CREMONA – Il deserto lo ha messo alla prova: «Piangevo dalla fatica». Ma lo ha anche sorpreso «con le tante persone che mi hanno aiutato». Piergiuseppe Mangiacotti, 34 anni, tecnico della Snam, è tornato dal viaggio in sella alla sua bicicletta e in solitaria che lo ha portato da Pozzaglio, dove abita, a Dakar, capitale del Senegal. 4.410 chilometri in venti giorni per sfidare se stesso e la natura. E, allo stesso tempo, raccogliere fondi destinati alla scuola di un povero villaggio africano. Questo è il suo diario.

È stata l’impresa che si immaginava?
«Sinceramente me la immaginavo un po’ più impegnativa, ma solo per l’aspetto del cibo e dell’acqua, che invece non mi sono mai mancati».
Com’è il deserto visto da una bici?
«È stata un’esperienza interiore più che esteriore. Fuori, c’è poco che cambia: dune e sabbia, gialla o bianca. Dentro, invece, ho riflettuto molto. Il deserto mi ha impressionato per l’attesa, non siamo più abituati ad attendere. La nostra parte del mondo è tutta veloce, praticamente non pensiamo più».
È partito il 2 aprile. Come sono state le prime ore?
«Pronti, via: vicino a Pavia ho incrociato un altro ciclista che si stava recando a Briançon, ai piedi delle Alpi francesi. Abbiamo fatto insieme la strada sino alla salita del passo del Monginevro».
Tre giorni per arrivare a Barcellona.
«Niente di particolare a parte l’ultima notte: ho dormito solo tre ore altrimenti non avrei potuto imbarcarmi».
In nave fino a Tangeri, in Marocco, e da lì di nuovo sulla bicicletta.
«Per il primo dei miei nove giorni e i primi dei miei duemila e cinquecento chilometri nel deserto».
Con quale impatto?
«Un impatto duro a causa del forte vento, più di lato che in senso contrario. Non potevo staccare le mani dal manubrio, avevo gli occhiali ma la sabbia mi picchiava addosso, sulla faccia, le braccia, le gambe».
Nei video pubblicati su Instagram la si sente ripetere: prima o poi tutto questo finirà. Tentato di mollare?
«No, mai. Affrontavo ogni giorno come fosse l’ultimo, davo tutto me stesso».

Il momento più difficile?
«Il primo giorno nel deserto con quel vento, il suo fruscio continuo, il rumore ininterrotto che rompeva le orecchie. Ho anche pianto».
Per la sabbia?
«No, per la fatica. In certi tratti percorrevo solo 15-18 chilometri orari, meno, quindi, di quelli programmati per completare la tappa. Mi demoralizzavo, mi innervosivo, ero preoccupato: sarei riuscito a giungere a destinazione prima che calasse il sole? Cosa avrei fatto di notte, al buio nel deserto? Fortunatamente non è successo».
Com’erano le temperature?
«Hanno toccato i 43 gradi. Un altro problema, specialmente quando ho dormito in una capanna, è stato l’assalto delle zanzare, grosse così: avevo portato l’autan, ma gli faceva il solletico».
Dopo il Marocco, la Mauritania.
«In Marocco si incontrano delle aree di servizio, anche se povere, diverse dalle nostre. In Mauritania, invece, non c’è niente. In una sorta di campeggio mi hanno indicato la doccia: un rubinetto con una tazzina d’acciaio e acqua fredda. Quella parte del percorso è stata complicata, anche mentalmente, ma sono stato bravo a pianificare dove fermarmi».
Aveva detto di temere il tratto del Sahara mauritano caratterizzato dalla maggiore concentrazione di mine al mondo.
«Si tratta di una strada normale, con l’ultimo chilometro asfaltato e disseminato di buche. C’erano cartelli ovunque sul pericolo mine, le si vedeva emergere dalla sabbia, una specie di sporgenza. Avevo paura, non ho mai rallentato, non ho girato video né scattato fotografie, ma solo pensato ad andare avanti».

Un altro passaggio delicato era l’attraversamento in barca del fiume al confine tra Mauritania e Senegal.
«Lungo la strada che portava alla frontiera le donne mi urlavano contro, mi insultavano. Sono stato circondato da quattro uomini che mi hanno portato all’ufficio della dogana per timbrare il passaporto. Ovviamente, ho dovuto pagare. Bisogna pagare ovunque, sia per entrare che per uscire da quei Paesi. In Mauritania, se non si è residenti, le schede Sim del telefono sono vietate: io l’ho acquistata da un poliziotto che ne teneva in mano una decina».
Qualcosa del deserto che non si aspettava?
«Il grandissimo aiuto che ho ricevuto».
Da chi?
«Dai camionisti che mi consentivano di pedalare in scia ai loro mezzi o dagli automobilisti che si sporgevano dai finestrini per passarmi cioccolatini, frutta e bottigliette d’acqua. Avevo una scorta di acqua (un litro e mezzo nello zainetto e 75 centilitri nella borraccia) ma spesso non bastava».
Quali sono i volti che non dimenticherà mai?
«Quelli dei bambini che mi circondavano davanti ai negozi in cerca di monetine. Io chiedevo cosa potessi comprare per loro al posto del denaro. ‘Yogurt’, mi rispondevano».
Dakar, la meta finale.
«Un caos allucinante, una città senza semafori, senza regole».
La parte solidale della sua impresa: quanto ha raccolto per la scuola del villaggio senegalese di Mbamalasone?
«Novemila euro, 2 euro al chilometro. I donatori sono stati in tutto 164 e il maggior contributo singolo ammonta a 1.064 euro, donato da un anonimo. Missione compiuta, obiettivo raggiunto».

A cosa servirà quel denaro?
«A ristrutturare la scuola. Grazie all’impegno del mio amico d’infanzia Khado (Khadim Gning, ndr), è stato costruito il muro perimetrale per tenere lontano gli animali, ma le aule versano in condizioni pessime, alcune sono a rischio crollo, senza pavimento, porte e finestre».
Quando cominceranno i lavori?
«Non lo so, dipende da alcuni passaggi burocratici. Ma attraverso i miei canali aggiornerò sull’inizio e lo stato del cantiere».
Da Dakar è andato a Mbamalasone: com’è stato accolto dai bambini?
«Non solo da loro, ma anche dai genitori, dagli insegnanti, dal preside e dalla tesoriera della scuola: con canti e balli, una festa. Hanno voluto vedere la mia bicicletta, io ho parlato al microfono».
Si sarà commosso…
«Pensavo che avrei pianto ma ho trattenuto le lacrime in segno di rispetto per quelle persone».
E l’accoglienza al rientro in Italia?
«Parole di apprezzamento da Poggio Imperiale, il mio paese in provincia di Foggia a cui sono molto legato, dove abita mia madre ed è sepolto mio padre, mancato due anni fa».
E Pozzaglio?
«Silenzio, ma non ci faccio caso. Non mi interessano gli elogi, l’importante è aver raggiunto la cifra per sistemare la scuola».
Cos’ha imparato da questa incredibile avventura?
«Che non siamo contenti di ciò che abbiamo anche se forse è già troppo. In Africa i bambini di 6 anni camminano per chilometri e chilometri accompagnando la madre al pozzo mentre mi sembra che qui viviamo nel terrore di qualsiasi cosa. Stiamo così bene che siamo pavidi, privi di coraggio. Senza fare sacrifici si diventa degli zombie».
Del suo viaggio a scopo benefico Piergiuseppe Mangiacotti parlerà questa sera alle 21 al Cral di via Postumia in una serata organizzata dall’associazione ciclistica C.C. Cremonese. La serata si intitola: ‘Racconti di una Cremona Dakar in bici’.
