di
Federico Fubini
L’Italia è allo stesso tempo tempo la grande economia europea con la quota più bassa di fonti di energia pulita nella produzione elettrica e quella dal costo più alto
Questo articolo è tratto dalla newsletter settimanale «Whatever It Takes» di Federico Fubini. Per iscriversi questo è il link.
L’uomo che vedete nella foto qui sotto risponde al nome di Wan Gang. Non si direbbe, ma la storia della sua vita contiene una lezione per tutti noi. Wan nasce a Shanghai nel 1952, quando la Repubblica popolare cinese ha appena tre anni di vita. Fa parte della generazione travolta dalla rivoluzione culturale maoista. Ancora adolescente viene di fatto deportato nella remota provincia rurale dello Jilin. In seguito riuscirà a laurearsi in un’università forestale della zona – da studente-lavoratore-soldato – per poi finalmente tornare a Shanghai e specializzarsi in «meccanica sperimentale». Wan allora non lo sapeva, ma un giorno avrebbe cambiato la storia economica. Quando ormai ha 32 anni, diventa un cervello in fuga: avvia una tesi di dottorato in ingegneria in un’università della Bassa Sassonia e, quando consegue il diploma, non ha voglia di tornare in Cina. Trova un posto all’Audi e resterà lì per dieci anni. Poi, nel duemila, la svolta: Wan non è mai stato iscritto al partito, ma dalla Germania manda una lettera al Consiglio di Stato di Pechino (cioè al governo). Contiene una proposta sotto un titolo non proprio sexy: «Riguardo allo sviluppo di una nuova energia pulita per l’automobile come linea di partenza per un salto in avanti dell’industria automobilistica cinese». La sua tesi è che la Cina è troppo indietro sulle auto a combustione interna, dunque deve spiazzare l’Occidente con una nuova tecnologia: l’auto elettrica. Il Consiglio di Stato lo convoca, lo nomina «scienziato capo» di un nuovo progetto e pochi anni dopo diventa ministro alla Scienza e Tecnologia: il primo non iscritto al partito a entrare nel governo dagli anni ’70. Wan Gang è l’uomo all’origine del predominio industriale cinese nell’auto elettrica.

Cosa c’entra con l’Italia? Nulla. E proprio questo è il punto. Chiudete gli occhi e immaginatevi lo stesso da noi. Un perfetto outsider che scrive al governo perché ha un’idea. E non solo qualcuno legge la lettera e ne capisce il senso, ma viene preso sul serio. Lo chiamano a Roma; gli offrono un ruolo, non un titolo vuoto, e dopo pochi anni diventa ministro. Realizza la sua visione. Senza aver frequentato salotti, senza essere mai stato iscritto a nessun partito. Se fosse la trama di un film, verrebbe subito scartata dai produttori di Cinecittà. Inverosimile, lunare. Non fateci perdere tempo.
Non ho simpatia per il regime cinese, così terribilmente autoritario, ipernazionalista ed estrattivo a danno dei più deboli in patria e fuori. Ma quando persino un sistema del genere si dimostra più flessibile del nostro, è tempo di porsi qualche domanda. Di chiedersi, ad esempio, perché l’Italia sia una così clamorosa anomalia internazionale nei mercati dell’energia elettrica. Vediamo.
Fuori dalle medie
In che senso l’Italia é un’anomalia? Guardate all’importanza nel gas nella produzione di elettricità. L’Italia è l’economia più dipendente da questa materia prima: più di Paesi che ne hanno talmente tanta – Norvegia o Stati Uniti – che la vendono in tutto il mondo. Ecco quanto vale la quota del gas nel mix elettrico nelle varie aree (ai dati più aggiornati):
* ITALIA 47,2%
* Africa 42%
* Stati Uniti 40%
* Olanda 34,8%
* OCSE 30,8%
* media mondiale 21,7%
* Spagna 21%
* Ungheria 20,5%
* Germania 16,5%
* Unione europea 16,6%
* Asia 16%
* Francia 3%
* Norvegia 0,5%
Ora, i casi sono due. O c’è qualcosa che noi in Italia abbiamo capito e tutto il resto del mondo no, oppure c’è qualcosa che tutto il resto del mondo ha capito e noi no. Ciò che il resto del mondo ha capito, con ogni verosimiglianza, è che una dipendenza eccessiva dal gas genera prezzi elettrici in media più alti ed espone di più a choc improvvisi ad ogni crisi geopolitica (si è visto nel 2022 con la Russia e con la guerra del Golfo).
Che in effetti sia così lo confermano i dati degli ultimi mesi, qui sotto riassunti dal think tank indipendente Energy Square (che in proposito organizza un convegno a Firenze venerdì).
L’Europa ci ha notato
L’anomalia italiana è così vistosa che comincia a non passare inosservata. Pochi giorni fa il capoeconomista della Banca centrale europea, Philip Lane, ha pubblicato una tabella che parla da sé. L’Italia è allo stesso tempo tempo la grande economia europea con la quota più bassa di fonti di energia pulita nella produzione elettrica e quella dal costo più alto. Sotto la tabella di Philip Lane.

Se volessimo fotografare il problema ancora più precisamente, qui sotto si vede quanto l’Italia sia in realtà in ritardo sulle economie alle quali ci paragoniamo: misurata per abitante, la nostra capacità di produzione di energia da solare o eolico non solo è più che dimezzata rispetto alla Spagna o alla Germania (la nuvolosissima Germania produce più solare dell’Italia), ma l’Italia cresce più lentamente. Ogni anno restiamo un po’ più indietro. Va riconosciuto all’attuale governo che negli ultimi tre anni le installazioni di turbine eoliche e soprattutto pannelli fotovoltaici sono salite da una capacità di un Gigawatt all’anno a oltre sette (sette Gigawatt coprono il 2,5% dei consumi elettrici italiani, mentre la quota di sole e vento oggi vale il 30% dei consumi). Ma già nel 2025 le nuove installazioni sono state meno dell’anno prima, eppure dovrebbero crescere di un po’ più del doppio del loro ritmo attuale per centrare gli obiettivi dello stesso Piano nazionale del governo sull’energia (Pniec).
Il centro studi Energy Square mostra le conseguenze di questo stato di cose. Non solo ne soffre il manifatturiero, soprattutto 2,4 milioni di persone nel Paese vivono in condizioni di povertà energetica, con punte vicine al 20% in Calabria e in Puglia e il 10% in Piemonte. “Povertà energetica” significa non poter far funzionare il riscaldamento, l’aria condizionata o gli elettrodomestici in modo da avere un tenore di vita dignitoso. Com’è possibile che un Paese del G7 lo accetti?

Guelfi contro altri guelfi, contro ghibellini
Qui devo concentrarmi un momento sugli italiani. Non siamo noti per il nostro spirito unitario, diciamo. Ma se pensate che il referendum sulla giustizia o i cortei del 25 Aprile siano divisivi, non vi siete mai trovati in un dibattito sull’energia. Il problema qui non è tanto che le contrapposizioni siano feroci: nuclearisti a tutti i costi contro assolutisti delle rinnovabili, contro industria delle fonti fossili. Ciascuno pensa di avere la soluzione in tasca e che tutti gli altri stiano barando o siano stupidi. Il problema è che tutti (o troppi) sono indisponibili a considerare le ragioni altrui, determinati a estremizzare le proprie e ciascuna parte è impegnata soprattutto a torturare i dati finché non confessano la verità più adatta alla proprie idee. Un dibattito di questo tipo genera solo entropia, confusione e paralisi. E nella paralisi trionfa la dipendenza dal gas, che contribuisce a costi elettrici fra i più alti al mondo.
Immagino già la reazione di alcuni al leggere che ci sarebbe una relazione di causa-effetto fra i ritardi sulle rinnovabili e la la povertà energetica in Italia. Non so che è sempre tutto molto più complicato di così? E che l’aumento delle rinnovabili presuppone investimenti in nuove reti di trasmissione e distribuzione dell’energia, dai costi così alti da rendere preferibile il nucleare o addirittura il gas? Non so che il nucleare, se mai ci si arrivasse in Italia, annuncia presunti costi più bassi delle rinnovabili?
Pochi punti fermi
Risparmio agli incolpevoli lettori la selva di cifre in cui ciascuno sceglie le proprie per vincere la battaglia di giornata. Mi limito a stabilire pochi punti su cui tutti dovremmo essere d’accordo.
1) Lo status quo è perdente per l’Italia, dunque va cambiato.
2) Il nucleare potrà fornire energia nelle ore del giorno nelle quali le rinnovabili non lo fanno (non sempre batte il sole, non sempre tira il vento e non tutta la produzione si può accumulare). Ma non ci sono al momento riscontri verificati di costi particolarmente bassi, al contrario, mentre serviranno almeno sei o sette anni – nel migliore e più improbabile dei casi – per arrivare ai primi “piccoli reattori nucleari” di prossima generazione. Oggi operano solo in Russia e in Cina. La società appena costituita allo scopo da aziende a controllo pubblico in Italia è ancora in una (lunga) fase di studio. Altri potenziali fornitori privati sono già stati scoraggiati da governo e parastato. Personalmente spero che l’Italia si doti di nucleare civile, ma temo aiuterà gli italiani della prossima generazione. Non di questa.
3)Solare e eolico sono i frutti più in basso nella pianta, quelli che si possono cogliere per primi per affrontare i problemi di oggi. Quelli che costano meno: allungare le ore durante le quali solare ed eolico determinano il prezzo dell’energia significa ridurre le bollette. Ciò richiede investimenti nella rete elettrica, ma lo stesso varrebbe per l’energia di qualunque fonte. Le reti hanno sempre bisogno di manutenzione e potenziamento. Il Paese che spende di più su di esse è quello che fa meno rinnovabili, gli Stati Uniti.
Se non crediamo a noi stessi, crediamo almeno a Philip Lane della Bce, che mostra il confronto «livellato». Ossia, considerando tutti i costi per tutte le fonti di energia. Ovunque il solare e l’eolico costano meno delle fonti fossili più a buon mercato (vedi sotto). E ciò è senz’altro vero anche in confronto al nucleare.

Cosa si può fare (in concreto)
Un altro aspetto tipico del vuoto tribalismo italiano è che tutti invocano riforme profondissime(meno chi beneficia dello status quo). Tutti accusano gli altri di essere «ideologici». Si parla di autorizzazioni del fotovoltaico impossibili per colpa della «burocrazia». O del fanatismo dei verdi. Si danno le colpe all’«Europa», anche se in Europa nessuno ha i problemi dell’Italia.
Tutto ciò distrae dalle poche cose che si possono fare subito per ridurre le bollette tra qualche mese. Ne ho parlato con due esperti che hanno idee concrete. Il primo si chiama Antonio Volpin, è un advisor indipendente e siede nel consiglio d’amministrazione del grande gruppo di elettricità e gas di Singapore SP Group. Il secondo è Massimo Marengo di Albasolar, un impresa di Cuneo che installa fotovoltaico e sistemi di accumulo nelle imprese (Marengo è anche responsabile per l’energia della Confederazione italiana della piccola e media industria privata). Marengo è parte interessata, ma ha delle proposte.
1) Volpin fa presente che già oggi esistono autorizzazioni già concesse per installare 20 Gigawatt di rinnovabili e tra breve saranno di più. Entro l’anno potrebbero esserci permessi per coprire quasi il 10% del fabbisogno italiano, riducendo di molti miliardi la bolletta del gas. Per far partire questi impianti, servono aste promosse dal governo (le cosiddette Fer-X e Fer-Z). Basta farle. Già, ma quando si fanno?
2) Oggi le fasce orarie in vigore sul costo dell’elettricità riflettono un mondo che non esiste più, nota Volpin. Grazie al solare le ore centrali della giornata avrebbero i prezzi reali più bassi, ma la struttura tariffaria tradizionale in vigore fa sì che proprio durante il giorno sui consumatori gravino i costi più alti. Basterebbe che l’autorità per l’energia (Arera) adeguasse la struttura delle tariffe orarie alla realtà dell’energia di oggi, per far risparmiare miliardi a famiglie e imprese. Già, ma l’Arera quando lo fa?
3) Marengo propone di liberalizzare tutti gli impianti di solare e batterie, anche a terra, se connessi ad aziende in attività. Aumenterebbe l’autoconsumo a prezzi bassissimi. E l’energia in più potrebbe alimentare il parco auto e camion elettrici delle imprese.
Certo non è tutto e non basta. Ma è qualcosa di possibile, concreto e in tempi brevi. L’Italia è il secondo Paese manifatturiero d’Europa, il quarto esportatore al mondo nel 2025, ma ha un modello di energia novecentesco. Non corrisponde alle necessità di oggi di avere costi più bassi e più autonomia strategica. Ma se un ingegnere emigrato in Germania scrivesse una lettera a Roma con qualche consiglio per dare una mano, qualcuno la aprirebbe?
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11 maggio 2026
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