di
Paolo Valentino
Il presidente finlandese: «Washington non ritirerà i soldati dalle basi europee. Con Giorgia Meloni c’è chimica anche se abbiamo idee diverse»
HELSINKI – Presidente Stubb, ora che l’Europa si è assunta per intero il peso finanziario e militare del sostegno a Kiev, non dovrebbe anche lanciare una iniziativa diplomatica comune, che apra un canale di dialogo con Mosca e cerchi di proporre un piano che non sia nei termini punitivi voluti da Putin e assecondati dagli inviati di Trump?
«Ci sono tre scenari possibili: la guerra continua; si fa una tregua e poi un accordo di pace; una delle due parti collassa, probabilmente la Russia. Credo che l’ipotesi di una pace non sia sul tavolo almeno per quest’anno. Se la politica americana nei confronti di Russia e Ucraina non è nell’interesse dell’Europa, come mi pare il caso, allora dobbiamo impegnarci direttamente. Si, è tempo di iniziare a parlare con la Russia. Quando questo avverrà non lo so. Abbiamo discusso con i leader europei su chi stabilirà il contatto, non lo sappiamo ancora. La cosa più importante è che tutto deve essere coordinato fra noi, soprattutto tra gli E5 (Germania, Francia, Italia, Regno Unito e Polonia) con i nordici e i baltici, che sono sul confine. Se poi è un inviato speciale o un gruppo di leader, lo vedremo».
Alexander Stubb, presidente della Finlandia, mi accoglie nel suo ufficio al primo piano del Presidentinlinna, il palazzo della Repubblica affacciato sul porto di Helsinki. Il giorno prima in queste stanze ha incontrato il collega tedesco Frank-Walter Steinmeier, col quale ha parlato anche dell’annuncio di Donald Trump di voler ritirare 5 mila soldati dalla Germania e, forse ancora più importante, cancellare lo spiegamento di missili cruise sul territorio tedesco, che era stato deciso dall’amministrazione Biden.
Presidente Stubb, c’è allarme in Europa. Lo scenario di un completo ritiro degli Stati Uniti non è più irrealistico. Saremmo in grado in grado noi europei di difenderci da soli da una Russia nuovamente aggressiva? Mark Rutte, il segretario generale della Nato, dice no. Lei ha detto più volte sì. In che modo?
«Prima osservazione, dobbiamo calmarci e abbassare la temperatura. Molta politica estera in questa fase viene fatta in pubblico, sui social media, mentre a volte è meglio discutere i temi più difficili in modo riservato e poi comunicarli in modo strategico. La deterrenza è sempre fatta di due cose: capacità e comunicazione. Il paradosso è che al momento facciamo la cosa giusta sulla prima, compreso l’aumento delle spese militari, ma quella sbagliata sul piano della comunicazione. Non sono particolarmente preoccupato dall’eventuale ritiro di 5 mila dei 37 mila soldati americani stanziati in Germania. Gli Stati Uniti non si ritireranno dall’Europa, e sa perché? Se vogliono proiettare il loro potere in regioni come il Medio Oriente, l’Asia, l’Africa, devono avere solide basi qui. Le truppe americane non sono i Europa per proteggerci, ma per consentire all’America di essere potenza globale. Ma non c’è dubbio che l’Europa debba assumersi più responsabilità. Con Rutte siamo buoni amici, la Finlandia è nella Nato da tre anni e quattro mesi e la nostra postura difensiva è da sempre stata strutturata per difenderci dalla Russia da soli. La mia risposta è: se possiamo difenderci noi da soli, può farlo anche la Nato».
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Molti si chiedono se la Nato esista ancora in quanto deterrente credibile. Molte ipotesi vengono fatte su come l’Europa debba difendersi: l’autonomia strategica, la Nato europea, l’avanguardia di Paesi volenterosi. Lei cosa pensa?
«Che politica estera, sicurezza e difesa vanno insieme. Non è mai uno o l’altro, è sempre entrambi: Nato e Unione europea, difesa nazionale e difesa comune. Se si vuole una divisione del lavoro, ogni Paese è responsabile per la propria difesa, la Nato per quella collettiva, l’articolo 5 per intenderci. L’Unione europea è responsabile del finanziamento e di rendere possibile che i Paesi europei della Nato rafforzino le loro capacità. Dal vertice di Ankara usciranno un rinnovato impegno ad arrivare al 5% di spese per la difesa e una Nato più europea e più forte».
E cosa facciamo con l’articolo 47.2 del Trattato, che prevede la difesa collettiva nell’Ue?
«È più forte dell’articolo 5 ma ha meno sostanza dietro. Ma ripeto: non dobbiamo aspettarci che gli Usa si ritirino, non dobbiamo spingerli a farlo, non è nell’interesse di nessuno. Dovremmo arrivare a un 50/50 nella divisione del fardello. La deterrenza Nato si basa su forze convenzionali, missili e ombrello nucleare. Non vedo gli americani ritirare quest’ultimo perché le armi nucleari russe sono puntate su New York e Washington».
Appunto, gli europei non dovrebbero avere una propria deterrenza nucleare per scoraggiare un attacco atomico russo contro le nostre città, come sostenuto da Macron?
«Anche qui, è entrambe le cose. L’offerta della Francia di estendere il suo ombrello nucleare all’Europa è benvenuta e va considerata. Ma sono anche contento che gli Usa stiano modernizzando il loro arsenale atomico. Lo facciamo per scongiurarne l’uso. Siamo in una situazione dove per la prima volta in mezzo secolo non c’è alcun accordo di limitazione delle armi nucleari. Russia e America hanno 1.500 testate a testa, la Cina ne ha 600 ma arriverà a mille nel 2030. Abbiamo bisogno di un nuovo accordo».
Le dice spesso che la Finlandia offre un buon modello di cultura della Difesa per il resto d’Europa, con il servizio di leva obbligatorio, le esercitazioni continue, l’alta spesa militare. Ma la Finlandia ha una storia particolare e oltre 1.300 chilometri di frontiera con la Russia, è un piccolo Paese, anche se fiero e valoroso. Com’è possibile trasferire la sua esperienza ai grandi Paesi? Del riarmo tedesco per esempio si dice: sì, ma i tedeschi saranno poi pronti a combattere?
«Non pretendiamo certo che il nostro modello di “difesa comprensiva” sia automaticamente imitato altrove. Ma occorre capire che la guerra moderna si combatte con strumenti diversi: commercio, tariffe, attacchi cyber, sabotaggi alle installazioni energetiche. Io voglio dire che dobbiamo prepararci meglio, come facciamo noi. Ma non c’è bisogno che tutti siano come la Finlandia».
Nel suo libro, «Il Triangolo del Potere», pubblicato in Italia da Marsilio, lei descrive il confronto in atto per la governance globale tra il Global West, il Global East a guida cinese e il Global South. Ma esiste ancora l’Occidente globale ora che Trump ha fatto degli Usa un egemone predatore, attacca senza distinguere alleati e avversari, ed è meno ostile verso Russia e Cina di quanto non lo sia verso Europa e Canada?
«Se lo scrivessi oggi, parlerei di rettangolo del potere, nel senso che l’Occidente globale sarebbero Usa ed emisfero occidentale, mentre l’Occidente che difende l’ordine liberale sarebbe ora il Nord Globale, anche se mi rendo conto che in Italia e altri Paesi questo potrebbe essere problematico. Ma il resto dello schema tiene. La questione è che ci sono due opzioni: multilateralismo, cioè cooperazione e rispetto delle regole, o multipolarità, cioè rapporti transattivi tra poli di potere. Chi saranno i nostri amici per avere un ordine multilaterale? Io penso ai Paesi del Sud globale come India, Arabia Saudita, Nigeria, Kenya, Sud Africa, Brasile, Messico».
Ma questi Paesi sono un gruppo per modo di dire, agiscono in sottogruppi spesso in conflitto tra di loro. Il Sud Globale non è omogeneo.
«Certo, è così, guardi al Consiglio di Cooperazione del Golfo o all’Asean divisi al loro interno. Ma c’è un comune denominatore: vogliono il multilateralismo, vogliono una voce e un posto a tavola».
Ma è possibile ancora tenere insieme l’Occidente?
«In questo momento è difficile a causa della politica estera degli Stati Uniti, che da un lato è ideologica e Maga e dall’altra è America First. Il modo di proiettare potenza degli Usa oggi è molto diverso: valori molto a destra, interessi solo finanziari e azione solitaria, non chiedono più a nessuno. Ma ci sono temi su cui Europa e America possono lavorare insieme: difesa, rompighiaccio, tecnologia. Abbiamo visioni diverse su clima, commercio e istituzioni internazionali».
Il premier canadese Mark Carney parla apertamente di rottura, lei dice transizione.
«Con Carney stiamo lavorando a un articolo congiunto per mettere insieme questi due concetti e trovare una sintesi comune».
Hanno fatto bene i leader europei a rifiutarsi di dare una mano agli Usa in Iran?
«La reazione europea sull’Iran viene dal fatto che Trump non ci ha consultati prima di lanciare l’attacco. Ora dobbiamo lavorare per ridurre la tensione. Ci siamo incontrati con cinquanta Paesi per delineare cosa si può fare una volta che le ostilità saranno cessate. Ora speriamo che americani e iraniani trovino una soluzione, un cessate il fuoco sostenibile. Sembrano vicini. A quel punto ogni iniziativa che possa riaprire lo Stretto di Hormuz deve vedere impegnata anche l’Europa».
Nel suo libro lei parla della necessità di una riforma radicale dell’Onu. Propone di ampliare di almeno 5 membri permanenti il Consiglio di Sicurezza, di abolire il diritto di veto e di sospendere i Paesi che violano la Carta. Cita, ad esempio, il caso della Russia dopo l’attacco all’Ucraina. Ma allora nell’Onu riformata, anche gli Usa avrebbero dovuto essere sospesi dopo l’attacco all’Iran?
«È una buona domanda. Vengo da un Paese che crede fortemente in un mondo guidato dalle regole. E queste devono essere rispettate. Altrimenti cadiamo nel mondo di Tucidide: il forte fa quello che può e i deboli soffrono quanto devono. La mia idea è che i diritti di voto del Paese che viola la Carta debbano essere sospesi, specie se è nel Consiglio di Sicurezza».
Ma parliamo della riforma dell’Onu da decenni, si farà mai?
«Siamo a un punto decisivo. Se anche una o due delle mie cinque proposte di riforma venisse approvata sarebbe già un grande risultato. Molto dipenderà dal prossimo segretario generale, chiunque sarà dovrà intestarsi uno degli attuali conflitti globali, lanciando una mediazione. Oggi non vediamo l’Onu da nessuna parte. Abbiamo avuto grandi esempi di segretari generali in passato come U Thant e Kofi Annan, che ebbero il coraggio di agire, occuparono lo spazio a disposizione».
Lei è uno dei pochi leader che hanno buoni rapporti con Donald Trump.
«Anche Giorgia Meloni».
Sì, ma anche a causa del Papa i rapporti ora si sono un po’ guastati.
«Io sono protestante, ma il Papa mi piace».
Ma è ancora possibile avere buoni rapporti con Trump?
«Guardi, la diplomazia è fatta di due cose. Una sono i rapporti da Stato a Stato: valori, interessi, geografia, cultura, storia. Noi siamo alleati con gli Usa. La seconda sono i rapporti personali, che tipo di relazioni riesci a forgiare con un altro leader. Per esempio, ho incontrato Giorgia Meloni in una conferenza di pace sull’Ucraina in Svizzera due anni fa. Mi sono presentato a lei parlando in italiano, le ho raccontato del mio lavoro all’Istituto universitario europeo a Firenze. C’è stata subito chimica. Lei mi piace molto. Comunichiamo spesso, abbiamo molti contatti, cerchiamo di trovare soluzioni. Veniamo da diverse prospettive ideologiche, ma non è un problema».
E con Trump?
«Il nostro rapporto è iniziato su un campo da golf. Da allora siamo rimasti in contatto. Ma l’idea che io abbia un’influenza su di lui è sbagliata. Cerco di lavorare con Trump su Ucraina, Nato e bilateralmente. Sull’Ucraina se lo convinco di una cosa su dieci, sono felice. Sulla Nato se le cose restano stabili sono felice. Sul bilaterale se noi compriamo sessantaquattro F-35 e lui compra undici rompighiaccio da noi sono felice. Abbiamo personalità diverse, certo. Ma il mio lavoro da presidente della Finlandia è di cercare di interagire con quello degli Stati Uniti, sia quando sono d’accordo con lui, sia quando non lo sono. A volte gli dico chiaramente che non mi piace quella cosa. Lui reagisce anche in modo forte».
Pensa che la presidenza Trump ponga un pericolo alla democrazia americana?
«Mi preoccupa che l’America sia un Paese molto polarizzato. Il linguaggio e la retorica usati sono incendiari. E glielo dice uno che è molto filoamericano. Ho studiato negli Stati Uniti, ho studiato la Costituzione americana, ho letto quasi tutti i Federalist Papers e sono un convinto sostenitore della separazione dei poteri e dei checks and balances. Certo che sono preoccupato quando vedo pressioni politiche sulla Federale Reserve o sulla Corte suprema. Ma la democrazia americana sta funzionando, i giudici, le corti fanno il loro lavoro. Le fondamenta di una democrazia sono la libertà e lo Stato di diritto. Quando una di queste è in discussione c’è un problema. Dobbiamo anche ricordarci che la democrazia è una forma di governo molto giovane nella storia umana, quella di maggior successo. Ma è complicata e bisogna lavorarci ogni giorno. Se un leader come me inizia a contestare la libertà dei media, quello è un vulnus alla democrazia, se prendo decisioni fuori dal quadro legale, è una sfida alla democrazia. Qualcuno deve poter controllare il mio potere».
Lei è stato nel gabinetto di Romano Prodi al tempo in cui era presidente della Commissione europea.
«Sì, e le racconto anche un aneddoto che riguarda me e il Corriere della Sera. All’inizio del millennio avevamo aperto la prima chat diretta del presidente della Commissione con i cittadini europei, era il 2001. Eravamo noi collaboratori, sulla base delle indicazioni del presidente, a rispondere a suo nome. Un giorno arriva la domanda su qual era la nostra posizione rispetto ai fatti del G8 di Genova. Io, in un lampo di follia, scrissi: fate l’amore, non fate la guerra. Non so come, ma la cosa il giorno dopo finì sulle pagine del Corriere: «Prodi: fate l’amore non la guerra!». Quella mattina, Romano venne nel mio ufficio tutto contento. “Fantastico, fantastico”, ripeteva».
11 maggio 2026 ( modifica il 11 maggio 2026 | 11:38)
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