di
Alessio Ribaudo
La proposta dell’ex marito italo-egiziano a Nessy Guerra condannata per adulterio a sei mesi «con lavori»
«Sono stata condannata in Appello in Egitto per un presunto adulterio che non ho mai commesso, non solo a sei mesi di carcere ma anche ai lavori forzati. Sono latitante e potrei essere arrestata da un momento all’altro». Nessy Guerra, 26 anni, di Sanremo, ha una figlia di tre anni e in Egitto vive nascosta: la seconda sentenza, arrivata il 28 aprile, è esecutiva. Nelle motivazioni, per la sua legale, compare la formula che più inquieta: «Condanna l’imputata alla pena di sei mesi di detenzione con lavori». Quale sia l’esatto regime lavorativo in carcere resta da capire. «Non è ancora chiaro in cosa consistano in dettaglio questi lavori forzati — spiega al Corriere l’avvocata Agata Armanetti — e li temiamo. Ma anche se non venissero applicati, le condizioni delle carceri di quel Paese fanno paura. Stiamo preparando un ricorso in Cassazione, ma la mia assistita rischia di finire in cella ogni ora».
Nessy continua a urlare la sua innocenza e attacca: «Tre falsi testimoni sono bastati per condannarmi sino in secondo grado, ignorando prove, ritrattazioni e il quadro clinico del mio ex Tamer Hamouda». Ma oggi c’è un documento inviato dai suoi legali, qualche tempo fa, che Armanetti mostra al Corriere «per la prima volta». È redatto in arabo, indicato come «contratto di matrimonio islamico-italiano», ma secondo la difesa non è una proposta di pace familiare: «è un perimetro di controllo».
Il testo prevede che Nessy torni a vivere con l’ex marito da cui ha divorziato nel 2024, lo segua nei suoi spostamenti e non abbandoni il «tetto coniugale» senza consenso. Richiama conseguenze economiche e perfino profili penali in caso di violazione, ma le clausole vanno oltre la lite patrimoniale. Nessy dovrebbe impegnarsi a essere «una moglie modesta», «fedele», a non mostrare «ornamenti e nudità» in pubblico, sui social e in privato. Dovrebbe non avere segreti con il marito, consegnargli «le password degli account social e dei dispositivi elettronici, autorizzarlo ad accedervi e comunicargli ogni modifica». È prevista anche una riconciliazione pubblica sui media, compresa la tv, e il documento stabilisce che Nessy chieda «pubblicamente scusa».
Nelle dichiarazioni finali, attribuite alla moglie, compare poi la promessa di dimenticare il passato, essere «timorata e fedele», non avere segreti, non compiere più «azioni indecenti» contro di lui e restare al suo fianco. La custodia della figlia, in caso di scioglimento o violazione dell’accordo, resterebbe in modo «definitivo, legale e irrevocabile» a lui.
«Abbiamo rifiutato sdegnati — dice Armanetti —. A Nessy veniva chiesto, nei fatti, di sottomettersi al marito, disciplinando libertà personale, relazioni, comunicazione e maternità».
L’ex coniuge, secondo la difesa, è già stato condannato dal tribunale di Genova per maltrattamenti, stalking, violenza privata, percosse, lesioni e truffa nei confronti di un’altra donna. Da qui l’appello: «Da due anni chiediamo al governo Meloni passi formali per ottenere la grazia che consentirebbe a Nessy e a sua figlia di rientrare in Italia in sicurezza. Non possiamo aspettare che venga arrestata per un presunto adulterio».
Il 6 maggio il Pd ha portato il caso davanti a Montecitorio. Il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, ha detto di aver chiesto «con forza» al collega egiziano Abdelatty la collaborazione del Cairo, ottenendo disponibilità a «raggiungere soluzioni rapide e positive». Ora il tempo sembra essersi ristretto.
Nessy non teme solo sei mesi di cella o il regime lavorativo. Teme di perdere la figlia e di pagare con la libertà una vicenda giudiziaria nata da un’accusa che in Italia appartiene a un passato remoto e buio, ma che in Egitto può ancora decidere il destino di una donna che, peraltro, si professa innocente.
11 maggio 2026
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