di
Veronica Tuzii

Il palazzo cinquecentesco di Cannaregio riapre dopo due anni con le visioni dell’artista anglo-indiano. La mostra è visitabile fino all’8 agosto

Architetture reali e utopiche, specchi che deformano e a volte catturano il cielo, abissi che inghiottono completamente la luce e il senso di profondità, neri più neri dell’universo. Ci sono tutte le vertigini percettive e la radicalità che distinguono Anish Kapoor nella nuova mostra allestita a Palazzo Manfrin a Venezia, aperta fino all’8 agosto. Il palazzo cinquecentesco a Cannaregio, sede della Fondazione Kapoor, con le sue sale severe inondate di luce, riapre le porte al pubblico dopo due anni, luogo ideale per percorrere oltre cinquant’anni di ricerca del maestro anglo-indiano, Turner Prize 1991. Il titolo della mostra è Anish Kapoor: Palazzo Manfrin, circa 100 modelli architettonici, progetti realizzati e altri rimasti allo stato di ipotesi, insieme a grandi installazioni e opere ambientali. «Per creare nuova arte bisogna creare nuovo spazio», dice Kapoor. 

Il primo impatto è con le colossali estrusioni di cemento di «Ga Gu Ma» (2011-12): metri e metri quadrati di materia grigia espulsa come da una macchina industriale fuori controllo. Forme viscose, organiche, quasi intestinali, a metà strada tra qualcosa di biologico e qualcosa di meccanico.
Kapoor (1954) lavora da anni su questa ambiguità: ciò che all’inizio appare respingente finisce per diventare magnetico. Una nuova opera specchiante distorce e moltiplica prospettive, soffitti e presenze, in un continuo inganno ottico. È uno dei dispositivi più tipici dell’artista: lo specchio non restituisce mai un’immagine stabile, ma altera lo spazio e il corpo di chi guarda.
Sospesa dal soffitto, compare invece una nuova versione di «At the Edge of the World» (1998): otto metri di diametro, una gigantesca forma concava che sembra assorbire l’ambiente circostante. Guardandola, per un attimo si perde del tutto il senso della profondità. 



















































È una sensazione che ritorna anche davanti all’ipnotica «Descent into Limbo» (1992), una delle opere più celebri dell’artista, installata permanentemente a Palazzo Manfrin: un pozzo nero perfetto, scavato nel pavimento, che annulla completamente la percezione del fondo. Kapoor lo definisce «non-oggetto», qualcosa che esiste proprio nel momento in cui sfugge alla definizione. Il percorso alterna dimensione fisica e immaginazione progettuale. I modelli architettonici dell’artista, molti realizzati con materiali poveri, carta, legno, resina, sono il cuore dell’esposizione. Alcuni hanno generato opere monumentali sparse nel mondo, altri non sono mai usciti dallo studio e conservano intatta la loro forza visionaria.

In «Place» (1982) e «No Place» (1989) si riconoscono già i temi che attraverseranno tutta la ricerca successiva: il vuoto, la soglia, il rapporto instabile tra presenza e assenza. «Sky Garden» (2013) immagina invece una struttura-giardino che integra specchio e architettura, creando un’esperienza sospesa tra terra e cielo, mentre «Sectional Body preparing for Monadic Singularity» (2015) sembra il frammento anatomico di un organismo futuribile. La dimensione progettuale distingue da sempre il lavoro di Kapoor, autore di alcune delle più spettacolari opere ambientali degli ultimi decenni: dall’installazione in pvc «Taratantara» realizzata nel 1999 per il Baltic Centre for Contemporary Art di Gateshead, nel Regno Unito, alla sala da concerto gonfiabile «Ark Nova» del 2013, fino alla stazione della metropolitana Monte Sant’Angelo inaugurata a Napoli. C’è poi il colore, elemento centrale nella sua pratica fin dagli esordi. In «Violet Pearl over Burple» (2013) il pigmento monocromo blu appare quasi impalpabile. E poi le opere in Vantablack, il materiale sviluppato con nanotecnologie al carbonio capace di trattenere il 99,96% della luce. Kapoor ne ha fatto uno strumento estremo di sperimentazione: davanti a queste sculture la forma sembra dissolversi, diventare pura assenza. Non si capisce più dove inizi o finisca l’oggetto. Si guarda qualcosa che sembra sfuggire continuamente allo sguardo. A Palazzo Manfrin, Kapoor riunisce tutto il suo mondo di forme sempre al confine tra costruzione e collasso.


Vai a tutte le notizie di Venezia Mestre

Iscriviti alla newsletter del Corriere del Veneto

11 maggio 2026