre. Rimane la loro traccia: ciò che hanno costruito, lasciato, consumato.

Il riferimento inevitabile è la tradizione italiana di Luigi Ghirri e Gabriele Basilico. Ma mentre Basilico ascoltava la città, Ghirardi sembra sezionarla. Studia giunture, tensioni, intersezioni. L’edificio perde funzione e diventa struttura pura.

Dietro c’è anche una disciplina quasi maniacale per la tecnica. Un approccio che ricorda i grandi maestri della fotografia analogica. Richard Avedon passava ore infinite sul set per controllare ogni dettaglio. Robert Mapplethorpe affidava le stampe a specialisti capaci di ottenere il nero perfetto. David LaChapelle ha trascorso anni in camera oscura prima del digitale. Ghirardi parte dallo stesso principio: senza padronanza del mezzo non esiste davvero una visione. Ed è forse questo il punto che colpisce di più entrando nel laboratorio di viale Corsica. Non il curriculum dell’avvocato milanese di successo che nel tempo libero scatta e costruisce cornici. Non la precisione quasi artigianale delle stampe. Piuttosto l’ostinazione. La scelta di rallentare.


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11 maggio 2026